La storia del judo femminile ai giochi olimpici è cosa recente. Le donne possono salire sul dojo olimpionico solo dal 1992, Olimpiadi di Barcellona, e il lungo percorso che ha permesso questo importante risultato, per una delle discipline più popolari al mondo, è stato percorso proprio da una donna, Rena Kanokogi.

Rena Kanokogi, al secolo Glickman, nasce nel 1935 a Brooklyn, New York. La sua infanzia non è stata delle più semplici. A causa dell’infelice situazione finanziaria della famiglia è costretta a contribuire con piccoli lavori già dall’età di sette anni.

Cresciuta in strada, è sempre stata un maschiaccio e con il fratello si divertiva a praticare boxe. Poi arriva un matrimonio, il primo, dal quale avrà un figlio, Chris, ma l’unione ha vita breve.

Il vero amore lo incontra nel 1955 quando un amico gli mostra delle mosse di judo, da quel momento la sua vita cambia.

Ha iniziato ad apprendere la disciplina in una palestra a Flatbush Avenue ma all’epoca alle donne, seppur non in modo esplicito, non era permesso gareggiare ma Rena non sente ragioni, lei vuole partecipare ad un vero torneo e lo farà.

Trova una soluzione al suo problema. Nel 1959 gareggia al campionato YMCA di judo a Utica travestendosi da uomo. Taglia i capelli corti, si fascia i seni perché non si notino e, infine, si presenta come Rusty, nome di battaglia che l’accompagnerà nel corso di tutta la sua carriera.

Non era in programma che combattesse, era nel team come sostituto, ma  l’occasione si presenta, un membro della squadra si ferisce e Rusty prende il suo posto, vince l’incontro e con lei tutta la squadra.

Il lieto fine è ancora lontano. L’organizzatore del torneo intuisce che Rusty non è chi dice di essere e lo costringe a rivelare la sua identità e a restituire la medaglia.


Rena capisce che in America non ha possibilità di crescere come judoka e prende la decisione di andare a Tokyo per studiare nel Kodokan, la mecca del judo. Il Kodokan ammette che le donne pratichino la disciplina ma in classi separate, Rena non si adegua e, anche in questa occasione, si distingue diventando la prima donna ad allenarsi con gli uomini. In Giappone incontra  Ryohei Kanokogi, anche lui judoka, con il quale convola a nozze nel 1964 a New York.

Tornata in patria, la sua carriera è avviata e riesce a farsi un nome, viene chiamata per dirigere o presenziare a tornei ma il suo scopo è permettere che il judo possa essere praticato da tutti e che ogni judoka venga trattato con dignità.

Il 1980 è una data fondamentale della sua battaglia quando riesce ad organizzare e sponsorizzare, arrivando a ipotecare la propria casa, il primo campionato mondiale di judo femminile tenutosi al Madison Square Garden.

L’ultimo gradino sono le Olimpiadi. Dopo tanta strada fatta Rena rimane instancabile, passa giorno e notte al telefono per raccogliere sostegno e adesioni per la sua campagna, arriverà a minacciare il Comitato Olimpico Internazionale di ricorrere ad azioni legali affinché la sua richiesta venisse presa in considerazione ma alla fine la sua insistenza viene premiata.

È il 1988 il judo femminile è a Seoul, in Korea del Sud, come sport dimostrativo e Rena è l’allenatore della prima squadra femminile degli Stati Uniti, con la quale ottiene un bronzo.

Non sono mancati i riconoscimenti per il tanto lavoro. Nel 1991 viene introdotta nel International Women’s Sports Hall of Fame, nel 2008 riceve l’Ordine del Sol Levante, una delle più importanti onorificenze  giapponesi e nel 2009 entra nell’International Jewish Sports Hall of Fame ma è nello stesso hanno che riceve il riconoscimento più importate, al New York State YMCA, dove la sua crociata ha avuto inizio, le viene consegnata, o per meglio dire, riconsegnata la medaglia d’oro che le era stata tolta.

Il solo combattimento che l’ha vista sconfitta è stato quello contro il melanoma multiplo che ne ha causato la morte nel novembre del 2009 al  Lutheran Medical Center di New York.

L’aspetto fondamentale, come la stessa Rena ha sempre sottolineato, è che questo suo percorso non è stato intrapreso per sostenere le donne, lei non si definiva una femminista, ma per amore e rispetto della disciplina e di chi la pratica.

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