Connettiti con noi

Calcio

Se il virtuale diventa reale: è nata la e-Ligue 1, il primo campionato ufficiale francese per videogiocatori

Matteo Luciani

Published

on

Ormai ci siamo. Il ‘virtuale’ pallonaro si appresta a diventare ‘reale’. Un processo che nasce ormai diversi anni fa, con i primi videogiochi dedicati al mondo del calcio, e che oggi vede la massima espressione mai raggiunta a livello di popolarità nel mondo.

Per questo motivo, l’interesse in merito a tale materia è divenuto sempre più crescente ed oggi è sfociato addirittura nella creazione del primo campionato francese virtuale su FIFA 17, grazie ad un accordo raggiunto tra la federazione calcistica del paese transalpino e la EA Sports, colosso statunitense che produce da sempre il popolare videogioco.

Il torneo si chiamerà e-Ligue 1 (dove la ‘e’ sta per elettronica) e inizierà già tra poche settimane. I giocatori si sfideranno in una prima parte della competizione detta ‘torneo d’inverno’ (da novembre a gennaio) mentre da febbraio a marzo avrà luogo il ‘torneo primaverile’. Un po’ come l’Apertura ed il Clausura del campionato argentino.

In entrambe le circostanze, avverrà prima una fase eliminatoria e poi una fase finale nazionale. Dai due tornei, infine, emergeranno quattro finaliste che si sfideranno nei play-off di maggio 2017: la fase finale che decreterà il primo vincitore del campionato francese virtuale.

fifa-17-mp4-1200x630

Se nel ‘reale’ a dominare ormai in lungo e in largo la scena nazionale è il PSG, altrettanto si può dire per il ‘virtuale’, col club parigino che ha messo a segno due importanti ‘colpi’ di mercato: il due volte campione del mondo di FIFA August Rosenmeier e la ‘promessa’ Lucas Cuillerier.

Si tratta di un’iniziativa destinata a stravolgere il mondo dei videogames ed il rapporto tra essi e le leghe professionistiche: la e-Ligue1, infatti, sarà a tutti gli effetti il primo campionato di calcio virtuale in Europa a fare capo a una lega professionistica.

Tale primato, ovviamente, non può che inorgoglire il numero uno della LFP (lega calcistica francese), Didier Quillot:

“Siamo davvero orgogliosi di collaborare con EA Sports per il lancio della e-Ligue. Quest’accordo tra una realtà sportiva e una casa produttrice di videogiochi rappresenta una grande novità per il mondo dello sport francese ed europeo. Gli sport elettronici assumono sempre più valore, come testimonia un mercato caratterizzato da diritti di trasmissione, sponsor e merchandising. Siamo felicissimi di dare vita a un progetto così innovativo e che apporterà molti benefici per i nostri club”.

Grossa soddisfazione (e ci mancherebbe) emerge anche dalle parole di Dominique Horn, direttore generale EA per Francia e Benelux:

“Per noi la creazione della e-Ligue 1 è una grande opportunità per incrementare il nostro approccio al gioco inteso come competizione. L’idea è quella di vivere lo spirito agonistico dei nostri giocatori, dai principianti fino ai più forti. Per loro è un’opportunità unica per scrivere la storia rappresentando la propria squadra del cuore”.

Come confermato dal capo della LFP, tra le società già in possesso di un e-team spunta il già citato PSG. L’annuncio dell’accordo con la società specializzata Webedia è di inizio ottobre: la squadra sarà composta da videogiocatori professionisti e (come anticipato) di fama internazionale.

Secondo Fabien Alegre, direttore del settore merchandising del PSG, si tratta di un momento di importanza straordinaria:

“Rientra all’interno di un piano quinquennale attraverso il quale il presidente Nasser Al-Khelaifi intende sviluppare un marchio leader a livello internazionale. Entriamo in questo settore con grandi ambizioni e con il desiderio di includere i nostri colori nella storia di queste nuove discipline”.

I campioni di Francia in carica figurano pure tra le squadre invitate dalla FIFA per partecipare alla FIFA Interactive World Cup del 2017, torneo inaugurato nel 2004 che ha cadenza annuale e il prossimo anno andrà in scena a Londra.

L’obiettivo di Gianni Infantino è quello di promuovere e diffondere ancora maggiormente la presenza dei club professionistici in tale settore; pertanto la Fifa ha deciso di invitare non solo le squadre già provviste di una propria rappresentativa “elettronica”, ma anche società che ufficialmente non ne sono dotate. All’interno di tale gruppo, figura una sola italiana: il Genoa del presidente Preziosi.

La maggior parte delle società che hanno costruito il proprio e-team, infatti, figura tra Inghilterra e Germania. In Premier League, il primo club a ingaggiare un videogiocatore professionista è stato il West Ham con un caso del quale vi avevamo già parlato alcuni mesi fa: il 24enne Sean Allen, più conosciuto come “Dragonn”.

Gli Hammers sono stati seguiti a ruota dal Manchester City dello sceicco Mansour, che ha ufficializzato l’acquisto del talento Kieran “Kez” Brown.

In Germania, invece, i club ‘pionieri’ sono stati Wolfsburg e Schalke 04. A loro potrebbero presto aggiungersi ben altre otto squadre tedesche: Bayern Monaco, Borussia Mönchengladbach, Bayer Leverkusen, Amburgo, Werder Brema, Colonia, Hertha Berlino e Ingolstadt.

Un club teutonico molto popolare come il Borussia Dortmund, invece, sembra essere piuttosto scettico sulla materia ritenendo che sia troppo difficile predisporre una connessione naturale tra i videogiochi di calcio e le altre sezioni del club.

In Spagna, il Valencia del neoallenatore italiano Cesare Prandelli ed il Deportivo Alaves hanno mostrato sin da subito interesse per l’argomento mentre in giro per l’Europa bisogna citare su tutti: Sporting Lisbona, Ajax e Besiktas. In territorio sudamericano, invece, a fare da padroni in campo virtuale sono il River Plate in Argentina ed il Santos in Brasile.

E l’Italia? La prima squadra italiana ad aver messo sotto contratto uno dei più forti giocatori italiani del videogioco dell’EA Sports non è il Genoa (pur invitato da Infantino alla FIFA Interactive World Cup, come detto) ma i ‘cugini’ blucerchiati della Sampdoria.

Il protagonista della storia è Mattia Guarracino, noto maggiormente col nome di “Lonewolf92”, sei volte campione tricolore e campione europeo di EMS IX (torneo organizzato dalla Electronic Sports League), oltre che medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 2011 in Corea del Sud e agli Europei polacchi.

Che sia solo il viatico per un’esplosione del movimento anche in Italia?

bannervideogames

Comments

comments

Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

Published

on

Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

Published

on

Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

Published

on

La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

Comments

comments

Continua a leggere

Trending