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Giochi di palazzo

Pretesti e Necessità

Lorenzo Contucci

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I tragici fatti di Parigi – ovviamente – portano tutti a chiedere maggiore sicurezza, in ispecie nei luoghi affollati da migliaia di persone come possono essere gli stadi, i teatri, le discoteche e le arene per concerti.

E’ infatti evidente che i controlli personali debbano essere – oggi – accurati per il periodo di tempo necessario a mettere l’auspicabile parola fine alla minaccia terroristica. Così come è oggi lapalissiano, come scritto nel mio precedente articolo, che determinate soluzioni architettoniche adottate allo Stadio Olimpico sotto il nome della safety – e mi riferisco espressamente alla divisione delle curve – siano in realtà l’antitesi della sicurezza, alla luce delle mutate esigenze.

Se, quindi, dopo Parigi è necessario cambiare prospettiva, ciò va fatto sotto un profilo valutativo, vale a dire considerando quale sia al giorno d’oggi il rischio minore all’interno di uno stadio, perché vi è una sicurezza “interna” che riguarda lo spettatore che ivi si reca in una situazione di normalità, e una sicurezza di tutela dal rischio esterno, vale a dire – oggi – dalle azioni terroristiche, senz’altro più pericolose e offensive di quattro ragazzotti che fanno un coro spiacevole o espongono uno striscione non particolarmente oxfordiano.

Ed allora alla luce di ciò si deve rivedere tutto il piano di sicurezza che era stato inizialmente meditato dal Prefetto Gabrielli per supposte esigenze di safety piuttosto che per il rischio reale cui tutti oggi pensiamo.

Per far meglio percepire al lettore, quindi, cosa è un pretesto e cosa invece è una necessità opportuna e reale, dobbiamo operare una netta distinzione tra ciò che – a livello di sicurezza – è stato originariamente pretestuoso, e che oggi potrebbe però essere necessario, e ciò che invece è necessario e invece viene pretestuosamente mantenuto.

Ricordate quando Bush e Blair decisero di attaccare Saddam? Beh, il pretesto fu quello di aver saputo che il dittatore iracheno aveva armi di distruzione di massa. La notizia di intelligence si rivelò poi una fandonia, ma tanto bastò per destituire Hussein e contribuire a creare il caos che oggi vediamo.

Con i dovuti distinguo, visto che qui parliamo solo di sport, questo è quello che è inizialmente avvenuto a Roma con la questione della divisione delle curve dell’Olimpico e la conseguente fuga dei tifosi dai settori più popolari, divenuta eclatante in occasione del derby: anche in questo caso il prefetto Gabrielli si è letteralmente inventato – per lo meno nei numeri – un sovraffollamento delle curve dell’Olimpico sostenendo che invece di 8.700 tifosi, ogni domenica ve ne erano 11-12.000 e che questa sarebbe stata la ragione per la detestata opera di divisione.

Non occorre, infatti, essere Pico della Mirandola per capire come il dato sia falso: i settori delle curve vedono l’apertura un paio di ore prima del kick off e basta dividere il dato di 2300-3300 tifosi in eccedenza per 120 minuti per arrivare ad un numero oscillante tra 19 e 27 scavalcamenti al minuto, cosa che chiunque frequenti abitualmente lo stadio Olimpico sa che non è vera, visto che gli scavalcamenti nell’ambito dello stesso settore in primis non portano ad un sovraffollamento, trattandosi di tifosi già entrati, in secundis si conta(va)no sulle dita di una mano.

Si deve quindi immaginare che il Prefetto si riferisse ad ingressi irregolari ai tornelli di accesso, magari da parte di persone con biglietti di altri settori. Beh, questo per certo è avvenuto, anche se in misura enormemente inferiore ai numeri indicati dal Prefetto per giustificare il suo intervento architettonico, ma comunque non sposta la questione: se il problema è ai tornelli di ingresso, perché magari uno steward fa entrare l’amico dell’amico, cosa c’entra la divisione interna di un settore da sempre storicamente unito?

Nulla, ed infatti chi ha ideato la divisione dei settori delle curve – e si è iniziato dall’Olimpico – è Adriano Galliani che già ne aveva parlato nel 2014.

