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Quasi un secolo di digiuno poi il biennio d’oro: da Sampaoli a Pizzi, il Cile “albiceleste” resta padrone d’America

Matteo Luciani

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3 dicembre 2012: la ANFP (federazione calcistica cilena) nomina commissario tecnico della nazionale Jorge Sampaoli. Il tecnico argentino è reduce da anni di grossi successi con l’Universidad de Chile e predilige il modulo 3-3-1-3, lo stesso del suo predecessore, ‘El Loco’ Bielsa. Sembrano entrambi motivi validi per puntare forte sull’allenatore di Casilda.

I risultati non deludono. Sampaoli guida la Roja alla qualificazione per il mondiale in Brasile del 2014. Il cammino nella competizione, poi, è ottimo. Il Cile si qualifica agli Ottavi di Finale dopo aver passato indenne un girone di ferro con Spagna, Olanda ed Australia ed esce soltanto ai rigori contro i padroni di casa al termine di una gara praticamente dominata, con una traversa di Pinilla a tempo scaduto che grida ancora vendetta.

Smaltita la delusione mondiale, i ragazzi di Sampaoli si preparano alla Copa America 2015 da disputare in casa. Passato il girone eliminatorio in scioltezza, Alexis Sanchez e compagni si impongono contro Uruguay e Perù rispettivamente in Quarti di Finale e Semifinale, volando a giocarsi la coppa contro i vice-campioni del Mondo dell’Argentina.

Il cuore rosso non smette di battere ed il Cile realizza un’impresa mai riuscita prima: conquistare un trofeo. La Roja batte Messi e compagni ai rigori, regalando un sogno alla sua gente. Tutto bellissimo.

All’inizio del 2016, però, Sampaoli entra in rotta di collisione con i vertici della federazione. “Non voglio restare ad allenare in Cile un minuto di più”. Il 19 gennaio 2016 il tecnico si dimette sbattendo la porta. Mancano cinque mesi alla Copa America Centenario, edizione speciale della manifestazione per celebrare i cento anni dalla data di fondazione, e i campioni in carica si trovano senza allenatore.

La scelta ricade su Juan Antonio Pizzi, argentino di nascita come Sampaoli ma naturalizzato spagnolo. Il motivo? A metà degli anni Novanta, Pizzi era un animale da gol ma veniva snobbato dalla nazionale del suo paese; decise così di accettare la corte della Spagna e di difendere i colori delle Furie Rosse.

Un altro profeta a tinte albicelesti? In Cile non c’è grossa fiducia ed il debutto nella Copa America Centenario sembra confermare il parere degli scettici. La Roja perde contro l’Argentina e la strada si fa in salita. Sei punti nelle due gare successive, però, riescono a portare Pizzi ed i suoi ai Quarti di Finale. Da qui inizia un’altra storia.

Il Cile asfalta il Messico, sino ad allora tra le nazionali più positive, con un roboante 7-0 e riesce nell’impresa di sconfiggere anche la super favorita Colombia in Semifinale. In Finale è ancora Argentina-Cile, proprio come un anno fa.

Il copione sembra difficile da ripetere, visto lo strapotere offensivo della nazionale argentina e la vena realizzativa mostrata dalla coppia Messi-Higuain. La gara, però, è ruvida e finisce 0-0 anche dopo i tempi supplementari. A questo punto, accade l’imponderabile: Lionel Messi spara alto dal dischetto, il Cile ne approfitta, con Bravo che neutralizza Biglia, e vince la seconda Copa America di fila. Ciò che non è accaduto in 106 anni di storia, si è verificato in soltanto ventiquattro mesi. Una nazionale senza trofei dal 1910 (anno in cui il la selezione cilena disputò la sua prima partita, guarda caso proprio contro l’Argentina) a maggio del 2015, si ritrova oggi con due Copa America in bacheca. Incredibile.

E’ il trionfo di un grande tecnico come Jorge Sampaoli e di un allenatore pragmatico come Pizzi, bravissimo a non stravolgere quanto costruito dall’ex selezionatore cileno in circa tre anni di lavoro, che ‘tradisce’ per la seconda volta la sua terra d’origine.

