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Predrag Stojakovic, il miglior tiro che non sia mai entrato

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Compie oggi 41 anni Pedrag Stojakovic, uno delle mani più educate della Storia Nba. Un cecchino, il cui destino fu legato indiscutibilmente al tiro più importante della sua carriera.

Ci siamo.

È il momento.

20 secondi al termine della partita.

Bibby palla in mano sul lato destro con Bryant addosso.

Consegnato nelle mani di C-Webb.

Ribaltamento per Brother Hedo.

Partenza andando a sinistra.

Shaw rimane piantato a terra.

Arriva l’aiuto di Fox.

Palla a Peja e…

È una macchina”. Quante volte in ambito sportivo l’abbiamo detto o sentito? Tante, forse troppe. La genesi di quest’affermazione si ha nel momento in cui lo spettatore viene completamente tramortito dalla straordinarietà di quello a cui sta assistendo. E quando all’uomo una cosa appare come irripetibile in prima persona, egli tende impulsivamente a non considerare l’ipotesi che ci sia qualcuno appartenente alla sua stessa razza che possa riuscirci. Da qui la metafora sovra citata.

Si tratta di un modo di dire abituale ma inopportuno, perché tra i due termini vi sono delle differenze piuttosto significative.

Quale caratteristica propria della macchina è irrintracciabile nell’uomo? L’infallibilità. Un marchingegno progettato per fare canestro da metà campo, una volta messo in moto e piazzato dove deve stare, brucia la retìna presumibilmente all’infinito, o almeno fino all’avvento di qualche guasto tecnico, mentre anche il miglior specialista di tutti i tempi è destinato a sbagliare con una certa ciclicità – tranne Jamal Crawford in “206 mode” ON, di questo ne sono più che convinto.

E poi le persone hanno un cervello (o almeno così si dice). Pensano, provano emozioni e le loro gesta vengono influenzate da ciò che le circonda. Questo cambia tutto, in special modo se sei uno sportivo professionista e, a maggior ragione, se giochi a pallacanestro e sei un tiratore.

Il mondo dei tiratori è diverso da quello degli altri giocatori.

È fatto di strisce, di alti e bassi; di momenti in cui te la senti e vedi il canestro talmente immenso da poter tirare bendato, con la mano debole ed essere più che convinto di riuscire a segnare; di partite in cui invece non metteresti nemmeno un tiro aperto, con metri di spazio a disposizione.

La testa domina la mano e dunque capita che, se vedi la prima conclusione andare dentro, le altre saranno solo una conseguenza di quell’atto iniziale. Acquisti fiducia che si tramuta in un maggior numero di tiri tentati. Non ti fermi. Viceversa se sbagli puoi prendere paura ed andare completamente fuori ritmo, facendoti domare dalle tue sensazioni fino a nasconderti dietro ai tuoi avversari, sparendo in qualche modo dal campo.

Dall’esito del primo tiro di un match può dipendere l’impatto che il singolo tiratore avrà sullo stesso.

E d’altra parte se lo diceva anche uno come Juan Sebastian Veròn – pur praticando un altro sport – che dal primo pallone toccato avrebbe capito subito che tipo di partita sarebbe andato a fare, da fenomeno o da fantasma (nella maggior parte dei casi barrate A), un fondo di verità questa teoria la deve avere per forza.

La quotidianità cestistica per uno shooter è qualcosa di arduo con cui confrontarsi e passa attraverso una speciale metamorfosi alla quale è obbligato a sottoporsi. Deve modificare la sua natura trasformandosi in qualche cosa di meccanico, di  non condizionabile, per vivere in campo come se fosse una di quelle statuine presenti nelle bolle di vetro natalizie col polistirolo a fare da neve finta.

Sottovuoto. Non deve sentire se non di riflesso, scevro da qualsivoglia evento esterno che lo possa far pensare anche solo un millisecondo, frazione che può fare la differenza tra un pulito schiaffo del nylon e una mattonata in zona ferro.

È tutt’altro che facile, perché un conto è sparare da tre nel campetto sotto casa coi tuoi amici. Un altro è farlo nelle minors con qualche centinaia di persone – a star larghi – che ti guardano. Un altro ancora è vedersi consegnare in mano da Hedo Turkoglu il pallone che può voler dire NBA Finals e, visti i New Jersey Nets della stagione 2002, probabilmente titolo. Alla ARCO Arena di Sacramento. Di fronte a 17317 tifosi a cui se ad inizio anno avessero detto che la loro stagione sarebbe dipesa da una bomba del miglior tiratore della lega dell’epoca, in angolo, da solo, avrebbero iniziato a Novembre la parata per le strade della città californiana.