Quando al Prefetto è stato fatto notare che – al di là di striscioni di dubbio gusto e contestazioni feroci ma pur sempre non violente – in Curva Sud/Nord non accade nulla da almeno dieci anni, lo stesso si è trincerato dietro un inglesismo: safety, sicurezza e qui veniamo alla seconda parte del discorso, da attualizzare con il dopo Parigi.

“Io sono il Prefetto e se qualcuno si sente male e le scale non sono libere, alla fine della fiera sono io il responsabile”.

Giusto.

C’è da chiedersi per quale ragione però il Prefetto, entrato in carica nell’Aprile 2015, non abbia sentito la medesima esigenza per i concerti rock che si sono tenuti allo Stadio Olimpico, con un prato pieno di migliaia di persone e gente che sostava beatamente sulle scale e sui ballatoi senza che venissero multati, daspati o convocati al commissariato per la ramanzina.

Anche questa, infatti, è una balla colossale.

La verità è che Roma è un progetto pilota e non è un caso che il Dott. Roberto Massucci, già numero due  – ma in realtà numero uno – dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive sia oggi Capo di Gabinetto della Questura di Roma: si era promesso che con la “tessera del tifoso” le famiglie sarebbero tornate negli stadi, ed invece si è ulteriormente burocratizzata la vita del tifoso, costretto ad estenuanti trafile per potere acquistare biglietti per le trasferte e – soprattutto – si è avuto un ulteriore calo degli spettatori negli stadi, dato che non è mai stato in crescita, proprio a causa delle draconiane misure di questi signori che – se realmente credono nelle misure che loro stessi adottano – probabilmente mostrano di non capire nulla di cosa è il calcio in Italia, un Paese con impianti che risalgono al dopoguerra o al dopo Italia ’90 in cui si pretende di applicare regole forse applicabili per gli stadi del futuro.

Appurato, quindi, che la safety era stato un pretesto per debellare quello che ieri, per il Prefetto, era il rischio maggiore e che oggi è il rischio minore, di fronte ai fatti di Parigi ciò che inizialmente era sicuramente un pretesto potrebbe oggi essere considerato una necessità.

Ciò è vero, ma non per qualsiasi intervento in precedenza effettuato.

Se, quindi, le perquisizioni ossessive prima non avevano granché senso, considerato il rischio minimo che si voleva scongiurare, ora debbono essere necessariamente tollerate, sia pur auspicandone la temporaneità, visto che tutt’altro è il rischio da tutelare.

Certo, andrebbero del tutto rimodulate, poiché non ci si possono più permettere assembramenti come quelli che si è soliti vedere dalle parti dell’obelisco, con migliaia di persone accalcate per entrare al primo varco di controllo.

E visto che mi piace essere propositivo, sarebbe quindi necessario un primo prefiltraggio nel quale si controlli unicamente il titolo di accesso, senza compararlo con il documento di identità, da esibire invece una volta varcati i tornelli di ingresso o in una fase intermedia, per poi essere sottoposti alla rituale perquisizione.

Se precedentemente il sottoscritto detestava la barriera inserita in curva per la sua palese, antitradizionale e provocatoria inutilità e per i disagi di cui era stata foriera, ora ritiene che la stessa debba, ancor più, essere rimossa proprio per le superiori ragioni di sicurezza che si sono evidenziate ed avuto riguardo al maggior rischio che si prospetta, visto che troppe divisioni che “ingabbiano” i tifosi sono la cosa più pericolosa che possa esserci qualora si scateni il panico in un settore.

Quando una emergenza superiore sovrasta ed azzera una emergenza – o supposta tale – inferiore è anche il momento di rivedere e rimodulare le decisioni prese, soprattutto al fine di non riproporre l’antico costume costume italico per il quale la stalla si chiude quando i buoi sono scappati.

Lorenzo Contucci

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  1. Bruno

    novembre 23, 2015 at 7:23 pm

    Come al solito un sempre ottimo Lorenzo Contucci!

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Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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Giochi di palazzo

Luglio 2007: quando la Formula Uno si trasformò in una Spy Story

Luigi Pellicone

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Di questi tempi, nel 2007, la Formula Uno veniva scossa da eventi che cambiarono per sempre il dorato mondo dell’automobilismo. Accadde di tutto e nulla fu come prima. Vi raccontiamo questa incredibile spystory.

