Passaporti sequestrati dai datori di lavoro. Migliaia dollari pagati ad agenti nel proprio paese per ottenere l’impiego. Abitazioni fatiscenti e sovraffollate. Salario medio di 220 dollari al mese, spesso più basso di quanto pattuito inizialmente. Continuo ritardo nei pagamenti, che diviene un espediente per ricattare chi vanta un credito presso l’impresa. Permessi di soggiorno non forniti o non rinnovati, con conseguente impossibilità di circolare liberamente, pena l’arresto per reato di clandestinità e il rimpatrio senza poter riscuotere le mensilità pregresse. Minacce di essere consegnati alla polizia per chi protesta o chiede aiuto.

Sono questi gli abusi subiti dai lavoratori nepalesi, indiani e bengalesi che stanno costruendo gli stadi di Qatar 2022. Le loro condizioni sono esposte dettagliatamente nel report pubblicato il 31 marzo da Amnesty International, che ha intervistato oltre 200 lavoratori immigrati in Qatar per costruire le strutture che faranno da scenario alla Coppa del Mondo. In particolare, l’ONG ha ascoltato 132 dei 3.200 operai impegnati nei lavori presso il Khalifa Stadium, destinato ad essere il primo stadio pronto per l’utilizzo, e 99 operatori impegnati nella manutenzione degli spazi verdi intorno al complesso sportivo dell’accademia calcistica Aspire. Un piccolo ma significativo campione degli 1,7 milioni di immigrati che compongono oltre il 90% della forza lavoro del Qatar.

Foreign workers in Doha, Qatar

La maggior parte degli abusi elencati sono resi possibili dal sistema della kafala, per il quale i lavoratori sono “affidati” all’impresa che li assume, senza avere la possibilità di cambiare impiego, di rinnovare i documenti o di lasciare la nazione indipendentemente dal volere del proprio datore di lavoro. Nel caso più eclatante, avvenuto nell’aprile 2015, ad alcuni lavoratori nepalesi è stato impedito di andare a trovare i propri cari dopo il devastante terremoto che ha colpito il loro paese. Secondo Amnesty, la propagandata riforma che sulla carta ha abolito la kafala alla fine del 2015 non cambierà di fatto le dinamiche di potere tra i lavoratori immigrati e i datori di lavoro. Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, ritiene che “in un contesto in cui il governo qatariota è apatico e la FIFA è indifferente, è quasi impossibile che la Coppa del Mondo abbia luogo senza abusi sui lavoratori”.

Facendo leva sul danno d’immagine che ne ricavano, Amnesty sta facendo pressione sui principali sponsor della FIFA, come Adidas, Coca-Cola e McDonald’s, affinché spingano il governo del calcio mondiale a muoversi nella lotta allo sfruttamento. Allo stesso tempo, la ONG chiede che la FIFA costringa il Qatar a intervenire efficacemente sulle condizioni di lavoro, prima che si raggiunga la fase di picco delle costruzioni, prevista a metà del 2017. Tra le altre cose, il neoeletto Gianni Infantino viene invitato a programmare ispezioni da parte della FIFA presso i luoghi del futuro Mondiale e a renderne pubblici i risultati.

Lo stesso giorno della pubblicazione del rapporto di Amnesty, la FIFA ha parlato per bocca del suo Head of Sustanaibility, Federico Addiechi, che ha gettato acqua sul fuoco riconoscendo l’operato del Comitato Supremo, l’ente governativo qatariota che coordina la realizzazione delle infrastrutture per la Coppa del Mondo.

Tuttavia, i media internazionali sono tornati sulla questione il 14 aprile, quando è uscita l’inchiesta indipendente sulla FIFA e i diritti umani commissionata dalla FIFA stessa al professore di Harvard John Ruggie. Il Ruggie Report comprende venticinque raccomandazioni che il governo del calcio mondiale dovrebbe seguire, tra cui quella di “includere i diritti umani nei criteri con cui si valutano le proposte di ospitare i tornei e considerarli un fattore fondamentale nella scelta del paese ospitante”.

La FIFA non può imporre i diritti umani nelle nazioni, ma per ospitare un torneo internazionale ce ne sono alcuni che bisogna rispettare”, ha dichiarato l’accademico in un’intervista a The Guardian. “Se non lo si fa, bisogna prendere decisioni difficili, il che può significare anche dover terminare una relazione esistente”.

La scelta di abbandonare il Qatar come paese ospitante sembrerebbe, però, troppo estrema anche per la “nuova” FIFA di Gianni Infantino, che invece di una marcata discontinuità con la precedente amministrazione ha scelto il low-profile comunicativo. Come se non bastasse, la presenza dell’italo-svizzero nelle liste dei Panama Papers non dà certo sollievo a chi sperava in un cambiamento radicale ai vertici del calcio mondiale.

Costretto da più parti a fornire una risposta concreta alla chiamata di Amnesty, Infantino ha recentemente annunciato la creazione di un gruppo di osservatori indipendenti sul rispetto diritti umani in Qatar, incontrando il favore della ONG, che si aspetta azioni efficaci per far sì che la Coppa del mondo 2022 non sia costruita “sul sangue, sul sudore e sulle lacrime dei lavoratori migranti”.

Il 2022 arriverà e si giocheranno quelli che probabilmente saranno i mondiali più discussi della storia moderna del calcio. Per gli appassionati eticamente più attenti, oltre a essere i mondiali dello sfruttamento, saranno i mondiali sulla cui assegnazione pesano importanti accuse di corruzione e di accordi sanciti durante cene all’Eliseo. Per i più tradizionalisti, saranno i mondiali giocati d’inverno e in un paese senza un tradizione calcistica. Per tutti gli altri, sarà solo un altro mondiale di uno sport che forse, ad alti livelli, sarà diventato mero intrattenimento.

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