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Reggio Emilia 2016: la grande occasione del calcio femminile in Italia

Francesca Di Giuseppe

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Il 26 maggio 2016 a Reggio Emilia, il calcio femminile fa il suo esordio nella storia d’Italia. La città dell’Emilia Romagna ospiterà, per la prima volta nel nostro paese, la finale della Uefa Champions League femminile. Una competizione che, dal 2010, prevede il suo svolgimento in una località vicina alla sede della finale maschile (prevista due giorni dopo al Meazza di Milano).

Un momento altissimo, dunque, che vedrà l’arrivo di due delle squadre più forti d’Europa e, nello stesso tempo, consentirà all’intero movimento calcistico femminile, di continuare un processo “rivoluzionario” avviato lo scorso anno.

Ma come sta in Italia il calcio femminile? Cosa è davvero cambiato? Andiamo con ordine.

Il movimento calcistico italiano, stando ai dati pubblicati sul sito della Figc, è in crescita con 22.564 calciatrici tesserate per la Federcalcio (10.722 le Under 18) e 390 sono le società affiliate alla Federazione delle quali 60 partecipanti ai campionati nazionali (Serie A e B) e 330 ai campionati regionali corrispondenti a 11.218 atlete per le attività dilettantistiche.

Un processo di crescita e miglioramento che deve partire soprattutto dal settore giovanile e scolastico perché, anche nel calcio (femminile) come nella vita, il meglio lo si impara da piccoli in famiglia, nelle scuole e nelle strutture dedicate. In tal senso, uno dei progetti più importanti della Figc sta nella realizzazione dei Centri federali territoriali; un progetto che coinvolge anche le giovani calciatrici con l’obiettivo di arrivare nel 2020 al monitoraggio di 3.500 ragazze e inserire nel programma più di 5mila calciatrici.

Accennavamo alla “rivoluzione” che dallo scorso anno investe l’intero movimento calcistico femminile italiano, dalle dichiarazioni dell’ex presidente Belloli (“basta soldi a queste quattro lesbiche”) niente è più stato come prima: le dichiarazioni per così dire azzardate hanno scatenato un tam tam tra le protagoniste e nell’opinione pubblica senza precedenti.

In realtà, con modi molto diversi, un importante passo avanti avvenne  già il 26 marzo 2015 quando la Federcalcio approvò le Linee programmatiche per le sviluppo del calcio femminile. Un documento nel quale la Figc ha ben evidenziato le criticità e le carenze del movimento:

  • Numero ridotto di calciatrici, allenatrici, squadre e società;
  • Bassa partecipazione degli spettatori;
  • Abbandono dell’attività sportiva tra i 16/19 anni;
  • Assenza di una progettualità condivisa.

Proprio in relazione a quest’ultimo elemento, il documento federale prevede azioni di intervento concrete come, ad esempio, sinergie con le facoltà di Scienze motorie oppure la partecipazione a bandi di finanziamento pubblico di ricerca europei. Generare progettualità condivise significa anche organizzare corsi di formazione per tecnici e preparatori atletici, master e campi estivi nonché corsi nazionali e internazionali in collaborazione con l’Aia (Associazione italiana arbitri) e Aiac (Associazione italiana allenatori calcio). Medesima importanza viene attribuita al calcio a 5 come sport scolastico definito, nelle Linee programmatiche, “volano del calcio a 11”.

Il tutto all’interno di una mission che “punta ad avviare un programma di rilancio del movimento calcistico femminile nel nostro paese, finalizzato a produrre un miglioramento degli standard in termini qualitativi e quantitativi” (così si legge nel documento della Federazione) anche attraverso l’ampliamento della dimensione sportiva da effettuarsi, per esempio, con l’obbligo delle società maschili di dotarsi di una sezione  femminile a livello di settore giovanile (processo già in corso e attuato da diverse società di Serie A tra le quali Fiorentina e Udinese).

Italia che sta così cercando di venir fuori dai bassifondi di un’ipotetica classifica europea sul calcio femminile. Sì perché il numero delle nostre calciatrici è irrisorio rispetto alle 15 milioni di tesserate in Usa e delle 1.208.558 che ci sono in Europa. In una recente indagine statistica della Uefa per il 2015/2016, è stato stimato che del totale di cui sopra, 2.200 sono le calciatrici professioniste (in Italia…nessuna…) suddivise in 145 squadre in 23 paesi tra i quali, i primi cinque per numero di atlete sono: Inghilterra, Francia, Germania, Olanda e Svezia.

Quindi, cos’è davvero cambiato? Risponde Giulia Di Camillo attaccante del Chieti calcio femminile, militante nel campionato nazionale di Serie B girone D: “Sicuramente è cambiato abbastanza a livello di comunicazione. Ma si può fare di più. Tanto di più. Piano piano si sta cercando di diffondere il più possibile la cultura del calcio femminile nel nostro paese e speriamo di riuscirci nel modo migliore. Importante è anche la nascita di molti settori giovanili che ritengo si il punto centrale della questione. È così bello vedere che il livello del gioco nel calcio femminile stia diventando sempre più alto”.

L’attenzione mediatica è in effetti l’aspetto più evidente, se ne evince dai fatti incresciosi di Locri o da iniziative come l’inserimento all’interno del 90º minuto di Serie B le partite della Serie A femminile o ancora, con appuntamenti di costume come Miss Italia che, nelle pre finali, avrà in gara Debora Novellino difensore del Pink Bari.

Forse il vero passo avanti sarebbe quello di trasformare le giocatrici e quindi le società, da dilettanti a professioniste. Questo sì che potrebbe cambiare la posta in gioco o meglio, il risultato finale per l’Italia.

FOTO: www.professionecalcio.net

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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