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Raciti 11 anni dopo: la verità sulla sua morte è ancora un caso

Simone Nastasi

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Come è morto l’Ispettore di Polizia Filippo Raciti? L’ha veramente ucciso Antonino Speziale così come stabilito nel processo? Undici anni dopo la morte dell’Ispettore (avvenuta nel corso degli incidenti scoppiati prima del derby siciliano Catania-Palermo del 2 febbraio 2007) sono ancora in parecchi coloro che continuano a porsi domande su quei tragici fatti accaduti a margine di quel maledetto derby. Che il destino ha voluto scolpire per sempre nella storia della città di Catania. Legando quel drammatico epilogo alla circostanza del tutto causale di essere avvenuto proprio nel giorno in cui si festeggiava il santo patrono cittadino: Sant’Agata.

E oggi, a distanza di undici anni, da quei drammatici fatti i dubbi restano. Nonostante una verità giudiziaria ci sia stata e abbia stabilito che a uccidere Filippo Raciti sia stato un giovane che allora aveva appena 17 anni: Antonino Speziale. E lo abbia fatto, anche se oltre le sue intenzioni (Speziale è stato infatti condannato per omicidio preterintenzionale) utilizzando un sottolavello “a mò di ariete”, per colpire l’Ispettore al corpo, provocandogli lo spappolamento del fegato. Aiutato da un altro giovane che di anni ne aveva 23: Filippo Micale. Speziale e Micale per la morte di Filippo Raciti sono stati condannati rispettivamente a 9 e 11 anni di reclusione. E già questa potrebbe essere una prima interessante anomalia: perché a quello che sarebbe stato l’esecutore materiale, è stata inflitta una pena più bassa rispetto a colui che lo avrebbe aiutato? Un’anomalia che tuttavia non sarebbe rimasta l’unica, in una vicenda durata oltre 5 anni: dal febbraio 2007, da quando sono iniziate le indagini, al novembre 2012, cioè quando è stata pronunciata la sentenza definitiva della Corte di Cassazione. Ma evidentemente, non sono bastati i 5 anni di processo per fugare anche il minimo ragionevole dubbio. Se è vero, come è vero, che ancora non sembra, essere stata trovata, una risposta definitiva alla domanda: la verità giudiziaria e quella storica possono coincidere?

La ragione di questi dubbi è presto spiegata e va tutta ricercata all’interno della vicenda giudiziaria. Nella quale si sono ripetuti fatti i quali, anziché fugarli, i dubbi, li hanno alimentati. A partire dalle dichiarazioni di Salvatore Lazzaro, un collega di Raciti che la sera del 2 febbraio, prestava servizio insieme all’Ispettore presso lo stadio Massimino. E due giorni dopo la morte dell’Ispettore, ascoltato in Questura come persona informata sui fatti dichiarerà di essersi messo alla guida di un fuoristrada della Polizia (modello Discovery), nel corso degli incidenti scoppiati fuori lo stadio Massimino; di aver fatto una retromarcia; aver sentito “una botta” e aver visto l’Ispettore (posizionato alla sinistra della vettura) “portarsi le mani alla testa”; per poi essere soccorso ed essere portato in ospedale. Dai referti medici si è poi saputo che Raciti sarebbe morto due ore più tardi (poco dopo le 22) essere arrivato in Ospedale.

Può esserci un nesso tra il fatto raccontato da Lazzaro e la morte dell’ispettore? E’ quello che per esempio, ha sempre sostenuto il difensore di Speziale, l’avvocato Giuseppe Lipera. Il quale, al contrario della Procura, si è sempre detto convinto che l’ispettore sia rimasto vittima di un caso di “fuoco amico”: investito proprio dal fuoristrada guidato da Lazzaro. D’altronde, che possa non esserci un nesso tra le tesi della Procura (che vuole Raciti ucciso da un sottolavello) e la realtà dei fatti, lo hanno stabilito anche gli stessi investigatori. In particolare i carabinieri dei RIS di Parma i quali, nella perizia richiesta dal GIP Alessandra Chierego, dopo aver riprodotto in laboratorio e per diverse volte la dinamica del trauma, arriveranno a pronunciarsi “con maggiore probabilità” per “l’inidoneità” del sottolavello come l’arma del delitto. A tal punto di portare il GIP stesso, che aveva richiesto la perizia, a scarcerare immediatamente Antonino Speziale, già accusato di essere l’omicida volontario di Filippo Raciti.



Se dunque non è stato con il sottolavello, come sarebbe morto Filippo Raciti? Le stesse domande se le porranno anche quei giudici di Cassazione che per due volte, nella fase delle indagini preliminari, annulleranno l’ordinanza di custodia cautelare e la seconda volta “senza rinvio”. Stabilendo in sostanza, che gli elementi raccolti dalla Procura per sostenere l’accusa di omicidio volontario nei confronti di Antonino Speziale, non sarebbero stati sufficienti per affrontare un processo. D’altronde, come raccontano gli atti processuali, non esiste una-prova-una che stabilisca oltre ogni ragionevole dubbio che Antonino Speziale sia stato in effetti  l’assassino di Filippo Raciti: a parte le dichiarazioni di Speziale stesso che ha ammesso di aver partecipato agli scontri (negando tuttavia di aver ucciso l’ispettore) non c’è una testimonianza, né un fotografia in grado di dimostrare con esattezza che sia stato proprio il diciassettenne tifoso del Catania ad uccidere il povero Ispettore. Tuttavia la Procura riuscirà comunque ad ottenere il processo, grazie ad un lecito escamotage di natura processuale: la derubricazione del reato che da omicidio volontario passerà a preterintenzionale. Tra le proteste vane dei difensori degli imputati che invece avrebbero voluto l’archivazione ai sensi dell’allora vigente legge Pecorella.

Ma anche nel corso del processo non mancheranno i colpi di scena: come la parziale ritrattazione in aula dell’autista del Discovery Salvatore Lazzaro, il quale di fronte ai magistrati non ripeterà la stessa versione fornita davanti ai suoi colleghi. Piuttosto dirà che Raciti non si trovava alla “sua sinistra” (dunque nel raggio di azione del Discovery) ma “dolorante a dieci metri di distanza”. Aggiungendo di non aver sentito “una botta” ma “un boato” e lasciando dunque intendere che questa sarebbe stata la causa della morte dell’ispettore. La parziale “retromarcia” di Lazzaro in aula, come la controperizia eseguita dalla Scientifica di Roma (che contesterà la precedente dei RIS di Parma ma più nel metodo che nel merito) basteranno a convincere i giudici che aveva ragione la Procura: l’assassino di Raciti è lui, Antonino Speziale. E va condannato insieme al suo aiutante, Daniele Micale che, nel frattempo, è stato scarcerato. Ma non basteranno a convincere coloro i quali a distanza di 11 anni continuano a chiedere la verità.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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