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Giochi di palazzo

Presidenziali USA, con chi stanno gli atleti a stelle e strisce? Tyson con Trump, Magic con Clinton. Un tuffo nella “politica sportiva”

Leonardo Ciccarelli

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L’8 novembre 2016 ci saranno le elezioni che eleggeranno il 45º presidente degli Stati Uniti, successore del democratico Barack Obama, in carica negli otto anni precedenti, ineleggibile in quanto ha raggiunto il limite di due mandati previsto dal XXII emendamento della Costituzione statunitense.
Nel pomposo mondo a stelle e strisce, in una politica governata dalle lobby, senza timore di nascondere determinati finanziamenti, anche il mondo dello sport e dello spettacolo è pronto a schierarsi per l’una o per l’altra parte. L’endorsement come direbbero dall’altra parte dell’Oceano.
Ma chi sta con Hillary Clinton e chi con Donald Trump?
Guardando gli schieramenti si capisce fin da subito il tipo di elettori a cui mirano i due candidati. L’ex first lady punta su un elettore moderato, aperto, con un livello culturale medio alto e con una visione tantrica di come dovrebbero essere gli Stati Uniti. Il miliardario (che qualche anno fa era il principale candidato a rilevare la franchigia dei Nets e successivamente quella dei Clippers in NBA) ha dei sostenitori più rudi e meno elitari, che in passato si sono contraddistinti per dei commenti tipici di Trump, e molto lontani dalla moderazione di cui si parlava prima.
Si è schierato immediatamente Magic Johnson, la leggenda dei Lakers e proprietario dei Los Angeles Dodgers, che crede in Hillary Clinton e la vede già con la vittoria in tasca: “Sarà un grande presidente per il popolo americano e farà in modo che ognuno di noi abbia una voce, dichiarazioni simili anche di Cato June, linebacker degli Indianapolis Colts dell’NFL.
Restando nel Football anche Michael Bennet, che ha vinto il SuperBowl con i Seahawks, sostiene la candidata democratica anche se in precedenza il suo voto alle primarie è stato per Bernie Sanders.
Il passaggio da Sanders alla Clinton è stato fatto anche da Ronda Rousey, bronzo a Pechino 2008 nel judo ed attualmente tra le più grandi atlete della UFC, la lega leader delle arti marziali miste. La Rousey non è l’unica olimpionica a tenere per Hillary, con lei anche la medaglia d’argento nel pattinaggio artistico ai XVIII Giochi olimpici invernali di Nagano Michelle Kwan. La Kwan, 5 volte campionessa del mondo, ha motivato la sua adesione alla campagna alla Clinton per la vicinanza della candidata alle minoranze etniche. L’atleta è infatti figlia di immigrati cinesi.
La campagna di Hillary, che potrebbe portarla ad essere la prima donna presidentessa degli Stati Uniti, ha avuto grande sostegno dal gentil sesso ed infatti una delle più grandi calciatrici della storia USA Abby Wambach ha chiesto alle donne uno sforzo per aiutare la candidata in questa impresa e qualche mese fa ha organizzato una marcia in New Hempshire insieme all’attrice Lena Dunham.
Un impegno concreto e reale è stato dato anche da Billie Jean King, fondatrice della WTA e considerata una delle più grandi tenniste della storia dall’alto dei suoi 12 titoli singolari, 16 titoli di doppio e 11 titoli di doppio misto nel Grande Slam, sostiene la Clinton attivamente fin dal 2013. La King è da sempre una delle più grandi sostenitrici della lotta contro il sessismo nello sport e nella società. La partita di tennis per la quale il pubblico la ricorda di più è la Battaglia dei sessi del 1973, nella quale sconfisse Bobby Riggs, vincitore del singolare a Wimbledon, che è stato il numero 1 al mondo negli anni 1941, 1946 e 1947.
Tornando alla pallacanestro, da sottolineare la vicinanza di Jason Collins, primo atleta a dichiararsi omosessuale in una lega americana, e di Kareem Abdul-Jabbar, che alle primarie ha sostenuto Bernie Sanders ma che al The Post ha scritto un bellissimo articolo sulla Clinton che si conclude con “Eleggere Clinton è importante non solo per mantenere l’integrità degli Stati Uniti, ma anche per prevenire una tendenza internazionale che rischia di scatenare un trionfo di odio e paura sulla ragione“. Classe sul parquet. Classe sul giornale per Gancio Kareem.
