Silenzio, si cerca la pace. Fuori sarà una battaglia. L’attesa sta per finire, la gara sta per cominciare.

Si chiude la porta, pausa col mondo. È il momento di dedicarsi a se stessi, di trovare la giusta armonia con il proprio corpo e la propria mente, in equilibrio precario quando l’ansia della competizione comincia a salire dalle gambe fin su alla testa, epicentro di dubbi, emozioni, stimoli, paure. Varcata la soglia dello spogliatoio si entra in una dimensione opaca, uno “stato alterato”, un luogo fuori da ogni mappa dove trovare concentrazione e tenere a bada lo stress. Un luogo di culto dove dedicarsi alle preghiere rivolte al proprio sé.

Musica nelle orecchie, sparata. Colonna sonora dell’io alle prese con l’ennesima prova. Sono tutti lì fuori, e come al solito si aspettano il meglio da te. Non pensano che tu possa steccare. Non sanno che quella caviglia ti fa male, condiziona alcuni movimenti, che la schiena non ti da tregua o quel ginocchio fa sempre i dispetti. Grandi gesti, nessun errore. Impossibile essere perfetti, ma bisognerà essere bravi, ancora una volta, a celare le imperfezioni con l’autorevolezza tecnica, ostentando sicurezza, dimostrandosi sfrontati.

Si stringono i lacci, si fasciano polsi, dita, si applicano cerotti, massaggi per sciogliere tensioni. Le mani e i piedi si fanno freddi d’un tratto, fanno tremare. L’adrenalina è un rullo di tamburo sempre più forte, incessante. E il tempo cammina lentissimo, l’euforia frena le lancette.

Occhi chiusi, la testa è uno spartito: si ripassa ogni movimento, ogni salto, ogni corsa, ogni colpo, simulandoli col corpo e accompagnandoli con il movimento delle mani e del capo. Una sinfonia perfetta. Ma dopo sarà diverso. Là fuori, è sempre diverso.

image2

Parlano allenatori e accompagnatori, ripassano la settimana ricordando ogni esercizio, ogni tecnica provata e riprovata, quasi sempre riuscita: e oggi?

La confusione aumenta, la sicurezza sembra perdersi per strada ogni passo che avvicina alla gara, e allora bisogna marciare piano. Guardando i compagni si ha sempre la sensazione che siano più tranquilli, c’è quello che ride e quello che fa stretching in un angolo: sembrano pronti. Anne Fischer, giornalista del Fortune, ha riportato in un suo articolo lo studio di alcuni scienziati secondo cui “la gente pensa le cose migliori quando non è per nulla concentrata sul proprio lavoro”, e che “la mente inconsapevole è capace di risolver problemi complessi, mentre la mente cosciente è impegnata a fare altro, o meglio ancora, non è impegnata affatto”. Che sgombrare la mente sia il modo più efficace di prepararla a una gara? Come se fosse facile.

Nel frattempo si controlla di aver eseguito correttamente tutte le solite scaramanzie. Sperando di non averne saltata nessuna, sarebbe la fine. Sarebbe la definitiva garanzia che andrà male. Perché ogni rituale è una piccola conquista, una presa di fiducia, e la convinzione che il successo passi anche da quelle forze invisibili si fa più forte di vittoria in vittoria. Guai a non ripetere esattamente quei piccoli, privatissimi gesti. Occulti. E guai a comunicarli agli altri, a lasciarne traccia, perderebbero la loro efficacia, romperebbero l’incantesimo. Almeno nella nostra testa. Solo una volta Gigi Riva giocò col numero 9, lui che voleva sempre, a tutti i costi l’11. Era il 27 marzo 1967, la partita Italia-Portogallo. Si ruppe una gamba, maledizione.

Tutti gli sportivi intrattengono rapporti intimi con le superstizioni. Michael Jordan fece la storia dello sport con i Chicago Bulls, ma sotto i pantaloncini rossi col toro stampato, indossava sempre quelli di North Carolina. Patrick Roy, superbo portiere di hockey, avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non calpestare le linee rosse e blu del campo. Anche parlare coi pali. “I pali sono miei amici”, dichiarò in un’intervista. Max Biaggi indossa sempre gli stessi slip, Sebastian Vettel ha una medaglietta di San Cristoforo che gli balla nella scarpa, Niki Lauda teneva una monetina nei guanti. Per non parlare di Maradona, che prima di ogni partita del Mondiale 2010 doveva obbligatoriamente seguire questa sequenza scaramantica: scattare una foto con un componente dello staff, telefonare alle due figlie Dalma e Giannina e ricevere negli spogliatoi una copia della prima pagina del quotidiano che celebrava il titolo mondiale conquistato dall’albiceleste nell’86. Poi si sedeva in panchina e seguiva la partita con il rosario avvolto alla mano sinistra.

Ci siamo quasi. La testa è piena, ma dovrebbe essere vuota. Oppure è vuota, e forse dovrebbe essere piena. La tensione chiama, il corpo risponde. Si apre la porta, finito il silenzio, addio pace. Inizia la battaglia.

Ce la faremo anche stavolta?

Close