“No volvera Lisboa antigua y señorial”. È incredibilmente una delle più celebri canzoni popolari portoghesi ad aver fatto da colonna sonora a diverse lezioni di musica nella mia scuola elementare. Un Portogallo lontano, inimmaginabile nei panni dell’infante. Quella Lisbona “antica e signorile” che “non tornerà”. Un Paese che si cela dietro al suo orgoglio, nel suo essere fiero e taciturno. L’ho scoperto anni dopo, in un viaggio. Valicando il confine che demarca le due entità della Penisola Iberica, tante cose cambiano. Se l’austerità fa da termometro alla dignità di un popolo, i lusitani sono certamente meritevoli di questo pregio. È una terra strana, misteriosa e ricca di fascino. Il mare la bacia, ma non aspettatevi festini in ogni luogo e caos per le strade. Ti puoi ritrovare a Cascais, sull’Oceano, in pieno inverno, ed aver paura che le onde ti inghiottano assieme al vento che le sospinge e alla pioggia che cade battente, oppure nel parco di Sintra, dove sembra di immergersi in un paesaggio medievale. Unico e suggestivo.

Come in molti posti del mondo, da queste parti il pallone comincia a rotolare presto per i bambini. Nei sobborghi di Lisbona c’è povertà, ma tanta voglia di fare gol. Perché Eusebio non è uno qualunque e la sua storia ha riecheggiato e riecheggerà per sempre. Pure se non sei del Benfica, pure se indossi la sciarpa biancoverde dello Sporting o quella biancoblu del Belenenses. Persino se di solito vai allo Estadio do Dragao o all’Estadio do Bessa Seculo XXI, case rispettivamente di Porto e Boavista, qualche chilometro più a nord. Ad Oporto. Esser stati una potenza coloniale li ha forgiati, il mare ha portato il sapere, i mercanti, ma anche, pagina triste, gli schiavi. In un’epoca neanche così lontana, almeno a livello mentale. E così se sei portoghese accetti che anche Cristiano Ronaldo, il migliore di tutti i tempi dal 2015, quando superò proprio Eusebio nella classifica del miglior calciatore portoghese di tutti i tempi, non sia nato sulla terraferma. Bensì a Madeira, su un arcipelago a poco più di cinquecento chilometri dalle coste africane. Proprio come il suo predecessore, che in Africa invece ci era nato sul serio. In Mozambico, allora colonia portoghese.

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Quella velata malinconia che questa nazione si porta dietro è ben rappresentata da due dei suoi più eclatanti segni di riconoscimento: il Fado, una musica popolare nata proprio a Lisbona, un’aria che fa leva sul senso di saudade, sulla sofferenza creata dalla distanza, dalle migrazioni, dai sentimenti che spesso vengono divisi dal mare, e la Nazionale di Calcio. Sì, proprio lei. Se aveste chiesto a Nereo Rocco, El Paron, cosa ne pensava dei portoghesi, probabilmente vi avrebbe guardati interdetti e poi, preparando tutta la sua spiccata triestinità, avrebbe usato una qualche espressione dialettale in grado di dare l’idea della sofferenza. Quella sera del 22 maggio 1963, infatti, al suo Milan servì una vera e propria impresa per ribaltare l’iniziale vantaggio di Eusebio e andare a conquistare la prima Coppa Campioni per il calcio italiano.

Perché a livello di club il Portogallo vince. Il Porto di Josè Mourinho è solo l’ultimo degli esempi. Certo, al Benfica non la pensano così. Hanno una maledizione con cui fare i conti. Quel Bela Guttmann, ungherese mentalmente trapiantato in riva all’Atlantico, che prese così male il rifiuto del proprio presidente di alzargli lo stipendio da scagliare un vero e proprio anatema nei confronti de O Glorioso. Una maledizione a tutti gli effetti. Rispettata alla grande dal sodalizio biancorosso, che da quel momento in Europa sarebbe capace di perdere anche una partita a freccette con il guascone di turno. Bela veglia dall’alto e probabilmente se ne fa beffa, come quella volta che ai cronisti svizzeri, da allenatore del Servette, raccontò di aver vinto uno scudetto in Italia. Lui che nella Penisola aveva guidato Padova, Triestina e Milan, venendo cacciato a stagione in corso dai rossoneri.