All’altro angolo troviamo gli sportivi che sostengono Trump però e sono davvero tantissimi. Essendo lo sport, in particolare quello americano, ad alto contenuto testosteronico, un candidato come Donald Trump fa furore nel mondo a stelle e strisce e sono davvero molti gli atleti di grande livello che si sono schierati di fianco al candidato repubblicano, a cominciare da “Iron Mike” Ditka, uno dei più grandi Tight End della storia del Football che parla di un Trump con “Il fuoco dentro. Lui farà grande l’America“. Dello stesso avviso il golfista John Daly, da sempre amico di Trump.
Tornando all’NFL ha fatto scalpore la “discesa in campo” di Tom Brady dato che uno con la sua popolarità può davvero spostare gli equilibri essendo uno dei più grandi quarterback di tutti i tempi, anche se parla di “Sostegno ad un amico” più che di vicinanza politica (anche se la stella dei Patriots non ha mai nascosto le sue simpatie per il Partito Repubblicano), ed è anche importante l’investitura di Herschel Walker, olimpionico nel ’92 ed Heisman Trophy 1982 (la più grande onorificenza del college football). Per lui “Ogni cosa che si dice negativa di Trump è non vera, Donald sarà un grande presidente degli Stati Uniti”. Anche il leggendario, quanto controverso Terrell Owens, secondo in classifica ogni epoca per yards ricevute, sostiene Trump: “Ha quello che serve per cambiare il modo in cui il governo viene eseguito. Detto ciò, Trump, sei assunto”.
Non potevano mancare appoggi dal mondo della Nascar a Donald Trump, lui che ha spesso investito nelle corse. Michael Waltrip, uno dei più longevi piloti della categoria, e soprattutto Brian France, il Ceo della lega, si sono schierati apertamente con il candidato repubblicano.
Nel mondo del wrestling si è schierato con Trump anche Hulk Hogan, forse il più iconico wrestler della storia, e Jesse Ventura, Hall of Famer della lega di McMahon che però negli Stati Uniti si è creato una carriera come teorico del complotto che forse mina la credibilità di Trump più che accrescerla.
Ci sono poi gli amici di vecchia data di Donald Trump, come Mike Tyson. L’ex campione dei pesi massimi si è spesso esibito negli alberghi del candidato, ad Atlantic City con un’amicizia sincera che dura fin dagli anni ’80 ed il sostegno dell’atleta di Brooklyn è stato pressoché immediato. Oltre a Tyson anche altri amici, come il tre volte campione NCAA Urban Meyer e come il leggendario coach Bob Knight. Il sostegno in dagli atleti dell’Indiana per Trump è notevole, oltre a Knight infatti si sono schierati Lou Holtz, head coach a Notre Dame per il football, Digger Phelps, sempre di Notre Dame, sempre head coach, ma per il basket, Gene Keady, per 25 anni allenatore a Purdue, sempre nell’Indiana che si erge a rappresentante dei tre grandi college degli hoosiers: “Indiana State, Purdue e Notre Dame pronti a sostenere Trump per combattere gli avversari“.
Anche dal mondo del Baseball, Trump ottiene consensi. John Rocker, controverso ex giocatore MLB ha rilasciato un’intervista esclusiva al Daily Caller per annunciare tutto il suo supporto al Partito Repubblicano.
Ultimo, ma non ultimo, Dennis Rodman.
Rodman non poteva mancare perché quando c’è da schierarsi, The Worm è sempre presente. Dopo le missioni fallimentari in Corea del Nord, per allentare le tensioni con gli Stati Uniti e la Corea del Sud insieme al suo amico Kim. Dopo la spedizione negativa in Siria per parlare con l’Isis, Dennis Rodman dice che il sostegno a Donald Trump è un dovere morale: “Non abbiamo bisogno di un politico, siamo stanchi delle parole. Ci serve un imprenditore che faccia rifiorire l’America“.
Tutto in attesa dell’8 novembre dunque. La notte delle elezioni. Ricordiamo che, come previsto dal secondo articolo della Costituzione, è eleggibile alla carica presidente ogni cittadino degli Stati Uniti per nascita, residente negli Stati Uniti per almeno quattordici anni e con un’età pari o superiore a 35 anni. I partiti politici maggiori nominano i propri candidati avvalendosi di elezioni primarie, tenute in tutti gli Stati con modalità diverse. Il sistema elettorale prevede un’elezione semidiretta; il presidente è infatti eletto a maggioranza assoluta, per un mandato di quattro anni, dal collegio elettorale, composto da 538 grandi elettori, eletti tramite elezione diretta il martedì successivo al primo lunedì del novembre dell’ultimo anno del mandato del presidente in carica. Ogni stato federato elegge un numero di delegati pari ai rappresentanti dello stesso stato al Congresso, ripartizione che tiene conto anche della consistenza della popolazione e quindi soggetta a revisione periodica in un sistema, quello delle elezioni negli Stati Uniti, tra i più cervellotici e complicati di tutto il pianeta.
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Calcio

