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Storie dell'altro mondo

Portogallo, la squadra operaia che ha sconfitto il “Fado”

Simone Meloni

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“No volvera Lisboa antigua y señorial”. È incredibilmente una delle più celebri canzoni popolari portoghesi ad aver fatto da colonna sonora a diverse lezioni di musica nella mia scuola elementare. Un Portogallo lontano, inimmaginabile nei panni dell’infante. Quella Lisbona “antica e signorile” che “non tornerà”. Un Paese che si cela dietro al suo orgoglio, nel suo essere fiero e taciturno. L’ho scoperto anni dopo, in un viaggio. Valicando il confine che demarca le due entità della Penisola Iberica, tante cose cambiano. Se l’austerità fa da termometro alla dignità di un popolo, i lusitani sono certamente meritevoli di questo pregio. È una terra strana, misteriosa e ricca di fascino. Il mare la bacia, ma non aspettatevi festini in ogni luogo e caos per le strade. Ti puoi ritrovare a Cascais, sull’Oceano, in pieno inverno, ed aver paura che le onde ti inghiottano assieme al vento che le sospinge e alla pioggia che cade battente, oppure nel parco di Sintra, dove sembra di immergersi in un paesaggio medievale. Unico e suggestivo.

Come in molti posti del mondo, da queste parti il pallone comincia a rotolare presto per i bambini. Nei sobborghi di Lisbona c’è povertà, ma tanta voglia di fare gol. Perché Eusebio non è uno qualunque e la sua storia ha riecheggiato e riecheggerà per sempre. Pure se non sei del Benfica, pure se indossi la sciarpa biancoverde dello Sporting o quella biancoblu del Belenenses. Persino se di solito vai allo Estadio do Dragao o all’Estadio do Bessa Seculo XXI, case rispettivamente di Porto e Boavista, qualche chilometro più a nord. Ad Oporto. Esser stati una potenza coloniale li ha forgiati, il mare ha portato il sapere, i mercanti, ma anche, pagina triste, gli schiavi. In un’epoca neanche così lontana, almeno a livello mentale. E così se sei portoghese accetti che anche Cristiano Ronaldo, il migliore di tutti i tempi dal 2015, quando superò proprio Eusebio nella classifica del miglior calciatore portoghese di tutti i tempi, non sia nato sulla terraferma. Bensì a Madeira, su un arcipelago a poco più di cinquecento chilometri dalle coste africane. Proprio come il suo predecessore, che in Africa invece ci era nato sul serio. In Mozambico, allora colonia portoghese.

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Quella velata malinconia che questa nazione si porta dietro è ben rappresentata da due dei suoi più eclatanti segni di riconoscimento: il Fado, una musica popolare nata proprio a Lisbona, un’aria che fa leva sul senso di saudade, sulla sofferenza creata dalla distanza, dalle migrazioni, dai sentimenti che spesso vengono divisi dal mare, e la Nazionale di Calcio. Sì, proprio lei. Se aveste chiesto a Nereo Rocco, El Paron, cosa ne pensava dei portoghesi, probabilmente vi avrebbe guardati interdetti e poi, preparando tutta la sua spiccata triestinità, avrebbe usato una qualche espressione dialettale in grado di dare l’idea della sofferenza. Quella sera del 22 maggio 1963, infatti, al suo Milan servì una vera e propria impresa per ribaltare l’iniziale vantaggio di Eusebio e andare a conquistare la prima Coppa Campioni per il calcio italiano.

Perché a livello di club il Portogallo vince. Il Porto di Josè Mourinho è solo l’ultimo degli esempi. Certo, al Benfica non la pensano così. Hanno una maledizione con cui fare i conti. Quel Bela Guttmann, ungherese mentalmente trapiantato in riva all’Atlantico, che prese così male il rifiuto del proprio presidente di alzargli lo stipendio da scagliare un vero e proprio anatema nei confronti de O Glorioso. Una maledizione a tutti gli effetti. Rispettata alla grande dal sodalizio biancorosso, che da quel momento in Europa sarebbe capace di perdere anche una partita a freccette con il guascone di turno. Bela veglia dall’alto e probabilmente se ne fa beffa, come quella volta che ai cronisti svizzeri, da allenatore del Servette, raccontò di aver vinto uno scudetto in Italia. Lui che nella Penisola aveva guidato Padova, Triestina e Milan, venendo cacciato a stagione in corso dai rossoneri.