Il contesto in cui le azioni vengono compiute è di imprescindibile importanza e la sera del 2 Giugno 2002 la cornice a Sacramento aveva sicuramente un qualche cosa di apocalittico. Non c’entrava il fatto che fosse una gara 7 o che si giocasse per la partecipazione alle Finals. C’era la sensazione che quella partita ci avrebbe consegnato un’altra NBA.

Contrapposti ai Kings più belli dell’era moderna si trovavano i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, freschi di back to back.

Se avessero vinto i lacustri sarebbe stato three-peat, con buona pace di Jason Kidd, Kittles, Van Horn e del New Jersey intero. L’accesso diretto con permanenza eterna nell’Olimpo del basket. Un’impresa che pochi bipedi possono vantarsi di aver portato a termine.

Per quei Kings invece era la grande opportunità di terminare l’egemonia gialloviola e approdare in finale per tentare di vincere un anello che veniva meno dal 1951, quando la franchigia si chiamava Rochester Royals e aveva sede nello stato di New York. Con un Vlade Divac 34enne, un Chris Webber nel pieno dei propri poteri, un Mike Bibby baciato dal Dio del talento e un supporting cast di tutto rispetto.

I primi sei atti della serie furono epici. Dal presunto avvelenamento del room service a Kobe Bryant pre gara2, a Phil Jackson che definisce Sacramento come una città “semicivilizzata” in cui “abbondano le vacche” e i tifosi Kings che rispondono presentandosi coi campanacci all’arena, passando per il buzzer beater di Horry in gara4 allo Staples Center, fino alla famosa gara6 a detta di molti “rigged”, truccata, in cui i Lakers arrivarono a tirare 21 liberi nel quarto finale, con Divac e le mèches di Scott Pollard fuori prematuramente per falli.

La partita è punto a punto e, quando il tabellino recita 99-98 Lakers, sul cronometro sono rimasti 20 secondi al termine dell’ultimo periodo.

È uno di quei momenti in cui devi privilegiare l’istinto a discapito della ragione. Devi pensare a chi sei e non al luogo in cui ti trovi e alla posta in palio. O forse non devi pensare per niente. Specie se sei un tiratore. Ma allo stesso tempo sono anche gli attimi in cui è praticamente impossibile non essere scalfiti dall’atmosfera che ti circonda.

A chi guarda, però, tutto questo interessa relativamente. Anche perché il destinatario del passaggio di Turkoglu è Peja Stojakovic o, se preferite, citando alla lettera Larry Joe Birdil miglior tiro della storia del basket”. E in quell’istante tutti, ma proprio tutti, abbiamo pensato “è una macchina”.

Il serbo assomigliava davvero ad un dispositivo creato solo ed esclusivamente per fare canestro dalla lunga distanza. In carriera ha vinto per due anni consecutivi (2002 e 2003) il 3 point contest dell’All Star Game. Un cecchino che ancora oggi si trova al nono posto, a quota 1760, nella classifica per tiri da tre messi a bersaglio nella NBA. Uno che ha terminato la sua esperienza nella lega con il 40% oltre l’arco. Per una volta forse il paragone non faceva una piega.

L’idea che potesse sbagliare non era contemplata. Non lui. Non con 3 metri di spazio davanti.

Ma Peja, prima che un tiratore, era un uomo. E gli uomini sbagliano di continuo.

Affretta il tiro.

AIRBALL.

 Il vuoto.

Il pallone non va neanche vicino dal toccare il ferro e cade tra le mani di O’Neal, a cui viene fatto immediatamente fallo. La telecamera cerca subito il viso dell’ala dei Kings. Non ci crede nemmeno lui. Figuratevi i tifosi, i compagni e coach Adelman, che anche se applaude, dentro di sé non può che pensare di aver perso la più grande chance per vincere la partita.

In realtà poi si andò ai supplementari e Sacramento avrebbe potuto farcela ancora. Ma senza Divac causa falli (Shaq era difficile da tenere) e complice la maggior freschezza fisica dei Lakers, si arresero. E poi, nella testa di tutti, cresceva sempre più l’idea che i Kings quella gara 7 l’avevano persa prima.

 Lì, in quell’angolo sinistro, con Peja e il nulla attorno a lui.

Il miglior tiro che non sia mai entrato.