USA, Messico e Canada “United”per i Mondiali del 2026: se gli affari scavalcano i muri e la Politica

Massimiliano Guerra

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E’ ufficiale: gli Stati Uniti, Messico e Canada co-ospiteranno la Coppa del Mondo 2026. La candidatura unificata sotto il nome United, per l’appunto, ha ottenuto il trofeo più importante di tutti battendo la concorrenza del Marocco con una percentuale del 67% dei voti totali (l’Italia ha votato per il paese nordafricano). L’aspetto più importante è adesso quello di capire quale sia la ripartizione delle 80 partite totali: secondo quanto presentato al momento della candidatura dal trio oltreoceano, gli Stati Uniti ne ospiteranno 60 mentre il Messico e il Canada solo 10 a testa. Tante partite sì, perché quel Mondiale sarà formato da ben 48 squadre da 16 gruppi, vale a dire una vera e propria rivoluzione rispetto alle 32 squadre attuale. C’è però da capire però la ripartizione reale delle partite che si disputeranno: un gran vantaggio che hanno questi paesi è l’abbondanza di stadi che essi hanno sui loro territori. In effetti, anche con un totale di 80 partite da giocare, è chiaro che alcune partite verranno giocate anche in piccoli stadi di città non grandissime. Non è però da scartare l’idea che si possano costruire anche altre strutture in città che già ne hanno più di uno. C’è anche la necessità di trovare un meccanismo tale da garantire alle squadre di non fare lunghi viaggi, attraversando da est a Ovest gli Usa tra una partita e l’altra, nella prima parte del torneo. Ecco come oggi potrebbe essere suddiviso il calendario dei 16 gruppi:

Gruppo A: Los Angeles (due sedi)

Gruppo B: Phoenix e Las Vegas

Gruppo C: Miami e Orlando

Gruppo D: Washington, DC, e Philadelphia

Gruppo E: New York e Boston

Gruppo F: Seattle e Vancouver (due partite in Canada)

Gruppo G: San Diego e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo H: Toronto e Montreal (tre partite in Canada)

Gruppo I: Pasadena e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo J: San Jose e Santa Clara

Gruppo K: San Antonio e Dallas

Gruppo L: Città del Messico (due sedi; tre partite in Messico)

Gruppo M: Monterrey e Houston (due partite in Messico)

Gruppo N: Chicago e Detroit

Gruppo O: New York e Montreal (due giochi in Canada)

Gruppo P: Atlanta e Nashville.

Dopo la fase a gironi, il numero di partite e quindi di stadi necessari per ospitarle, sarebbe ridotto. Sulla base del modello proposto il Messico e il Canada potrebbero ospitare tre partite a testa nel primo turno ad eliminazione diretta a 32 squadre. Lo scenario più logico sarebbe quindi quello che vede la partita di apertura allo Stadio Azteca, che ha anche ospitato due finali della Coppa del Mondo nel 1970 e nel 1986, mentre la finale, sarebbe con tutta probabilità essere giocata a New York o a Los Angeles al Rose Bowl di Pasadena che ospitò l’atto finale tra Brasile ed Italia nel ‘94 con temperature infernali.