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È il destino inviso alla terra del Bacalhau, (il baccalà, piatto tipico portoghese, cucinato in ogni modo), a raccontarne la storia dei talenti che ne hanno vestito la maglia rossa con i bordi verdi e i loro dolorosi insuccessi. Come quella sera di dodici anni fa. Il 4 luglio 2004. Charisteas si fa spazio tra due difensori lusitani e con la testa la mette dentro. È una finale inedita, è la favola greca che si avvera laddove nessuno avrebbe mai creduto. Il Sirtaki batte il Fado, in un derby musicalmente malinconico. È il tipico epilogo da Campionato Europeo. Torneo imprevedibile e al contempo spietato. Anche in quel caso gli dei del calcio, evidentemente partiti dal Monte Olimpo, sembrano abbattersi tutti sul Portogallo, facendo piangere un Paese intero che mai avrebbe creduto di dover fronteggiare una disfatta sul proprio territorio.

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Figo, Deco, Cristiano Ronaldo, Rui Costa, Pauleta. Come i ragazzi di Inghilterra ’66. Quella banda stoppata solo da Bobby Charlton in semifinale. Un manipolo maledetto, che ancora una volta non seppe regalare ai tifosi la gioia immensa del successo, nonostante a livello di tradizione, blasone e talento l’Europa sia in debito con loro. Nessuno avrebbe pensato allo sgambetto, dopo altri dodici anni. Stavolta proiettati in avanti, a parti inverse, risalendo le coste dell’Atlantico, passando i Pirenei e istallandosi laddove si parla francese. Con la Nazionale di casa netta favorita, vincente ancor prima del fischio d’inizio e forte di una tradizione a dir poco favorevole contro i lusitani, mai vincitori dal 1975.

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Il calcio non è sport per matematici. Perché nulla è scontato. Ce lo hanno insegnato proprio vittorie come quelle della Grecia o della Danimarca. Nessuno probabilmente avrebbe puntato un copeco sul Portogallo. Nonostante, e qui entra in gioco la sommaria sottovalutazione degli addetti ai lavori, non si si stia parlando esattamente di una squadra duecentesima nel ranking Fifa.

Certo, i talenti di una decade fa non ci sono più. Ma l’allenatore Fernando Santos, un passato da discreto giocatore al Maritimo e all’Estoril Praia, è quanto di più portoghese possibile da mettere sulla panchina della Nazionale. Un concentrato di pragmatismo e concretezza da far paura. Dicono che la sua squadra giochi male, che sia fortunata e che abbia goduto di un tabellone ai limiti del ridicolo. Eppure si potrebbe discutere. C’è tanta Italia nel modo di approcciare al gioco di Santos. Non sarà un calcio spumeggiante, ma rende. E quando i risultati arrivano puoi ricevere tutte le critiche che vuoi, ma negli almanacchi e nelle bacheche vanno le vittorie, non le triangolazioni perfette. La storia del percorso facilitato, inoltre, è una balla colossale. Se si pensa alle squadre affrontate dalla Francia dagli ottavi in poi, si deve tener conto di Islanda e Irlanda, non certo impossibili da battere per chi ospita la rassegna e può godere di una buona squadra. Di certo inferiori a Croazia e Polonia, eliminate dai lusitani. Sì ok, ai supplementari e ai rigori. Ma l’extratime e i penalty bisogna saperli rispettivamente giocare e calciare. La Dea Bendata ti aiuta, ma fino a un certo punto. E comunque aiuta gli audaci. In semifinale i transalpini pescano sicuramente lo scoglio più irto da superare, la Germania, e il Portogallo comunque ha la meglio sul Galles, che ha dimostrato di essere squadra vera.