E’ il successo, soprattutto, di una squadra di uomini veri: in porta la sicurezza Claudio Bravo, ormai colonna portante anche del pluridecorato Barcellona di Luis Enrique; in difesa la coppia centrale composta da Jara e Gary Medel, che garantisce la giusta dose di cattiveria agonistica e di solidità; ci sono poi le stelle Vidal ed Alexis Sanchez, su cui è rimasto ben poco da dire.

Il Cile, però, non è fatto solo di star del calcio internazionale. Questo successo porta alla ribalta anche calciatori come (solo per fare alcuni esempi): Edu Vargas, passato dalle parti di Napoli senza successo, che sta girovagando da anni in Europa con scarsa fortuna e che in nazionale si trasforma, con una media gol semplicemente impressionante; Mauricio Isla, eccellente fino al momento in cui la Juventus chiamò per il grande salto e di cui si sono poi sostanzialmente perse le tracce a grandi livelli; José Fuenzalida, esterno trentunenne uscito dal Cile soltanto per una breve apparizione tra le fila del Boca Juniors, oggi decisivo nel tridente offensivo studiato da Pizzi; Jean Beausejour, terzino sinistro tornato in patria nel 2014 dopo quattro anni senza troppi acuti tra Birmingham e Wigan.

Il merito più grande del Cile è proprio questo: aver trasformato in una corazzata imbattibile, anche al cospetto di una squadra monstre come l’Argentina, un gruppo di giocatori ‘normali’ all’interno dei quali si staglia qualche importante individualità.

Che la festa, dalle parti di Santiago, abbia (di nuovo) inizio.

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Calcio

My Way, analogie tra Frank Sinatra e i tifosi (come lui) del Genoa

Jacopo DAntuono

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Il 14 Maggio 1998 moriva Frank Sinatra, The Voice. Di origini italiane, lo ricordiamo con una passione inaspettata, quella per i colori del Genoa.

But more, much more than this i did it my way. Parole di Frank Sinatra. Il simbolo della musica, quella con la M maiuscola. Seppellito a Los Angeles il 14 maggio 1998 con la sua cravatta del Genoa. Un gesto d’amore nei confronti del club più antico di Italia e della mamma, nata a Lumarzo.

Mentre scrivo ascolto su YouTube i suoi capolavori e penso al suo amore per il grifone. Un’altra stella per il Genoa, oltre a quella di Faber. Due personaggi non da poco. La sua musica anestetizza la sconfitta del derby contro la Sampdoria. E in un certo senso in quelle note musicali così sentite e appassionate  sento un po’ di amore per il vecchio balordo, come amava definirlo la geniale penna di Brera. E tante analogie.

Frank Sinatra ha scritto la storia della musica, del cinema e della tv così come il Genoa ha scritto la storia del football in Italia.  Una squadra di calcio ultracentenaria, che in un lontano passato ha fatto la scorpacciata di titoli prestigiosi e oggi vince soprattutto sugli spalti. Almeno Ventimila cuori animano il Ferraris domenica dopo domenica, una passione che non viene a meno. In casa e in trasferta. Una passione che si rinsalda paradossalmente nelle sconfitte più dolorose. Lo sanno bene i tifosi del Genoa, dai più piccini a quelli coi capelli bianchi.

Ma in un mondo spesso troppo opaco, l’amore incondizionato per la propria squadra del cuore è la scintilla delle emozioni. E’ la scintilla che racconta una storia ricca di tragedie sportive e di grandi vittorie. La stessa scintilla che ha permesso a Frank Sinatra di sfornare degli autentici capolavori in ambito musicale. “Frank Sinatra era di fede genoana. Lo incontrai nel 1978 e mi disse: ‘I have only two faiths: Genova and Genoaha riferito tempo fa Giorgio Calabrese, celebre autore dei testi musicali per Mina. Il simbolo della musica, i tifosi della prima squadra di Italia uniti dalla stessa passione. Analogie non da poco. Che andrebbero celebrate, di tanto in tanto, sotto questa lanterna che vive di passioni sette giorni su sette, tutto l’anno.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Emanuele Catone

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Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


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Pugilato

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

MariaJose Silva Vargas

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Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

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