12 luglio. Una data che segna lo spartiacque nel mondo della F1.  11 anni fa, la McLaren è convocata dalla FIA. L’accusa è pesante: spionaggio industriale. Inizia la Spy-Story, a meta fra un romanzo noir e una storia da 007.

CAPITOLO I – TELEFONATE NOTTURNE FRA AMICI DELUSI

Tutto ha inizio a Maranello: inverno 2006,  grande Freddo in casa Ferrari. Jean Todt è prossimo a lasciare la gestione sportiva. Un ruolo ambitissimo: per prestigio, storia, stipendio. Fra gli aspiranti alla poltrona c’è Nigel Stepney. Coordinatore della squadra meccanici, nonché collante fra la dirigenza modenese e il reparto corse. Nigel è in Ferrari da anni: Todt ha cieca fiducia in lui, ma come organizzatore. Non da dirigente. Non a caso, il francese sceglie come successore Stefano Domenicali. Stepney è deluso, protesta. Richieste respinte al mittente con perdita.

Ricusato, non la digerisce. Accumula frustrazione. Ci vorrebbe un amico. Chi? Ma si, Mike. Meglio sentirlo…

Mike è Mike Coughlan, amico e collega di Nigel  ai tempi della Tyrrel, anni ’90. Adesso lui lavora alla McLaren e fa il progettista. I contatti fra i due si infittiscono. Arriva la primavera, dopo un inverno passato al telefono e qualche parola di troppo. Controprova, il GP d’Australia

In quel di Melbourne, Kimi Raikkonen centra la pole position. E però, c’è qualcosa di strano: i commissari di corsa girano intorno la Ferrari come api intorno all’alveare. Evidentemente, cercano qualcosa. Ma cosa? Ispezione. Negativo. La Ferrari è in regola, sebbene  “qualcosa” di non meglio specificato sia al limite delle regole, pur non violandole. Però qualcosa sotto c’è. Eh già, proprio sotto. La McLaren chiede chiarimenti sulla regolamentazione delle zavorre a bordo delle monoposto.  Che cooooosa? Insinuate che la rossa vinca grazie a un sistema che garantisca un assetto perfetto sia in accelerazione che in frenata? Ma come vi permettete? E, sopratutto, come sapete queste cose?

CAPITOLO II – CHI E’ LA TALPA?

Allarme rosso. Qualcuno ha spifferato. Todt e Domenicali ne sono certi. E ne hanno ben donde. Il sistema progettato per le monoposto di f1 è INVISIBILE a occhio nudo e alle verifiche tecniche, che hanno il compito di misurare l’altezza del fondo piatto dall’asfalto e la eventuale flessibilità. Chi ha parlato? Chi poteva sapere? Vuoi vedere che Nigel…

Stepney da qualche tempo non bazzica i circuiti. E non è felice. Vuole un ruolo importante, in pista, laddove si sfida la fisica e l’aerodinamica. E allora cosa fa? Alza il telefono e chiama Mike. Hai visto mai se in McLaren c’è posto per un vecchio amico…

Una telefonata di troppo, questa volta dall’ufficio.

Errore fatale. Todt e Domenicali, insospettiti, avevano predisposto un sistema di controllo delle chiamate in entrata e uscita. Mail comprese. Nigel era già sospettato, dopo l’Australia. Però un indizio è solo un indizio. La telefonata, il secondo, è una coincidenza. La terza, però, è la prova: la McLaren, in particolare Coughlan, è in possesso di mail che indicano tutti gli standard utili per apprezzare l’efficienza di una monoposto in gara. Quanta roba. Troppa per resistere alla tentazione. Coughlan chiama Jonathan. Jonathan è Jonathan Neal. Gli sottopone i documenti. Le informazioni passano ai piloti. In McLaren, accanto a un giovanissimo Hamilton, c’è Fernando Alonso. Uno che, al contrario di Nigel, sogna il percorso inverso. Vuole la Ferrari: in McLaren, alle prese, con quel ragazzino così arrogante, non si trova proprio a suo agio. Intanto Coughlan recita la parte dell’amico del cuore: sponsorizza Stepney a Ron. Ron è Ron Dennis, boss di Woking. Bene, il grande capo McLaren non stima Nigel. Anzi, non lo vuole vedere neanche in fotografia. L’astio affonda le radici in un tradimento (vabbè allora è un vizio): Stepney era amico di Barnard, simpatico a Dennis quanto la criptonite a Superman..