Lo Stade de France è il teatro ultimo di questa sfida. Di fuori c’è un altro popolo dilaniato, quello francese. Là fuori c’è una guerra silente, fatta di tensioni sociali fortissime, che questa kermesse non ha certo placato. Anzi, gli ultimi tumulti si svolgono proprio sotto la Torre Eiffel, a pochi metri da dove migliaia di tifosi si sono radunati per assistere gaudiosi alla partita. Perché, non lo dimentichiamo mai, ragazzi, donne, uomini incazzati neri e pervasi dalla rabbia, sono un sintomo da non sottovalutare. Soprattutto in un’Europa ormai divenuta polveriera in questi ultimi tempi.

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Si gioca. Con le falene a farla da padrone. Al 16’ Cristiano Ronaldo, placcato dal cingolato Payet pochi minuti prima, si accascia al suolo con le lacrime agli occhi. Piange il ragazzone di Madeira. E non lo fa a favore di telecamera, lo fa perché ha capito che questa potrebbe essere l’ennesima serata maledetta per il suo Paese. Rivede i fantasmi del 2004, e persino una farfalla gli si posa sul naso, in segno di scherno. Si rialza, si fa mettere una fasciatura, ci prova. Ma niente. Al 25’ abbandona definitivamente il campo, in barella. Il Fado sta recitando la sua parte e lui piange come un bambino disperato. Non è quel Cristiano Ronaldo presuntuoso e spocchioso che forse recita la parte in un club altrettanto supercilioso come il Real. Chi ha letto e visto qualcosa di più approfondito su di lui, sa bene che è un ragazzo dal cuore grande.

Entra Quaresma. El Trivela. Uno che qua in Italia è stato preso in giro da Palermo a Trieste. Per i suoi modi sparagnini e per il segno tutt’altro indelebile che ha lasciato nel nostro calcio. La Francia attacca, pressa, ma non convince. Didier Deschamps sembra avere un sentore. Resta seduto in panchina e non favella. Non si alza. È preoccupato. Griezmann ci prova ma appare stanco, Pogba è l’ombra di se stesso, così come Payet. E allora il Portogallo fa passare i minuti. I giocatori hanno indossato l’elmetto, senza il loro condottiero più forte sanno che devono scendere in miniera e portarsi a casa la paga con le loro uniche forze. Sì, non sono belli a vedersi magari. Ma efficaci. Irretiscono l’avversario, lottano, sono tante formiche operaie. Silenziose, ma letali. Gignac prova a stanarle al 92’. Fa fuori l’ottimo Pepe e calcia a botta sicura. Si trova a destra della tribuna stampa, là dietro c’è la stazione della RER, che è già pronta ad accogliere i tifosi in delirio. Palo. Il pallone torna dentro e la difesa portoghese spazza. L’arbitro fischia la fine e nel sorriso di Rui Patricio c’è il sospiro di sollievo di un Paese. Da Lisbona ad Oporto hanno rischiato le coronarie.

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Chi mastica calcio sa bene che questo genere di partite conoscono un solo epilogo. Con una squadra che ci prova per 90’, va vicina al gol ma non lo raggiunge e sembra comunque giocare col freno a mano, gli Dei di cui sopra sono sempre pronti a punirti. Lo capisce anche Ronaldo. È tornato in panchina e sembra il primo dei tifosi che affollano la curva alla nostra sinistra. Sono 10.000, contro uno stadio intero. Cantano la Marsigliese i transalpini, come In fuga per la vittoria. Richiamano quella scena epica, girata al vecchio Stade de Colombes. Ma qua non ci sono invasori. E comunque la minoranza è rossoverde, ma si fa sentire costantemente. Mani, voce, sciarpe, tamburo e pure i tanto vituperati fumogeni. Sono austeri, posati e rispettosi. Ma restano pur sempre latini, e il tifo ce l’hanno nel sangue esattamente come noi.

