Con la vittoria in Libertadores del suo Gremio ai danni del Lanus, il brasiliano Renato Portaluppi diventa l’unico giocatore al mondo a vincere la “Champions” sudamericana sia come giocatore che come allenatore, sempre con la maglia del Tricolor. Ma in Italia era ricordato per altro. Vi raccontiamo la sua pazza esperienza nella Serie A.

E’ il 12 ottobre del 1988, e per la (terza) Roma di Liedholm è una serata da incorniciare: sul campo del Norimberga i giallorossi sono riusciti a ribaltare l’1-2 subito nell’andata dei 32esimi di finale di Coppa Uefa in una partita senza esclusione di colpi. Il grande protagonista del match è lui, il giocatore che è stato sbandierato ai quattro venti come l’acquisto bomba dell’estate: Renato Portaluppi, dopo aver segnato di testa il gol del definitivo 1-3, decide di concludere una serata di calcio e calcioni facendosi espellere (giustamente) per un’entrata fuori tempo e decisamente fuori luogo nella metà campo avversaria. Dopo il cartellino rosso Renato prima si dispera, poi se la prende con l’avversario per chiudere in bellezza mandando platealmente l’arbitro a quel paese uscendo dal campo. Ma il numero 7 romanista, arrivato per rimpiazzare un mito sul viale del tramonto come Bruno Conti e far tornare la Roma ai fasti di qualche anno prima, è comunque il grande eroe di questa bella serata europea, durante la quale ha letteralmente fatto impazzire a suon di dribbling e giocate i difensori tedeschi, e nessuno si aspetta che quel gol sarà l’ultimo (oltre che il primo, se si escludono quelli estivi in Coppa Italia) con la maglia giallorossa.

In estate l’impatto di quello che all’epoca è considerato uno degli attaccanti brasiliani più talentuosi è devastante, almeno a livello mediatico: Renato arriva a Trigoria in elicottero, Liedholm lo accosta a Gullit, mentre il ‘Guerin Sportivo’ spara un titolo che rimarrà nella storia, ovvero ‘Re Nato’. Insieme a lui dal Flamengo approda alla Roma anche Andrade, centrocampista acquistato per dare equilibrio a una squadra che si annuncia votata al gioco offensivo ma che sarà presto preso di mira per la sua lentezza meritandosi il soprannome di ‘Er Moviola’.

Da subito Renato si rivela personaggio al di sopra delle righe, entrando di prepotenza nella cronache mondane della Capitale. D’altra parte la sua passione sono le donne (“credo di averne avute almeno mille – si spinge a precisare in un’intervista dell’epoca -, una volta ho fatto l’amore anche in panchina dopo un allenamento”), e a Roma le distrazioni da questo punto di vista non gli mancano. A risentirne è il rendimento sul rettangolo verde, che dopo l’exploit di Norimberga torna ad essere pessimo fino alla fine della stagione. I numeri parlano chiaro in tal senso: in campionato il brasiliano colleziona 23 presenze senza nemmeno la gioia di un gol, e anche la Roma affonda arrivando al settimo posto, fuori dalla zona Uefa. I tifosi, che l’avevano accolto come il nuovo messia, gli si rivoltano contro, fino a dedicargli uno striscione memorabile: “A Renato, ridacce Cochi”.


Chissà se il brasiliano si sarà fatto spiegare dai compagni l’accostamento a lui dedicato con il duo comico formato da Pozzetto e Ponzoni: d’altra parte all’interno dello spogliatoio i rapporti si erano fatti subito tesi, con tanto di voci di risse con Massaro e Giannini. Quel che è certo è che in pochi a Roma hanno storto la bocca alla notizia del suo ritorno in Brasile, insieme ad Andrade, al termine della stagione 1988/89. Nel suo Paese Renato è riuscito a mantenere la sua credibilità come calciatore prima e come allenatore dopo: in Italia lo ricordiamo per essere stato uno dei più grandi ‘bidoni’ della storia della Roma e del calcio italiano. A parte quella splendida serata di Norimberga, almeno fino all’espulsione.

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