Quel maledetto epilogo  ci intima a non essere mai troppo sicuri di noi stessi. Di quello che vediamo o crediamo. Ci fa capire come in realtà l’errore faccia parte della nostra vita e sia sempre dietro l’angolo. E può capitare in qualsiasi momento. L’unica cosa che possiamo fare,come uomini, è lavorare minuziosamente su noi stessi per poter evitare che si ripeta, o quantomeno per limitarne la frequenza.

Anni dopo quella partita rividi Peja. Contro i miei Lakers. Di nuovo. Giocava a Dallas ed era il primo turno dei Playoffs 2011.

Ogni volta che la palla lasciava la sua mano accarezzava il cotone.

Da tifoso gialloviola sanguinai.

Da amante della pallacanestro e dell’umanità ringraziai per quello spettacolo.

Daniele Quetti – Born in the Post

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  1. Federico

    agosto 7, 2016 at 5:38 pm

    Ricordo bene quella partita….erano gli anni dove da liceale in vacanza potevo permettermi dirette ad orari improponibili su tele più. Gli scontri tra lakers kings e sant Antonio avevano una poesia che raramente sono riuscito a ritrovare negli anni successivi. Da tifoso Lakers stavo già per spegnere la TV, quasi certo del canestro di Peja. Fortunatamente non andó così, la sua caviglia non era a posto, probabilmente se fosse stato a posto fisicamente quel canestro lo avrebbe segnato ad occhi chiusi. La storia non si fa con i se e con i ma ed ho avuto la fortuna di potermi godere un’altra anello dei miei giallo e viola

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Il cuore grande di Marc Gasol

Lorenzo Martini

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Questa è l’immagine che da ieri sta facendo il giro del mondo. Una donna, stremata e incredula, salvata da una nave di Open Arms a 80 miglia dalle coste libiche. Il suo nome è Josephine e la sua è una storia tragica: partita dal Camerun, dopo un lungo periodo in Libia stava per esaudire il suo sogno di raggiungere l’Europa. Un sogno però infrantosi sul suo gommone, rivoltatosi a causa del mare mosso. Lei, inspiegabilmente ignorata dalla guardia costiera libica, è rimasta in balia del Mediterraneo per ore e ore, aggrappata ad un pezzo di legno e alla speranza di non dover morire. Una speranza che, alla fine, non è stata tradita.

Una foto che tocca nel profondo. E tra i milioni di pensieri che possono venire in mente guardando una scena simile, dovrebbe far riflettere che al fianco di Josephine c’è un uomo che guadagna 20 milioni di dollari l’anno. Guardatelo attentamente: è proprio lui, Marc Gasol. Il centro spagnolo dei Memphis Grizzlies, superstar NBA che non solo ha vinto di tutto con la sua Spagna, ma da anni si conferma come uno dei lunghi più forti nel basket oltreoceano.

Cosa ci fa un personaggio di questo spessore su una nave delle ONG, su una nave di volontari? Ebbene, fa il volontario. A raccontarlo è stato lo stesso Marc, in un’intervista a El Pais: “Nel 2015 ho incontrato Óscar Camps di Open Arms e sono rimasto impressionato dalla sua convinzione, dal modo in cui ha messo a disposizione di questa causa tutte le sue risorse finanziare, logistiche e personali per aiutare queste persone. Ammiro questo tipo di persone, che fanno qualcosa, che non aspettano che gli altri lo facciano”.

Da allora il più piccolo dei Gasol ha iniziato a collaborare con Open Arms, trascorrendo parte delle sue vacanze estive a sostenerne la causa. Un gesto bellissimo, che si va a aggiungere a quanto lui e il fratello Pau fanno con la Gasol Foundation, un’associazione no-profit il cui scopo consiste nel sostenere famiglie americane in difficoltà economiche, con programmi alimentari e attività fisiche salutari.

A El Pais Marc ha spiegato cosa lo ha spinto a supportare Open Arms: Ho due figli e voglio essere da esempio per loro. Posso immaginare la situazione di un padre che deve affrontare viaggi come questi in cui si rischia tutto per raggiungere un paese dove poter vivere in pace e con dignità. Penso che se fossi al suo posto vorrei che qualcuno mi aiutasse mettendo a disposizione il suo tempo, i suoi soldi, dandomi una mano. Penso che dovremmo tutti contribuire in qualche modo. È molto diverso sentire o leggere che un tot persone sono morte in mare. Molto diverso è vederle, vedere una persona morta e capire che quella persona era il centro del mondo nella vita di qualcuno.