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È il destino inviso alla terra del Bacalhau, (il baccalà, piatto tipico portoghese, cucinato in ogni modo), a raccontarne la storia dei talenti che ne hanno vestito la maglia rossa con i bordi verdi e i loro dolorosi insuccessi. Come quella sera di dodici anni fa. Il 4 luglio 2004. Charisteas si fa spazio tra due difensori lusitani e con la testa la mette dentro. È una finale inedita, è la favola greca che si avvera laddove nessuno avrebbe mai creduto. Il Sirtaki batte il Fado, in un derby musicalmente malinconico. È il tipico epilogo da Campionato Europeo. Torneo imprevedibile e al contempo spietato. Anche in quel caso gli dei del calcio, evidentemente partiti dal Monte Olimpo, sembrano abbattersi tutti sul Portogallo, facendo piangere un Paese intero che mai avrebbe creduto di dover fronteggiare una disfatta sul proprio territorio.

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Figo, Deco, Cristiano Ronaldo, Rui Costa, Pauleta. Come i ragazzi di Inghilterra ’66. Quella banda stoppata solo da Bobby Charlton in semifinale. Un manipolo maledetto, che ancora una volta non seppe regalare ai tifosi la gioia immensa del successo, nonostante a livello di tradizione, blasone e talento l’Europa sia in debito con loro. Nessuno avrebbe pensato allo sgambetto, dopo altri dodici anni. Stavolta proiettati in avanti, a parti inverse, risalendo le coste dell’Atlantico, passando i Pirenei e istallandosi laddove si parla francese. Con la Nazionale di casa netta favorita, vincente ancor prima del fischio d’inizio e forte di una tradizione a dir poco favorevole contro i lusitani, mai vincitori dal 1975.

1966 2

Il calcio non è sport per matematici. Perché nulla è scontato. Ce lo hanno insegnato proprio vittorie come quelle della Grecia o della Danimarca. Nessuno probabilmente avrebbe puntato un copeco sul Portogallo. Nonostante, e qui entra in gioco la sommaria sottovalutazione degli addetti ai lavori, non si si stia parlando esattamente di una squadra duecentesima nel ranking Fifa.

Certo, i talenti di una decade fa non ci sono più. Ma l’allenatore Fernando Santos, un passato da discreto giocatore al Maritimo e all’Estoril Praia, è quanto di più portoghese possibile da mettere sulla panchina della Nazionale. Un concentrato di pragmatismo e concretezza da far paura. Dicono che la sua squadra giochi male, che sia fortunata e che abbia goduto di un tabellone ai limiti del ridicolo. Eppure si potrebbe discutere. C’è tanta Italia nel modo di approcciare al gioco di Santos. Non sarà un calcio spumeggiante, ma rende. E quando i risultati arrivano puoi ricevere tutte le critiche che vuoi, ma negli almanacchi e nelle bacheche vanno le vittorie, non le triangolazioni perfette. La storia del percorso facilitato, inoltre, è una balla colossale. Se si pensa alle squadre affrontate dalla Francia dagli ottavi in poi, si deve tener conto di Islanda e Irlanda, non certo impossibili da battere per chi ospita la rassegna e può godere di una buona squadra. Di certo inferiori a Croazia e Polonia, eliminate dai lusitani. Sì ok, ai supplementari e ai rigori. Ma l’extratime e i penalty bisogna saperli rispettivamente giocare e calciare. La Dea Bendata ti aiuta, ma fino a un certo punto. E comunque aiuta gli audaci. In semifinale i transalpini pescano sicuramente lo scoglio più irto da superare, la Germania, e il Portogallo comunque ha la meglio sul Galles, che ha dimostrato di essere squadra vera.

Lo Stade de France è il teatro ultimo di questa sfida. Di fuori c’è un altro popolo dilaniato, quello francese. Là fuori c’è una guerra silente, fatta di tensioni sociali fortissime, che questa kermesse non ha certo placato. Anzi, gli ultimi tumulti si svolgono proprio sotto la Torre Eiffel, a pochi metri da dove migliaia di tifosi si sono radunati per assistere gaudiosi alla partita. Perché, non lo dimentichiamo mai, ragazzi, donne, uomini incazzati neri e pervasi dalla rabbia, sono un sintomo da non sottovalutare. Soprattutto in un’Europa ormai divenuta polveriera in questi ultimi tempi.

ronaldo sconfitta grecia

Si gioca. Con le falene a farla da padrone. Al 16’ Cristiano Ronaldo, placcato dal cingolato Payet pochi minuti prima, si accascia al suolo con le lacrime agli occhi. Piange il ragazzone di Madeira. E non lo fa a favore di telecamera, lo fa perché ha capito che questa potrebbe essere l’ennesima serata maledetta per il suo Paese. Rivede i fantasmi del 2004, e persino una farfalla gli si posa sul naso, in segno di scherno. Si rialza, si fa mettere una fasciatura, ci prova. Ma niente. Al 25’ abbandona definitivamente il campo, in barella. Il Fado sta recitando la sua parte e lui piange come un bambino disperato. Non è quel Cristiano Ronaldo presuntuoso e spocchioso che forse recita la parte in un club altrettanto supercilioso come il Real. Chi ha letto e visto qualcosa di più approfondito su di lui, sa bene che è un ragazzo dal cuore grande.

