I tragici fatti di Parigi – ovviamente – portano tutti a chiedere maggiore sicurezza, in ispecie nei luoghi affollati da migliaia di persone come possono essere gli stadi, i teatri, le discoteche e le arene per concerti.

E’ infatti evidente che i controlli personali debbano essere – oggi – accurati per il periodo di tempo necessario a mettere l’auspicabile parola fine alla minaccia terroristica. Così come è oggi lapalissiano, come scritto nel mio precedente articolo, che determinate soluzioni architettoniche adottate allo Stadio Olimpico sotto il nome della safety – e mi riferisco espressamente alla divisione delle curve – siano in realtà l’antitesi della sicurezza, alla luce delle mutate esigenze.

Se, quindi, dopo Parigi è necessario cambiare prospettiva, ciò va fatto sotto un profilo valutativo, vale a dire considerando quale sia al giorno d’oggi il rischio minore all’interno di uno stadio, perché vi è una sicurezza “interna” che riguarda lo spettatore che ivi si reca in una situazione di normalità, e una sicurezza di tutela dal rischio esterno, vale a dire – oggi – dalle azioni terroristiche, senz’altro più pericolose e offensive di quattro ragazzotti che fanno un coro spiacevole o espongono uno striscione non particolarmente oxfordiano.

Ed allora alla luce di ciò si deve rivedere tutto il piano di sicurezza che era stato inizialmente meditato dal Prefetto Gabrielli per supposte esigenze di safety piuttosto che per il rischio reale cui tutti oggi pensiamo.

Per far meglio percepire al lettore, quindi, cosa è un pretesto e cosa invece è una necessità opportuna e reale, dobbiamo operare una netta distinzione tra ciò che – a livello di sicurezza – è stato originariamente pretestuoso, e che oggi potrebbe però essere necessario, e ciò che invece è necessario e invece viene pretestuosamente mantenuto.

Ricordate quando Bush e Blair decisero di attaccare Saddam? Beh, il pretesto fu quello di aver saputo che il dittatore iracheno aveva armi di distruzione di massa. La notizia di intelligence si rivelò poi una fandonia, ma tanto bastò per destituire Hussein e contribuire a creare il caos che oggi vediamo.

Con i dovuti distinguo, visto che qui parliamo solo di sport, questo è quello che è inizialmente avvenuto a Roma con la questione della divisione delle curve dell’Olimpico e la conseguente fuga dei tifosi dai settori più popolari, divenuta eclatante in occasione del derby: anche in questo caso il prefetto Gabrielli si è letteralmente inventato – per lo meno nei numeri – un sovraffollamento delle curve dell’Olimpico sostenendo che invece di 8.700 tifosi, ogni domenica ve ne erano 11-12.000 e che questa sarebbe stata la ragione per la detestata opera di divisione.

Non occorre, infatti, essere Pico della Mirandola per capire come il dato sia falso: i settori delle curve vedono l’apertura un paio di ore prima del kick off e basta dividere il dato di 2300-3300 tifosi in eccedenza per 120 minuti per arrivare ad un numero oscillante tra 19 e 27 scavalcamenti al minuto, cosa che chiunque frequenti abitualmente lo stadio Olimpico sa che non è vera, visto che gli scavalcamenti nell’ambito dello stesso settore in primis non portano ad un sovraffollamento, trattandosi di tifosi già entrati, in secundis si conta(va)no sulle dita di una mano.

Si deve quindi immaginare che il Prefetto si riferisse ad ingressi irregolari ai tornelli di accesso, magari da parte di persone con biglietti di altri settori. Beh, questo per certo è avvenuto, anche se in misura enormemente inferiore ai numeri indicati dal Prefetto per giustificare il suo intervento architettonico, ma comunque non sposta la questione: se il problema è ai tornelli di ingresso, perché magari uno steward fa entrare l’amico dell’amico, cosa c’entra la divisione interna di un settore da sempre storicamente unito?