Del resto, nel salvataggio di Josephine, Marc ha anche assistito al ritrovamento di due corpi privi di vita, una donna e un bambino adagiati su un pezzo di legno. Ed è per questo che oltre alla gioia per aver salvato una vita c’è tanta amarezza, manifestata con un tweet fin troppo esplicito:Frustrazione, rabbia, impotenza. È incredibile come così tante persone vulnerabili vengano abbandonate alle loro morti in mare. Profonda ammirazione per quelli che stavolta chiamo i miei compagni di squadra”.

Evitando di entrare nel merito della questione e dei relativi risvolti politici, non si può che applaudire al gesto di Marc. Una star internazionale, un atleta famosissimo, ma anche una persona umile, concretamente vicina ai problemi umanitari dei nostri tempi. Un campione sul campo, che in quest’occasione ha dimostrato il suo valore anche nella vita. Un modello, un esempio, da cui non ci resta che imparare.

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Tim Duncan: Il suono del silenzio

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Nel Gennaio 2016 “The Sound of Silence “, canzone dal grandioso potere evocativo che ha fatto la storia della musica, ha compiuto i 50 anni dall’uscita nella sua versione definitiva.
Negli anni non si contano neanche più il numero di cover e imitazioni varie del pezzo.
La più bella secondo me rimane quella realizzata durante l’arco di tutta la sua carriera da Tim Duncan, nato giusto 10 anni e qualche mese più tardi del magnifico singolo di Simon e Garfunkel.
Un uomo che nel silenzio ha costruito tutti i suoi successi e del silenzio si è rivestito corpo e anima come fosse una seconda pelle.
Detto, ridetto e ripetuto. E lo ridico ancora.
Provare a decriptare il basket restando nel recinto del parquet è un esercizio sterile, se non completamente inutile.
E non lo dico solo io.
Un tale che ne sa infinitamente più di me e di tutti voi lo ha ribadito a più riprese.
Se pensiamo che il basket sia solo basket non abbiamo capito niente di basket“.
E nemmeno della vita, ma questo lo aggiungo io.

Oggi Duncan compie 42 anni.

Ha vinto 5 anelli, 2 MVP, 3 premi di miglior giocatore delle finali e giocato 15 All Star Game.

Cercare di capire cosa si celi dietro i suoi silenzi e la sua enigmatica maschera facciale è impresa veramente ardua.
Capire quella sorta di autismo cestistico scolpito sul suo volto è un enigma che dura da 20 anni.
Per capire Duncan non basta più solo uscire dal rettangolo di gioco come spiegavo prima.
Per capire Duncan forse servirebbe Umberto Eco.
Bisogna sconfinare nella semiotica, la disciplina che studia i segni e il loro percorso verso la significazione, cioè il modo in cui questi acquisiscano un senso e vadano a costituire un concreto processo di comunicazione.
Capire Duncan potrebbe essere la chiave di lettura per capire il segreto dei San Antonio Spurs.
Per poi arrivare a capire cosa leghi lui, Popovich, Ginobili e Tony Parker.

Come facevano a comunicare tra loro spesso senza nemmeno aprire la bocca.
C’è un qualcosa nell’alchimia che questi quattro uomini hanno creato che trascende i confini dello sport. E’ un legame , inconosciuto, inconoscibile ed esclusivo che forse nasconde dentro di sé il senso stesso della vita.

Beh.. forse quello no ma di certo c’è il segreto del loro successo sportivo.

La faccia di Duncan è quella di Anton Chigurh , il killer spietato di “Non è un paese per vecchi“.

E’ la faccia spaventosa di Javier Bardem nel film dei Cohen.

Che si appresti a saltare per la palla a due di una partita di pre-season o che stia per tirare il libero della vittoria in gara 7 delle Finals, state certi che vedrete sempre la stessa espressione.
E la sconfitta o il successo saranno conditi con l’ingrediente di sempre.
Il Silenzio.

Arrivare per 19 volte consecutive alla post-season significa creare una falla nell’intera struttura dello sport americano.
Tutte le leghe sono pensate, organizzate e governate per poter produrre ed esprimere ciclicamente un cambiamento al vertice.
Il salary cap, che impedisce alle squadre forti di aggiungere “troppi” giocatori forti a quelli di cui già dispone, e il draft annuale, dove le squadre con le classifiche peggiori hanno le possibilità maggiori di accaparrarsi i giovani più validi ne sono le dimostrazioni più lampanti.
Che poi il fine ultimo di questa struttura magari non sia proprio quello di una maggiore circolazione dei talenti, nè di un ampliamento geografico delle passioni, ma di una maggiore e capillare raccolta di denari è un altro discorso.
San Antonio è andato oltre tutto questo.