Come ha dichiarato il presidente della Us Soccer, Sunil Gulati“Le trattative per la spartizione delle partite non è stata facile perché tutti i paesi ne volevano di più, ma alla fine abbiamo trovato un accordo”. Un accordo quindi tra Stati Uniti, Messico e Canada (che diventa con Stati Uniti, Svezia e Germania, uno dei paesi ad aver organizzato sia un Mondiale maschile, sia uno Femminile) in un momento politico così delicato tra questi tre Stati è già una notizia. E’ stato proprio Gulati poi a darci una notizia ancora più importante e cioè come sia nato tutto con la benedizione del presidente Trump: “La candidatura dei tre paesi ha avuto il pieno sostegno del presidente anche se l’attacco al Messico è stato uno dei temi principali della sua campagna elettorale. I colloqui con il presidente, effettuati da un intermediario negli ultimi 30 giorni, hanno rivelato come il presidente abbia supportato e incoraggiato la collaborazione con il Messico. Certo ci sono  preoccupazioni circa l’arrivo di squadre e appassionati da tanti paesi del Mondo in relazione alle restrizioni in materia di immigrazione, ma siamo certi che troveremo una soluzione”.

Dunque Trump mentre da una parte minaccia il rafforzamento di muri divisori dal Messico e annuncia giri di vite sul tema dell’immigrazione, dall’altra combatte la guerra commerciale con il Canada, ma apre ad una collaborazione per organizzare una competizione che muoverà tantissima gente nell’arco di più di un mese. Un comportamento ambivalente, che però proprio Gulati spiega: “Una Coppa del Mondo in Nord America, con 60 partite negli Stati Uniti, sarebbe, di gran lunga, la Coppa del mondo di maggior successo nella storia della FIFA, in termini economici”. Ecco allora che si spiega tutto. Trump da uomo d’affari, prima che uomo politico, ha fiutato l’occasione per poter rilanciare l’economia statunitense nel lungo periodo e un affare da quasi “un miliardo di dollari”, non può essere buttato via così a cuor leggero. Quindi lo sport (supportato da un pesante aspetto economico) potrebbe in un modo o nell’altro abbattere le divisioni tra Stati e soprattutto mitigare le tensioni che in Nord America negli ultimi mesi si sono accumulate in maniera quasi sconsiderata. Sia a Nord che a Sud.

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Calcio

La Casa de Julen

Lorenzo Semino

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Il piano di Lopetegui e della Federazione per mettere a segno un colpo mondiale si complica improvvisamente: la resistenza è appena cominciata o la casa di carta si sgretolerà al primo colpo di vento? Fernando Hierro e Sergio Ramos potrebbero avere la risposta.

Mai mettere i piedi in testa alla federazione spagnola, parola di Rubiales.

L’avventura del successore designato di Del Bosque con le Furie Rosse si è fermata a metà strada, dopo una lunga passeggiata di salute verso il primo posto nel girone di qualificazione al Mondiale ormai in arrivo.

LE SEI E VENTISEI – Alle 17.26 il Real Madrid comunicava l’arrivo di Julen Lopetegui sulla panchina dei Galacticos a partire dalla prossima stagione. A Krasnodar le lancette segnavano le sei e ventisei, il ticchettio costante ed incessante non avrebbe mai fatto presagire un epilogo del genere. Antonio Conte, già sicuro del posto al Chelsea al termine del campionato europeo, nell’estate del 2016 portò l’Italia sul tetto del mondo per qualche giorno proprio con la vittoria sulla Spagna. L’ex tecnico del Porto non prenderà invece mai parte al “suo” Mondiale in seguito al clamoroso esonero, comunicato dalla Federcalcio spagnola a distanza di poche ore dall’annuncio del suo approdo al Santiago Bernabeu. Tutta colpa del colpo di testa di Zidane o a sancire la fine del patriarcato sono state modalità, tempistica e la mancata comunicazione da parte dello stesso Lopetegui a Rubiales? Scherzi a parte, senza dubbio la seconda opzione.