Nulla, ed infatti chi ha ideato la divisione dei settori delle curve – e si è iniziato dall’Olimpico – è Adriano Galliani che già ne aveva parlato nel 2014.

Quando al Prefetto è stato fatto notare che – al di là di striscioni di dubbio gusto e contestazioni feroci ma pur sempre non violente – in Curva Sud/Nord non accade nulla da almeno dieci anni, lo stesso si è trincerato dietro un inglesismo: safety, sicurezza e qui veniamo alla seconda parte del discorso, da attualizzare con il dopo Parigi.

“Io sono il Prefetto e se qualcuno si sente male e le scale non sono libere, alla fine della fiera sono io il responsabile”.

Giusto.

C’è da chiedersi per quale ragione però il Prefetto, entrato in carica nell’Aprile 2015, non abbia sentito la medesima esigenza per i concerti rock che si sono tenuti allo Stadio Olimpico, con un prato pieno di migliaia di persone e gente che sostava beatamente sulle scale e sui ballatoi senza che venissero multati, daspati o convocati al commissariato per la ramanzina.

Anche questa, infatti, è una balla colossale.

La verità è che Roma è un progetto pilota e non è un caso che il Dott. Roberto Massucci, già numero due  – ma in realtà numero uno – dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive sia oggi Capo di Gabinetto della Questura di Roma: si era promesso che con la “tessera del tifoso” le famiglie sarebbero tornate negli stadi, ed invece si è ulteriormente burocratizzata la vita del tifoso, costretto ad estenuanti trafile per potere acquistare biglietti per le trasferte e – soprattutto – si è avuto un ulteriore calo degli spettatori negli stadi, dato che non è mai stato in crescita, proprio a causa delle draconiane misure di questi signori che – se realmente credono nelle misure che loro stessi adottano – probabilmente mostrano di non capire nulla di cosa è il calcio in Italia, un Paese con impianti che risalgono al dopoguerra o al dopo Italia ’90 in cui si pretende di applicare regole forse applicabili per gli stadi del futuro.

Appurato, quindi, che la safety era stato un pretesto per debellare quello che ieri, per il Prefetto, era il rischio maggiore e che oggi è il rischio minore, di fronte ai fatti di Parigi ciò che inizialmente era sicuramente un pretesto potrebbe oggi essere considerato una necessità.

Ciò è vero, ma non per qualsiasi intervento in precedenza effettuato.

Se, quindi, le perquisizioni ossessive prima non avevano granché senso, considerato il rischio minimo che si voleva scongiurare, ora debbono essere necessariamente tollerate, sia pur auspicandone la temporaneità, visto che tutt’altro è il rischio da tutelare.

Certo, andrebbero del tutto rimodulate, poiché non ci si possono più permettere assembramenti come quelli che si è soliti vedere dalle parti dell’obelisco, con migliaia di persone accalcate per entrare al primo varco di controllo.

E visto che mi piace essere propositivo, sarebbe quindi necessario un primo prefiltraggio nel quale si controlli unicamente il titolo di accesso, senza compararlo con il documento di identità, da esibire invece una volta varcati i tornelli di ingresso o in una fase intermedia, per poi essere sottoposti alla rituale perquisizione.

Se precedentemente il sottoscritto detestava la barriera inserita in curva per la sua palese, antitradizionale e provocatoria inutilità e per i disagi di cui era stata foriera, ora ritiene che la stessa debba, ancor più, essere rimossa proprio per le superiori ragioni di sicurezza che si sono evidenziate ed avuto riguardo al maggior rischio che si prospetta, visto che troppe divisioni che “ingabbiano” i tifosi sono la cosa più pericolosa che possa esserci qualora si scateni il panico in un settore.

Quando una emergenza superiore sovrasta ed azzera una emergenza – o supposta tale – inferiore è anche il momento di rivedere e rimodulare le decisioni prese, soprattutto al fine di non riproporre l’antico costume costume italico per il quale la stalla si chiude quando i buoi sono scappati.

Lorenzo Contucci

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