CAPITOLO III – LA FUGA DI NOTIZIE

Intanto il circus è a Montecarlo, dove accade qualcosa di insolito. I meccanici come consuetudine, passano al setaccio le Ferrari ai box. Cosa c’è li, vicino al serbatoio? Fertilizzante. E chi diavolo ha messo quel fertilizzante? Domenicali ordina di smontare la monoposto. Tutti a rapporto tranne uno. Nigel, che cavolo c’è nel tuo armadietto? E perché quella polverina è cosi simile a quella trovata ai box? No, non è simile, è proprio identica.

SABOTAGGIO. NIGEL, SEI LICENZIATO.  Dalle verifiche effettuate sul computer dell’ormai ex dipendente, emerge la verità: scambio di mail fra Stepney e Coughlan. Non contento, Nigel, accecato dalla rabbia, cosa fa? In barca, mentre si corre il GP di Barcellona, consegna, così come sono, i progetti della Ferrari. Coughlan ha del materiale che scotta. Per raffreddarlo, si confina in una copisteria di bassissima lega in Inghilterra. Sfortunatamente, il gestore del negozio è un tifoso della Ferrari. Oltre alle copie richiesta dal cliente, ne tiene qualcuna per se. E dove le invia? Esatto. A Maranello. Boom.

CAPITOLO IV – L’AUTODISTRUZIONE

La Ferrari ha le prove. Ed è anche incazzata visto che il Mondiale sta prendendo una brutta piega. Todt chiama i legali a rapporto. Ci sono gli estremi per lo spionaggio industriale? Sissignore, che ci sono.Quanto basta per inchiodare la McLaren in Italia e in Inghilterra. Semaforo verde alla carta bollata. Detto, fatto. La vicenda si conclude. L’8 settembre, quando si corre a Monza, la Mc Laren è raggiunta da avviso di garanzia. Una settimana dopo è squalificata dal mondiale costruttori e condannata a 100 milioni di dollari di risarcimento. Coughlan sospeso, Stepney depennato dalla F1.

E dal lato sportivo? Beh, anche qui, c’è una bella storia da raccontare: Hamilton, a due gare dal termine è in vantaggio su Raikkonen di ben 17 punti. E ne ha anche 10 su Alonso. In Cina, però, si ritira. Vince il finlandese che si porta a -7.  Ultima GP. In Brasile la McLaren si presenta con due piloti in testa al Mondiale. E riesce a perderlo: il cambio tradisce l’inglese che non va oltre il settimo posto finale. L’iride è a portata di mano di Alonso, che è terzo, e lì rimane, dietro le due Ferrari in fuga. Vince la Ferrari. Evviva la Ferrari campione del mondo: 110 punti Raikkonen, 109 Alonso ed Hamilton. A pensare male ci si chiede: Alonso che passerà in Ferrari non ha attaccato volutamente? In realtà quel pomeriggio la monoposto dello spagnolo non andava proprio anche perché superando Massa secondo avrebbe vinto il Mondiale. Si vociferò inoltre che il distacco dalla Rossa fosse frutto di un sabotaggio tecnico della McLaren che, pur di sfavorirlo (Hamilton da sempre il prediletto di Dennis), gli avrebbe manomesso l’assetto se non addirittura montato pneumatici già consumati. Ma queste sono solo voci e tali resteranno. C’è poi una seconda teoria che apre ad una domanda: è mai possibile che una squadra squalificata per la spy story portasse uno dei suoi piloti al titolo Mondiale? Chissà.

