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Calcio

Quanto costa giocare a calcio? Inchiesta sulle realtà giovanili

Maria Scopece

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Quanto paghereste per giocare a calcio? E per diventare allenatori, quant’è il massimo che riuscirete a mettere sul piatto? Per molti ragazzini diventare un calciatore è un sogno, un desiderio da realizzare attraverso sudore e fatica. Alcuni, poi, sono disposti ad aggiungere all’impegno e al talento anche qualche incentivo economico. Altri ancora, magari manchevoli di talento, si spingono fino a pagare la possibilità di indossare la maglia di un club di prima fascia, e non solo.

Pochi giorni fa è apparsa su “Il Giorno” una lunga inchiesta in due puntate che ha fatto luce sul mondo del sottobosco calcistico. Giulio Mola, giornalista autore dell’indagine, ha fatto luce su una realtà fatta di elargizioni di denaro per ottenere comparsate in squadre importanti o richieste monetarie, o di sponsorizzazioni, a chi vorrebbe sedersi su una panchina in qualità di allenatore. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’autore di questo gioiello di giornalismo sportivo, troppo spesso svilito al mero resoconto cronicistico.

Ci racconta com’è partita la sua inchiesta?

Sono partito mettendo un annuncio su Facebook in cui chiedevo ai miei contatti se avessero mai ricevuto richieste di denaro per poter giocare a calcio. In privato tanta gente mi ha scritto facendo nomi di società, di settori giovanili, molte società importanti alcune di Milano e molto conosciute. Ovviamente non posso citarle perché rischio di prendere una querela.

La sua inchiesta attraversa il panorama calcistico lombardo, a partire dai più giovani.

Esatto, l’idea è arrivata proprio vedendo alcune situazione a livello di calcio dilettantistico. L’inchiesta verte sul panorama lombardo ma pare sia una brutta piaga che sta prendendo piede in tutta Italia. Non è la prima inchiesta, sono partito dai problemi in alcune scuole calcio con finti procuratori che avvicinano le famiglie o con famiglie che avvicinano finti procuratori con la speranza di vedere i figli in qualche grande squadra. Purtroppo questa cosa succede a livelli bassissimi. Poi ho parlato con chi ha dovuto rinunciare troppo presto alla carriera di calciatore o con allenatori che si sono trovati a spasso perché non avevano la spinta giusta benché avessero le qualità.

E’ una situazione nuova?

No, qualche anno fa mi raccontarono del portiere di una squadra sarda, militante in serie D, che è stato costretto a pagare di tasca propria il suo cartellino. Ora ciò che è peggio è calciatori e allenatori sono costretti a pagare per allenare o in alternativa devono portare degli sponsor ed è quello che purtroppo sta succedendo.

Ha avuto riscontri da parte delle autorità preposte ai controlli?

Ieri mi ha chiamato il Coni perché la Procura Generale era molto interessata sia al discorso calcistico sia alla lettera di denuncia dell’allenatore di volley, sempre pubblicata nella mia inchiesta.

Nella seconda puntata del suo reportage, pubblica la lettera di un allenatore del volley che racconta di giocatori che pagano per liberarsi da una squadra. E’ una pratica diffusa anche in altri sport?

Quella del volley è una testimonianza che mi è arrivata in ufficio e mi ha raccontato quello che avviene in campionati minori, in prima seconda e terza divisione dove il vincolo sportivo crea problemi a chi vuole liberarsi ed è costretto a pagare molto. Un altro sport interessato è il ciclismo dove gli sponsor hanno un ruolo molto importante. E in queste vicende, devo riconoscere con rammarico, che c’è molta omertà. Io ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno parlato ma quando poi cerchi delle conferme ti ritrovi persone che ti rispondono con mezze parole. E’ un po’ come la storia del doping, tutti sanno ma pochi parlano.

In questo caso so si può parlare di doping monetario.

Esatto. Qui ci ritroviamo bilanci ingrossati da questi soldi che arrivano in maniera curiosa. Il passo ulteriore è capire se ci sono club che hanno rapporti con la criminalità organizzata. Perché questi soldi da qualche parte finiranno, non saranno rendicontati.  Questo però è un passo successivo.