Gli avversari si sono effettivamente rinnovati e interscambiati.

Golden State è un esempio di come un’ottima gestione manageriale e delle scelte al draft possa portarti dalle stalle alle stelle.

Loro no.

Loro son sempre stati sulle stelle.

Loro sono sempre stati lì a lottare per il titolo.

Duncan ha giocato 1392 partite in stagione regolare.
Ne ha vinte più di mille.
Questo significa che ha “terminato” l’avversario di turno praticamente sempre.
Un sicario determinato, silente e senza cuore. Proprio come Anton Chirurg.
In attacco ha messo a referto più di 26 mila punti.
Ma mai una volta che abbia urlato “Yeah”, o agitato i pugni, o sventolato un dito verso pubblico o avversari.
In difesa ha messo a referto più di 3 mila stoppate.
Ma mai una volta che abbia abbaiato contro l’avversario frasi come “Not in my house” o lo abbia schernito a gesti.
Lui no.
Lui agli avversari ha sempre lasciato solo e soltanto il suono del silenzio.

The Sound of Silence

E’ stato un dominatore del pitturato come non se ne vedevano dai tempi di Bill Russell.

Ha fermato tutti gli avversari che hanno osato entrare nella sua casa.
Li ha lasciati lì nella loro indeterminatezza più totale. Piccoli e indifesi contro un colosso senza volto. Dominati come da un Dio dell’Antico Testamento che ti piega al proprio volere.

Sempre.
Ho in mente alcuni frammenti dei duelli epici che fece con Kevin Garnett.

Uno contro uno. Faccia a faccia, con Garnett che dà sfogo al suo trash talking più feroce.

Roba che indurrebbe Gesù Cristo in persona a schiodarsi dalla croce per prenderlo a schiaffi.

Duncan non lo guarda mai, non risponde, muove le braccia, prende la sua posizione, manda un bacio al fidato tabellone e mette i due punti.

Poi torna nella sua metà campo come niente fosse. Come se il rognoso avversario neanche esistesse.

Lasciando al malandrino provocatore solo il suono del silenzio.

Ma anche a mettere insieme tutti i suoi numeri strabilianti, tutte le sue azioni di gioco da Bibbia del basket non si cava un ragno dal buco. Perchè questa non è un’equazione, o un documentario. Qui siamo ben sopra il livello della matematica o dell’indagine giornalistica, ed è inutile cercare di capire Duncan restando in questi campi. Se voi ci avete capito qualcosa scrivetemelo pure nei commenti.
Io son sincero, non ci ho capito niente.

A 34 anni aveva già vinto quello che doveva vincere o forse di più.

Non ho capito perché non ha mollato a 35 anni dopo un’eliminazione al primo turno.

Non ho capito perché non ha mollato a 36 anni dopo che l’impietoso gap fisico atletico contro gli Oklahoma di Durant gli aveva precluso un’altra finale.

Non ho capito perché non ha mollato a 37 anni dopo una finale persa anche per colpa sua.

Non ho capito perché non ha mollato a 38 con il quinto anello al dito.

Non ho capito perché non ha mollato a 39 dopo un’eliminazione bruciante al primo turno.

E allora tanto vale andare idealmente tutti insieme a non capire in Cile.
Sull’isola di Rapa Nui per la precisione.
Lì possiamo accovacciarci ad ammirare la migliore rappresentazione plastica di Tim Duncan mai realizzata.
I Moai.
I giganteschi monoliti in tufo vulcanico che custodiscono l’isola.
Impassibili e dominanti proprio come Tim Duncan.
E proprio come Tim Duncan custodi di un segreto inconoscibile su cui ci si interroga da più di un millennio senza lo straccio di una risposta convincente.
Accontentiamoci quindi di averli potuti ammirare e, ripensandoci, godiamoceli in religioso silenzio, consci di essere  stati davanti a qualcosa di più grande sia di noi che del luogo fisico che li ospita.
Godiamoci magari il suono stesso del silenzio, come piace a Tim, e sempre in silenzio, se mai fosse possibile, facciamogli i più sinceri auguri per i suoi primi 42 anni.

Se c’è un uomo che ha veramente giocato sempre pulito è lui.