Fernando Hierro si trova in mano una rosa senza scrupoli, disegnata da un tecnico dalle idee chiare e senza mezze misure. Forse troppo? Nato e cresciuto fra i grandi club di Spagna, la versione cartacea di FourFourTwo faceva notare in tempi non sospetti come la grande esperienza di Lopetegui (anche nelle vesti di commentatore tecnico) sarebbe stato l’asso nella manica per non farsi domare nemmeno dai media ispanofoni. Media che ora rischiano di farlo davvero a pezzetti. Squadra troppo forte per essere vera? Dipende, perché nella selezione delle 23 Furie Rosse non sempre Lopetegui ha tenuto conto di numeri e fama mondiale. La chiamata di Rodrigo Moreno Machado al posto di Alvaro Morata ne è un esempio, il benservito a Marcos Alonso per far spazio a un terzino destro come Odriozola la prova del nove.

CASA DE PAPEL –Vediamo le conseguenze solamente quando sono di fronte alle nostre narici” è una fra le tante massime pronunciate dal personaggio Tokyo nella serie televisiva più discussa del 2018 e del paese. Spicca la saggezza di Mosca, città che El Profesòr Julen non vedrà da vicino nelle vesti di allenatore della Spagna, per un gesto ritenuto come poco assennato.

Sergio Ramos, nel frattempo, pone le basi per un patriarcato ergendosi a capopopolo. Nel giorno in cui la Spagna si prepara ad accogliere Aquarius, Lopetegui salta giù dal carro proprio come Tokyo in sella alla sua Enduro e la Nazionale si getta in mare, pronta a rispondere solamente a sé stessa, il capitano del Real Madrid manda un messaggio in mondovisione dalle mura di Krasnodar: “Siamo la Nazionale, rappresentiamo uno stemma, due colori, una tifoseria, un paese intero. La responsabilità ed il nostro impegno sono tutti con voi e per voi. Ieri, oggi e domani: uniti”. Di questi tempi, aggiungerei: “Noi siamo la resistenza”.

Non ditelo a Fernando Hierro, che potrebbe avere in tasca l’origami vincente per mettere a segno il colpo perfetto. Mentre si scatena la bufera, comincia un vero patriarcato.

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Calcio

PSG vs FPF: un rapporto complicato

Emanuele Sabatino

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Il Paris Saint-Germain rischia seriamente di essere sanzionato dalla Uefa per aver infranto le regole del Financial Fair Play dovuto alle grandi spese della scorsa finestra di mercato estiva.

Il board della Uefa ha dichiarato che indagherà sulle finanze dei campioni di Francia dopo l’acquisizione di Neymar, record mondiale per un trasferimento, dal Barcellona e di Mbappe’ dal Monaco.

Le punizioni però non sono del tutto chiare: quella più leggera sarebbe una cospicua multa da pagare, le altre, sempre probabili, vanno dalla restrizione della rosa fino alla vendita forzata di alcuni giocatori per rientrare nei limiti dei regolamenti posti dalla UEFA. Altra ipotesi è quella del blocco del mercato come accaduto anche ad altre compagini.

Il presidente del club Nasser Al-Khelaifi ha aspramente criticato la decisione della UEFA di investigare affermando con forza che le finanze del club sono assolutamente in ordine e rispettose del FFP.

Il fulcro del problema che viene contestato alla squadra campione di Francia è quello di spendere soldi che non ha ma il magnate del Qatar ha ribadito all’Equipe che tutti i soldi spesi provengono da fonti lecite e legittime:

Per me onestamente sarebbe alquanto sorprendente, anormale e scandaloso essere sanzionato. Abbiamo sempre seguito le regole. E’ vero che la UEFA è stata molto dura durante i nostri colloqui e qualche volta ingiusta. Noi abbiamo fatto nulla di sbagliato. Loro sanno da dove vengono i nostri soldi. Non abbiamo debiti e abbiamo dato loro tutte le garanzie del caso”.

A rincarare la tesi ci ha pensato ieri Javier Tebas, numero uno della Liga Spagnola che ha sostenuto l’Uefa nell’apertura dell’indagine nei confronti del club transalpino, augurandosi che venga escluso dalle competizioni europee per “aver barato economicamente e le squadre eliminate da loro sono state vittime delle loro trappole”. Il suo attacco non riguarda solo il PSG ma anche il Manchester City, anch’esso in mano agli emiri e sempre nel mirino degli ispettori Uefa per le spese folli sul mercato.

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