Ma secondo lei queste pratiche si fermano alle serie minori o toccano anche la Serie B e la Serie A?

E’ difficile avere le prove ma mi hanno parlato anche di persone che hanno pagato per arrivare in squadre primavera importanti e parliamo società di medio alto livello. Il tutto con lo scopo di far fare almeno una comparsata in prima squadra e sappiamo  che questo può capitare, spesso i ragazzi vengono aggregati anche solo per un allenamento. In questo modo il ragazzo avrà un curriculum più pesante e all’allenatore non costa nulla. Per noi è molto difficile distinguere i veri talenti da chi invece ha uno sponsor. Parliamo sicuramente di club di Lega Pro e Serie B ma anche di Serie A. Stiamo parlando di città molto importanti che possono avere club che fanno da ascensore tra la Serie A, la Serie B e la Lega Pro.

Quindi capoluoghi di Regione.

Sì, esatto. Le denunce arrivano da tutte le parti.

E’ curioso come ci siano club di Serie A legati in un qualche modo ad un club di serie inferiore. Penso a quello che poteva essere il rapporto tra Monza e Milan.

Non scopriamo noi che il Monza qualche anno fa ha avuto problemi di questo genere. Non è una notizia che qualche genitore denunciò le richieste di soldi da parte dei dirigenti per far indossare ai loro ragazzi la maglia del Monza. Però questo c’entra poco con il fatto che sia una società satellite. L’anno scorso a Pavia un dirigente ha denunciato i genitori di un ragazzo che si erano detti disposti a pagare per vedere il figlio in squadra con la maglia da titolare. Bisognerebbe indagare in tutti i settori giovanili, dove ci sono illustri sconosciuti che si trovano in squadra perché sponsorizzati.

Queste cose succedono perché è un settore nel quale l’offerta è superiore alla richiesta o perché si sente la crisi anche nel calcio?

Ci sono sempre meno soldi, ci sono società che falliscono e che hanno bisogno di liquidità così si cerca chi ha lo sponsor e chi i soldi li porta direttamente. Credo che sia l’unico vero motivo. E io ora non sto parlando di scuole calcio, perché nelle scuole calcio è giusto che la retta si paghi. Qui si parla di categorie superiori, almeno giovanissimi o allievi.

Qualche anno fa fece scalpore la convocazione in nazionale di Stefano Bettarini. Possiamo immaginare che sia successo qualcosa di simile?

All’epoca Bettarini era chiamato il Signor Ventura. Comunque diciamo che tutto sommato Bettarini ha avuto una carriera importante, ha giocato con Fiorentina e Sampdoria. Certo Bettarini è uno che ha guadagnato e si può concedere dei lussi ma conoscendolo anche di persona mi sentirei di dire di no. Anche perché ne abbiamo visti anche di peggiori in nazionale ma nessuno ne parla perché sono nomi meno in vista. Però mi dicono che queste cose succedono soprattutto per convocazioni in nazionali minori a livello così alto mi sembra difficile.

Invece un caso nel quale non ci possono essere dubbi è quello di Gheddafi nel Perugia.

E’ evidente che se il Perugia fa debuttare il figlio di Gheddafi nel match contro la Juventus qualcosa di curioso ci deve essere, anche considerando che lo stesso Gheddafi era sponsor della Juventus. Ricordo che contro la Juve fece un paio di azioni anche molto goffe. A lui è arrivato un ritorno di popolarità infinito perché anche quei pochi minuti sono diventati virali, soprattutto nel mondo arabo. Quello mi pare il classico esempio di giocatore senza qualità ma con i soldi è riuscito ad arrivare dove non sarebbe mai arrivato.

La sua prossima inchiesta verterà sulla nuova pratica, vigente in alcune società di Lega Pro, di arruolare un Presidente per il settore giovanile. Ci spiega perché questo può nascondere nuove occasioni di malaffare?