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Nel frattempo Santos ha buttato nella mischia tale Ederzito Antonio Macedo Lopes. Al secolo Eder. Uno dei tanti che ha percorso la strada del mare, per raggiunger il Portogallo, a 11 anni, dalla Guinea-Bissau. Uno che, gioco del destino, pochi giorni prima ha messo nero su bianco un contratto con il Lille. Pochi chilometri a Nord da manto verde dove staserà entrerà nella leggenda. Eder lotta come un leone, conquista falli, fa salire la squadra e le fa prendere coraggio. La Francia non ne ha più, è stanca e appannata. Clattenburg dirige il match come fossimo all’oratorio, invertendo falli di mano e non sanzionando azioni irregolari. Poi si arriva al 109’. I rigori sono vicini, ma Eder prende la palla, si incunea per vie centrali e scarica una staffilata a fil di palo. Ci sono secondi che vorresti durassero per anni. Quello che sta per succedere i portoghesi se lo ricorderanno per tutta la vita. Cristiano Ronaldo è tarantolato e dalla panchina ormai ha sostituito il c.t. a tutti gli effetti. Entra in campo, dà ordini, smania e se ne frega altamente di non essere la star della finale. Lui che, pur ricevendo numerose critiche, con i suoi gol ha permesso ai suoi di non venir buttati fuori dal girone e continuare il cammino.

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Il pallone parte dai piedi di Eder, qualcuno a Lisbona sta suonando il Fado, perché già immagina di dover piangere dopo i rigori. Una guitara potoguesa sta lanciando in aria le proprie note. Ma da lì a poco dovrà interrompersi. Il pallone va avanti, si fa spazio nell’aria, arriva vicino alla mano destra di Lloris. Ed entra. È gol. Non ci crede nessuno. L’esultanza è di quelle storiche. Ronaldo piange ancora, lo ha fatto per tutta la partita. La tensione gli ha giocato un brutto scherzo. Ma ora è un popolo a piangere di gioia. Sì, perché non c’è spazio per funeree ricorrenze, così come per la reazione dei francesi. Piangono anch’essi. Disperati.

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Qualcuno ha detto che sarebbe stato giusto far vincere la Francia per quanto successo nella tragica serata del 13 novembre scorso. Quasi bastasse un Campionato Europeo per lavare l’infamia del terrorismo e le colpe della nostra società occidentale. Quasi servisse ciò a riportare su questa terra quelle vite innocenti. No, il calcio non può fare da mutuo soccorso per uno società che fa schifo e che, in questi casi, è troppo più grande di lui. Lasciamo al pallone quel che è del pallone. Un pallone che alla Francia aveva comunque sorriso, spianando un’autostrada verso il trionfo.

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Non è andata così. Arriva il triplice fischio. E stavolta, come non era mai successo, tutti possono farsi beffa del Fado. Davvero tutti. Si serve bacalhao da Coimbra a Faro, e i bicchieri di Ginjinha, un liquore tipico, sono già pronti ad essere serviti. Ha vinto il Portogallo. Hanno vinto le menti operaie questa sera, armate di elmetti e picconi. Ed è giusto così. Per quello che questo Paese ha significato in Europa a livello calcistico, per tutti i campioni che ci ha regalato e tutti i successi delle sue squadre. Festeggeranno per mesi, fregandosene anche della loro posatezza. L’Oceano Atlantico per un’estate sarà più piccolo degli eroi di Saint-Denis. E Cristiano forse conserverà le sue lacrime per portarle a Madeira, gettandole nel mare. Si mischieranno alle correnti e porteranno questo successo dall’altra parte del mondo. Il Portogallo è Campione d’Europa.

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