E Nigel? Cerca di ricostruirsi una verginità scrivendo un libro: Red Mist. Nebbia Rossa. Pagine dal contenuto così forte che nessuna casa editrice trova la forza o la voglia di pubblicarlo. Del resto, le querele costano. E andare in guerra con Ferrari o McLaren non è igienico. Rischi di sporcarti. E allora? Nel dubbio che quanto scritto fosse solo ricerca di vendetta, il manoscritto resta nel cassetto. O nei file. E la verità? Chiedetela al destino. Il 2 maggio 2014 Nigel scende dalla sua auto ed è travolto e ucciso e porta con sé tutti i segreti di questa vicenda.

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Calcio

Calcio tedesco: nonostante il Mondiale, un modello da seguire

Massimiliano Guerra

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Un fallimento. Inutile girarci attorno ma quella della Germania in Russia per i Campionati del Mondo è stato un totale fallimento. Una brutta figura perché la nazionale tedesca da Campione del Mondo in carica si è fatta eliminare in un girone abbastanza agevole, arrivando addirittura ultima, battuta nell’ultimo match da una Corea del Sud che non aveva nulla da chiedere. Molti si sono affrettati a parlare di crisi del calcio tedesco o della dimostrazione che il modello di calcio fatto in Germania non è più valido.

Una tesi però non corretta perché a differenza di quello che sta accadendo in Italia o in Olanda, per citare due tra le grandi escluse e deluse dell’ultimo Mondiale, il fallimento della nazionale tedesca non è stato causato da una crisi sistemica, ma da una serie di fattori che hanno inciso in maniera negativamente decisiva: scelte sbagliate di Low, tanti giocatori sazi che non sono riusciti a dare il 100%, un po’ (tanta) presunzione che è stata fatale nelle tre partite del girone. Detto questo il calcio tedesco rimane comunque uno dei sistemi e di modelli più all’avanguardia del calcio europeo e mondiale. Ecco perché.

Gioventù: Partiamo dal Mondiale. La Nazionale tedesca era sesta squadra più giovane della competizione iridata, terza se vogliamo considerare solo chi ha già vinto la Coppa del Mondo, dietro sola Francia e Inghilterra. Un dato molto importante dato che la Germania si presentava in Russia con i galloni di Campione e soprattutto una rosa di altissima qualità. Il fallimento poi è stato inaspettato quanto rispettoso di una “tradizione” che vede i campioni del mondo uscire al primo turno nella successiva edizione.  Passiamo poi a quello che succede in Bundesliga. Il campionato tedesco dei cinque maggiori europei è quello che ha l’età media più bassa. Le società tedesche puntano sui giovani e lo fanno realmente: nella classifica dei campionati e delle squadre più giovani del continente, stilata dal Cies, la Germania è al 12° posto, prima tra i top campionati europei, seguita dalla Francia al 17°, dalla Spagna al 20° e dall’Inghilterra addirittura 29°. Non benissimo l’Italia in 24° posizione, in virtù dei 27,37 anni in media dei calciatori impiegati. E nella massima serie teutonica le prime due classificate sono il Lipsia con 23.2 di media e il Bayer Leverkusen con 23.8.

Nella classifica dei club, tra i  primi 100 più giovani, la Germania può vantare ben 8 club. Nessuno come lei. Dati importanti che se sommati all’alta specializzazione che i tecnici tedeschi stanno portando avanti fa si che il calcio tedesco sia sempre più all’avanguardia. I cosi detti Laptop trainer, di cui abbiamo già ampiamente parlato, come Thomas Tuchel (ex Borussia Dortmund, ora al PSG) a Roger Schmidt (Bayer Leverkusen), da André Schubert (Borussia Mönchengladbach) a Julian Nagelsmann (Hoffenheim), dallo svizzero-tedesco Martin Schimdt (Mainz) a Christian Streich (Friburgo) hanno sfruttato gli imponenti investimenti della Federazione tedesca dopo la sconfitta nei Mondiali del 2006 e hanno totalmente stravolto il ruolo dell’allenatore. Di conseguenza anche lo sviluppo dei giocatori giovani è stato modificato regalando alla Germania una serie sterminata di giovani talenti.

Tirando le somme il calcio tedesco, al netto della brutta figura in Russia, rimane di gran lunga il modello da seguire per ambire ad uno sviluppo innovativo e moderno del calcio, lontano da alcune vecchie considerazioni che stanno bloccando la crescita del movimento calcistico nel nostro paese.

 

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