Mercoledì 1 marzo, ore 20:45, stadio Olimpico, Roma. Semifinale di Coppa Italia, Lazio-Roma. Clima tiepido, spalti pieni a metà, un po’ di celeste, giallo, bianco e rosso sparsi qua e là, sbandierati dagli irriducibili, gli stessi che giurerebbero sulla propria madre che la triste festa di carnevale è stata un vero sballo. Per il resto tutto come da copione: l’aquila sul guanto del falconiere, lupacchiotti di varia natura che danzano e incitano a bordo campo.

La sfida ha inizio: dominano i biancocelesti, rari gli sprazzi giallorossi. La prima rete, inevitabile, visto come vanno le cose. Un po’ di noia per i meno accaniti che seguono la gara da casa distratti da lavatrici e amatriciana: lo sguardo vaga, complici le sofisticate inquadrature: le smorfie dei calciatori, gli striscioni sventolati, i primi piani delle tifose più carine.

La solita mesta cornice cinge il terreno di gioco: giganteschi tabelloni pubblicitari si susseguono con un vigore più intenso dei tackle stanchi ostentati dai giocatori. Colori fluorescenti, frasi brevi e ammiccanti, insomma, sempre la stessa solfa: l’invito, per nulla velato, anzi assolutamente sfacciato ed esplicito, ad un “ammazzatempo” parallelo, semmai ci annoiasse la partita; ma sì, scommettiamoci su, che cosa vuoi che sia, danno anche i bonus: routine… Oddio, a guardar bene sono davvero enormi, quei tabelloni: se si strizzano gli occhi, i calciatori sono figurine sbiadite… Risaltano azzardo e denaro, svaniscono gioco e bellezza: su quei tabelloni nessun richiamo all’ultimo libro pubblicato da Tizio o Caio, non un memento alla mostra di grido, niente che contamini di Cultura – anche di sapere spicciolo – la mente. E nemmeno sfiora il pensiero di filtrare quelle immagini prima di esporvi i nostri figli, forse perché inconsciamente speriamo che soprattutto loro guardino senza vedere.

Rien ne va plus, torniamo a concentrarci su panni da lavare, pasta e partita.

Secondo tempo, seconda rete: altra deflagrazione biancazzurra sulle gradinate, forse solo un pochino meno roboante e scomposta. Nei momenti di stanca la telecamera indugia su allenatori e panchina: dimentichiamo la scarsa fotogenia del buon Mazzone ed anche le sue improbabili tute; i nostri sono fighi, abbronzati e incravattati, come si addice ad un coach vincente  – a proposito, al diavolo anche i vecchi adagio, tipo “l’abito non fa il monaco” e sciocchezze simili. Si sbracciano, i nostri, urlano, richiamano, si muovono irrequieti, spesso oltrepassando la linea bianca, tornano verso la panchina per raffinare schemi con i collaboratori e spiegare tattiche ai giocatori.

Tornano sulla panchina, si diceva…qualcosa ci colpisce, la forchetta resta a mezz’aria, i calzini scoloriscono: la panchina, appunto…la guardiamo meglio e vediamo che è completamente tappezzata da sponsor di concessionari dell’azzardo. I giocatori – bocche stanche che masticano chewingum, gole che tracannano bibite energizzanti, mani che coprono battute e commenti quasi sempre di dubbio gusto – poggiano la schiena su casinò, carte e dadi con troppa noncuranza.

Gli allenatori, educatori di gioco e di vita, traduttori di valori quali moralità e correttezza; leader indiscussi, il loro è un compito difficile e delicato al quale prima loro stessi andrebbero formati: sì, le associazioni di categoria servono anche a questo… Proprio loro – per primi – dovrebbero guardare con sdegno e disprezzo al connubio calcio&azzardo. Invece no…

Appunto, panchine inzuppate d’azzardo.

Ma è legale, questa l’obiezione. No, non ci basta, non può e non deve bastare: non tutto ciò che è legale è etico, questa è materia nota. In Sudafrica l’apartheid era legale: si trattava di cosa buona e giusta? Belgio e Paesi Bassi hanno legalizzato l’eutanasia verso i minori: non urge una riflessione seria? In Russia picchiare moglie e figli non è più reato: è accettabile? Troppo spesso la legalità è un paravento dietro cui ci si nasconde per lavare la coscienza lontano da occhi indiscreti… E l’abbraccio mortale che stringe panchine, scarpini e pallone nelle spire dell’azzardo ne è una dimostrazione. A proposito, nel solo SerT di Viterbo, le persone che stanno disperatamente chiedendo aiuto per uscire dai tentacoli dell’azzardo sono quintuplicate negli ultimi mesi.

Ma evidentemente non basta ancora…