In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, è tornato a parlare l’ex numero 1 della FIFA, Joseph Blatter, tornando sui retroscena che portarono alla sua sospensione e soprattutto alla vicenda legata all’assegnazione dei Mondiali di Calcio in Qatar nel 2022. Ne avevamo parlato nell’estate 2015 e la nostra inchiesta di allora trova conferme nelle parole dello svizzero.

Tutti ci chiedevamo che fine avesse fatto Sepp Blatter, dopo che lo scandalo del FIFA GATE aveva investito la sua presidenza nell’estate del 2015. Quello che ne susseguì fu una devastante apertura di un Vaso di Pandora profondissimo dal quale uscirono tangenti, mail compromettenti e chi più ne ha più ne metta. A farne le spese proprio lui, il numero uno della FIFA e a cascata anche Michel Platini, presidente UEFA, per una consulenza un po’ troppo onerosa. Entrambi sospesi e al loro posto Infantino (delfino di Le Roi) e Ceferin, lo slovacco che vorrebbe la finale di Champions a New York. Nel calderone ardente dell’inchiesta spuntarono anche i Mondiali di calcio di Russia 2018 e Qatar 2022 e, nello specifico, la correttezza dei criteri di assegnazione della competizione mondiale. In particolare quelli del piccolo e supertecnologico emirato incastonato nella penisola arabica, grande poco più dell’Abruzzo con meno di 2 milioni di abitanti.

Ce lo siamo chiesti tutti: come è possibile che la FIFA abbia individuato nel Qatar il miglior candidato per i Mondiali?

Gli interrogativi sono tanti e spesso non trovano risposte plausibili o, quanto meno, credibili. In Qatar le temperature sono torride e l’idea di giocare in Estate, quando il caldo è ancora più pesante, hanno portato la Federazione mondiale ad uno spostamento nel periodo compreso tra novembre e dicembre con finale prevista per il 18. Un palliativo visto che anche in Inverno il clima qatariota è rovente.

Altra stranezza legata in questo caso a dinamiche organizzative è quella relativa alla costruzione degli stadi: è prevista la realizzazione di 11 nuovi impianti collocati in un’area a 30 chilometri circa dalla capitale Doha. Impianti che a guardarli lasciano a bocca aperta (almeno i progetti) ma che, a Mondiali terminati, verranno smantellati per la loro inutilità vista la risicatezza del movimento calcistico qatariota, per poi essere donati all’Africa, come ha fatto sapere il governo dell’emirato.

Ma la vera cosa triste (ma più che triste, allarmante e vergognosa) in questa faccenda, tralasciando l’aspetto pleonastico del costruire delle “cattedrali nel deserto“, riguarda la condizione di lavoro che gli operai devono soffrire ogni giorno: orari infiniti sotto il sole cocente, abitando in baracche fatiscenti, privati di qualsiasi diritto. Ricordiamoci, infatti, che il Qatar è uno stato in cui vige la legge islamica che, tra le altre cose, prevede la kafala, un sistema secondo il quale il lavoratore proveniente da un Paese estero, una volta accettato un lavoro, diviene, nei fatti, di proprietà del suo datore, al quale consegna il passaporto. Secondo un rapporto redatto da ITUC (International Trade Union Confederation), sono già 1300 gli operai morti e si prevede che il numero possa salire fino a 4000 entro il 2022, anno dei Mondiali. E questo aspetto era stato ampiamente approfondito su queste pagine da Valerio Curcio.

Ma la vera preoccupazione del momento è rappresentata dalla posizione geografica e dal suo ruolo poco chiaro nell’età del terrorismo: il Qatar è situato nel cuore del Medio Oriente, vicino di casa di quei territori che negli anni hanno visto crescere cellule integraliste e terroristiche che, nella peggiore delle ipotesi, potrebbero cogliere l’occasione per organizzare attentati e mostrare al mondo intero la propria potenza e supremazia. Ma questa paura è confutata paradossalmente da una paura ancora peggiore che vedrebbe, almeno secondo le recenti accuse globali, il Qatar come Stato finanziatore dell’ISIS o affini.

Per tutti questi motivi in fase di candidatura l’emirato sembrava essere il Paese meno indicato per ospitare i Mondiali di calcio, considerato quello a più “alto rischio” dalla stessa FIFA, visto anche l’elenco delle concorrenti tra cui i favoritissimi Stati Uniti e l’Australia.

E qui entra in scena il colonnello Sepp che rompe gli argini nell’intervista al Corriere della Sera, dicendo la sua senza mezzi termini: “Il comitato esecutivo aveva un’intesa: la Coppa del Mondo 2018 doveva andare alla Russia, quello dopo agli Usa. Era un ponte ideale: le nazioni che erano state in guerra fredda per anni venivano riunite dal calcio”

Ma come andarono le votazioni?

Oltre al consenso degli Stati mediorientali facenti parte della Commissione FIFA dell’epoca (Qatar, Turchia, Cipro ed Egitto), l’emirato ha ottenuto anche il voto di Giappone, Corea del Sud e Thailandia. Proprio quest’ultima pare che abbia appoggiato la candidatura come conseguenza di un accordo vantaggioso per la fornitura di gas, prima fonte di guadagno del Qatar, verso la PTT, società energetica pubblica del Paese del Sudest asiatico.