The Sound of Silence.

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in the post

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Chi è davvero Ersan Ilyasova?

Lorenzo Martini

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La stagione NBA si è ormai conclusa. Niente più partite alle 3 di notte, niente più gare di playoff al cardiopalma, non ci resta che aspettare ottobre, per la prossima Regular Season. E tra i tantissimi protagonisti di questo finale di stagione un ruolo importante se l’è ritagliato un giocatore tutt’altro che famoso, poco incline a far parlare di sé, ma dal passato ricco di misteri. Stiamo parlando di Ersan Ilyasova, ala grande turca che in uscita dalla panchina ha dato un contributo fondamentale ai suoi Sixers. Ma perché il suo passato sarebbe così enigmatico?

 Tutto ha inizio nell’agosto del 2002. Il giovane talento uzbeko Arsen Ilyasov, classe ’84, entra in territorio turco grazie ad un visto di quindici giorni. Su di lui è fortissimo l’interesse del Trabzonspor, che vede in quel diciottenne uzbeko un prospetto da non lasciarsi sfuggire. Ma dopo i quindici giorni di permesso, succede qualcosa d’incredibile: il ragazzo sparisce nel nulla, senza lasciare traccia.

Poche settimane dopo, il 19 settembre tale Semsettin Bulut, cittadino turco residente a Eskiseir, si presenta all’anagrafe con l’intento di effettuare la registrazione di suo figlio, nato il 15 maggio 1987. Il tutto sembra assurdo, perché vorrebbe dire che il ragazzo ha vissuto per 15 anni senza un documento che ne attestasse l’esistenza, come fosse un fantasma sul territorio turco. Eppure dopo qualche giorno l’ufficio accetta la registrazione, rilasciando i documenti d’identità che certificano la cittadinanza turca del giovane, il cui nome è proprio Ersan Ilyasova. Per giunta, dopo qualche gisettimana il Trabzonspor tessera il quindicenne, grazie all’avallo della federazione turca.

E il giovane Ersan si distingue fin da subito per il suo talento cristallino, tant’è che in breve viene convocato in nazionale turca U18 e poi in U20. Ma tutto quel talento non può non farsi notare, tant’è che la federazione uzbeka si accorge dell’incredibile somiglianza di Ersan con lo scomparso Arsen Ilyasov.

Ha così inizio uno scontro senza precedenti tra le due Federazioni. Quella uzbeka denuncia la questione con una lettera ufficiale alla FIBA, mentre quella turca nega tutta la vicenda e chiede di poter iniziare delle indagini. La FIBA dal canto suo si ritrova tra due fuochi: non sa se affidare queste indagini alla Turchia, all’Uzbekistan o a un organo super partes.

Il caso è ancor più intricato se si tiene conto del divario di ben tre anni tra le date di nascita di Arsen Ilyasov e Ersan Ilyasova. Se infatti venisse appurato che sono la stessa persona, tutti i riconoscimenti ottenuti dal secondo in U18 e U20 andrebbero rivisti o addirittura cancellati. Non una cosa da poco, tenendo conto che Ilyasova nel 2006 verrà anche insignito del premio MVP ai mondiali U20, dopo aver trascinato la sua nazionale ad uno storico argento.

Ma in questi casi a spuntarla è sempre la Federazione con più rilevanza internazionale. E così la federazione turca, fresca vincitrice dell’argento agli Europei del 2001, viene messa a capo delle indagini. Ma a causa di procrastinamenti mai veramente giustificati, l’inchiesta ha inizio con ben due settimane di ritardo e si conclude con un nulla di fatto: non viene trovato nemmeno un documento che attesti la nazionalità uzbeka di tale Arsen Ilyasov. Il tutto malgrado uno sbalorditivo articolo di Fanatik, rivista turca che era entrata in possesso di documenti scottanti e che gettava più di qualche ombra su tutta la vicenda.

Che sia stato tutto insabbiato? Difficile credere il contrario, eppure le indagini vengono ufficialmente chiuse. Alla FIBA non resta che riconoscere Ilyasova come un atleta turco. Il giocatore si dichiarerà poi eleggibile al Draft del 2005, e la vicenda cadrà pian piano nel dimenticatoio.

Ora, a 13 anni di distanza, è davvero impossibile capire come siano andate realmente le cose. Una vicenda semplicemente frutto di un paio di strambe coincidenze? O la macchinazione di un piano perfetto, di una montatura creata ad arte? Che siate più o meno complottisti , non lo sapremo mai.

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