Bene, posso dirvi che ci sono tantissime società, soprattutto in Lega Pro, che si sono inventate la figura del presidente del settore giovanile, un ruolo che non esiste perché esiste un dirigente ovvero sia un responsabile, non esiste un presidente. Ecco società di Lega Pro o Serie D arruolano persone senza competenze o qualifiche ma che portano denaro o sponsor ai quali assicurano, in cambio, un posto in squadra per un figlio o un calciatore segnalato da loro. Spesso arrivano denunce alle varie associazioni di dirigenti o allenatori che segnalano queste situazioni. Comunque tornerò su questo argomento.

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4 Commenti

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  1. mirko1516

    dicembre 12, 2016 at 12:45 pm

    Finalmente! Finalmente qualcuno ha il coraggio di mettere nero su bianco la realtà dei settori giovanili di tutta Italia.
    Ciò che spaventa è che dell’omertà e della corruzione che stanno dietro il mondo del calcio TUTTI ne sono a conoscenza, ma i più tacciono per timore di essere esclusi da questo “sistema” marcio, per il quale, probabilmente, hanno già pagato il loro prezzo.
    Ripeto, era ora che qualcuno ne discutesse.

  2. Maria

    dicembre 12, 2016 at 4:04 pm

    Grazie, siamo qui proprio per questo. Se avete segnalazioni di fenomeni simili non avete che da contattarci 🙂

  3. Bortolas Claudio

    dicembre 12, 2016 at 9:00 pm

    Se può interessare vi posso portare il caso di mio figlio Andrea (anno di nascita: 1991)
    Andrea ha giocato “gratis” fino alla categoria Allievi, firmando anno per anno il cartellino per una Società dilettantistica dell’hinterland torinese. L’anno successivo il bivio: firmare il vincolo “a vita” (in realtà fino ai 25 anni di età) oppure trovare un’altra società disposta a pagare il premio di preparazione. Lui aveva “mercato” ed ha cambiato Società. La sua nuova Società, al secondo anno, l’ha utilizzato come fuori quota in prima squadra (serie D). Al terzo anno la Società è fallita, ma lui era a tutti gli effetti un giocatore vincolato. Morale: per potersi svincolare e diventare proprietario del proprio cartellino, oltre ad averci rimesso il concordato rimborso spese (5.000 € per la stagione) ha pagato (in realtà ho pagato io) 1.500 € in contanti ed in nero ad un Dirigente della Società in liquidazione. E ci è andata ancora di lusso, potevano essere ancora più esosi.
    Il vero scandalo è il vincolo delle Società dilettantistiche di calcio che, di fatto, obbligano molti ragazzi, una volta attivati ai 17/18 anni ad una scelta radicale: far riscattare dalla famiglia il proprio cartellino o … smettere di giocare nell’ambito della FIGC.
    Quelli bravini, come Andrea, una soluzione “economica” la trovano, quelli meno bravi che hanno la passione per il giuoco (con la “u” come dicono in Federazione) del calcio, se vogliono continuare a correre dietro ad un pallone devono sganciare. Prendere o lasciare, questa è la triste realtà.

    Scrivetene, fate emergere questa triste realtà. L’Italia, a quanto mi risulta, è l’unica Nazione dove vige questa assurda legislatura. Il vincolo deve essere abolito completamente. Le Società che “preparano” i giovani per Società più importanti devono essere giustamente ricompensate, ma allo stesso modo devono “liberare” i ragazzi che tecnicamente non ritengono all’altezza di far parte delle proprie prime squadre o che non hanno sbocchi in categorie superiori.

    Buon lavoro,
    Claudio Bortolas

  4. GIUSEPPE

    dicembre 13, 2016 at 10:41 am

    Effettivamente e’ cosi. Chiamasi Corruzione tra privati,tutti ne sono a conoscenza ,nessuno ne parla.Occorre aspettare qualche grande inchiesta di qualche magistrato in odore di carriera a seguito di equilibri saltati in seno alla FIGC E LND
    Magari il Tavecchio ne sa qualcosa??????

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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