Poi ci sono stati i voti da parte delle Federazioni Sudamericane ed Europee, tra le quali spicca quella francese.

Ma come mai la Francia ha fortemente caldeggiato la candidatura del piccolo ed inadeguato emirato?

“Sepp, ho un problema e se ce l’ho io ce l’hai anche tu. Sarkozy mi ha chiesto di votare per il Qatar e mi ha detto che anche i miei amici devono andare in quella direzione”. Questo quanto dichiarato da Platini, secondo Blatter, in una telefona intercorsa tra i due.

Facciamo un passo indietro e torniamo alla fine del 2010 e precisamente al 23 novembre: in quell’occasione ci fu una cena a Parigi, all’Eliseo, in cui parteciparono l’allora Presidente francese Sarkozy, il numero uno dell’UEFA Michel Platini, e il figlio di Hamad bin Khalifa Al Thani, Tamim, all’epoca dei fatti principe ereditario, oggi emiro. La telefonata di Platini a Blatter avvenne proprio quel giorno.

I temi trattati durante quella cena sono sconosciuti  ma, al contrario, sono ben noti gli avvenimenti che hanno fatto seguito. Dieci giorni dopo, il 2 dicembre, la FIFA si riunisce per decidere in merito all’assegnazione dei Mondiali del 2018, dove la spunterà la Russia e, congiuntamente, si decide sull’aggiudicazione di quelli del 2022, andati, appunto, al Qatar.

La curiosità, in merito a questa vicenda, sta nel fatto che la Francia nella figura di Sarkozy e Platini, per la manifestazione del 2022, concede l’appoggio al piccolo stato medio orientale. Più curiosa ancora, c’è l’acquisizione pochi mesi dopo, da parte del Qatar di Airbus francesi, ma non solo. L’emirato qatariota, rappresentato da Nasser Al-Khelaifi, acquista il club parigino del PSG versando a Colony Capital, colosso americano e proprietario della squadra, cento milioni di euro totali, attraverso il fondo di investimento Qatar Investment Authority, creato nel 2003, per l’appunto da Tamim bin Khalifa Al Thani, il partecipante alla cena all’Eliseo.

Il QIA, oltre al Paris Saint-German, detiene quote rilevanti all’interno di grandi multinazionali e in diversi settori: dalla Disney alla Volkswagen, fino ad arrivare al Credit Suisse e alla Agricultural Bank of China. La cosa insolita è che, tra gli asset del fondo sovrano, figura anche una partecipazione rilevante (quasi il 13%) della società Lagardère, gruppo francese, operante nei media e nell’industria aeronautica, da sempre vicino a Sarkozy.

I rapporti tra l’allora Presidente francese e il Qatar vanno ben oltre la mera conoscenza diplomatica: si tratta di vera e propria amicizia, tradotta nel tempo attraverso azioni significative da parte dell’emirato. Il supporto alla Francia per la guerra in Libia e in Siria, così come la promessa di ingenti investimenti (si parlava di 1 miliardo di euro) per la riqualificazione urbanistica e lavorativa delle Banlieue, i quartieri periferici e abbandonati della Francia. Impegno, poi, disatteso in occasione delle elezioni di Hollande del 2012, successore di Sarkozy. In seguito, però, Al Thani è riuscito a cucire fitte relazioni anche con il nuovo Presidente, rilanciando la quota di “aiuti” fino a 50 miliardi. E sempre Sarkò francese per poco non stava per diventare presidente del PSG, sempre per volere dell’emiro.

Ma non è finita : Al Jazeera, l’emittente araba leader nel mercato medio orientale, con la sua “figlia minore” Al Jazeera Sport, nel 2010, annuncia l’acquisto dei diritti di trasmissione in esclusiva di Champions League ed Europa League fino al 2015 e, nel 2012, approda nel mercato francese con il canale  beIN Sport, facendo concorrenza al monopolista Canal+, attraverso abbonamenti a prezzi stracciati.

Dulcis in fundo, il figlio dell’ormai ex numero uno dell’UEFA, Laurent Platini venne assunto dalla Qatar Sports Investments che, guarda caso, è la società organizzatrice dei Mondiali del 2022.

Ma se è vero che due indizi fanno una prova, è altrettanto credibile che la mancata assegnazione dei Mondiali 2022 agli Stati Uniti deve aver indispettito non poco gli alti vertici sportivi statunitensi che, di fatto, sono stati i principali aizzatori di tutto lo scandalo FIFA GATE e della dipartita di Blatter, il quale, però, ha sottolineato che a volere la sua testa furono principalmente gli inglesi, ancora offesi per i mancati Mondiali del 2018 in favore della Russia. “Abbiamo inventato noi il calcio”, così avrebbero risposto al colonnello.

Insomma siamo alle solite. Sull’invenzione del calcio si fa a botte tra chi può legittimarne la reale paternità. Su chi l’ha rovinato, invece, calma piatta e porte sbarrate. E come ti sbagli.

 Qatar 2022

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