Entra Quaresma. El Trivela. Uno che qua in Italia è stato preso in giro da Palermo a Trieste. Per i suoi modi sparagnini e per il segno tutt’altro indelebile che ha lasciato nel nostro calcio. La Francia attacca, pressa, ma non convince. Didier Deschamps sembra avere un sentore. Resta seduto in panchina e non favella. Non si alza. È preoccupato. Griezmann ci prova ma appare stanco, Pogba è l’ombra di se stesso, così come Payet. E allora il Portogallo fa passare i minuti. I giocatori hanno indossato l’elmetto, senza il loro condottiero più forte sanno che devono scendere in miniera e portarsi a casa la paga con le loro uniche forze. Sì, non sono belli a vedersi magari. Ma efficaci. Irretiscono l’avversario, lottano, sono tante formiche operaie. Silenziose, ma letali. Gignac prova a stanarle al 92’. Fa fuori l’ottimo Pepe e calcia a botta sicura. Si trova a destra della tribuna stampa, là dietro c’è la stazione della RER, che è già pronta ad accogliere i tifosi in delirio. Palo. Il pallone torna dentro e la difesa portoghese spazza. L’arbitro fischia la fine e nel sorriso di Rui Patricio c’è il sospiro di sollievo di un Paese. Da Lisbona ad Oporto hanno rischiato le coronarie.

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Chi mastica calcio sa bene che questo genere di partite conoscono un solo epilogo. Con una squadra che ci prova per 90’, va vicina al gol ma non lo raggiunge e sembra comunque giocare col freno a mano, gli Dei di cui sopra sono sempre pronti a punirti. Lo capisce anche Ronaldo. È tornato in panchina e sembra il primo dei tifosi che affollano la curva alla nostra sinistra. Sono 10.000, contro uno stadio intero. Cantano la Marsigliese i transalpini, come In fuga per la vittoria. Richiamano quella scena epica, girata al vecchio Stade de Colombes. Ma qua non ci sono invasori. E comunque la minoranza è rossoverde, ma si fa sentire costantemente. Mani, voce, sciarpe, tamburo e pure i tanto vituperati fumogeni. Sono austeri, posati e rispettosi. Ma restano pur sempre latini, e il tifo ce l’hanno nel sangue esattamente come noi.

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Nel frattempo Santos ha buttato nella mischia tale Ederzito Antonio Macedo Lopes. Al secolo Eder. Uno dei tanti che ha percorso la strada del mare, per raggiunger il Portogallo, a 11 anni, dalla Guinea-Bissau. Uno che, gioco del destino, pochi giorni prima ha messo nero su bianco un contratto con il Lille. Pochi chilometri a Nord da manto verde dove staserà entrerà nella leggenda. Eder lotta come un leone, conquista falli, fa salire la squadra e le fa prendere coraggio. La Francia non ne ha più, è stanca e appannata. Clattenburg dirige il match come fossimo all’oratorio, invertendo falli di mano e non sanzionando azioni irregolari. Poi si arriva al 109’. I rigori sono vicini, ma Eder prende la palla, si incunea per vie centrali e scarica una staffilata a fil di palo. Ci sono secondi che vorresti durassero per anni. Quello che sta per succedere i portoghesi se lo ricorderanno per tutta la vita. Cristiano Ronaldo è tarantolato e dalla panchina ormai ha sostituito il c.t. a tutti gli effetti. Entra in campo, dà ordini, smania e se ne frega altamente di non essere la star della finale. Lui che, pur ricevendo numerose critiche, con i suoi gol ha permesso ai suoi di non venir buttati fuori dal girone e continuare il cammino.

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Il pallone parte dai piedi di Eder, qualcuno a Lisbona sta suonando il Fado, perché già immagina di dover piangere dopo i rigori. Una guitara potoguesa sta lanciando in aria le proprie note. Ma da lì a poco dovrà interrompersi. Il pallone va avanti, si fa spazio nell’aria, arriva vicino alla mano destra di Lloris. Ed entra. È gol. Non ci crede nessuno. L’esultanza è di quelle storiche. Ronaldo piange ancora, lo ha fatto per tutta la partita. La tensione gli ha giocato un brutto scherzo. Ma ora è un popolo a piangere di gioia. Sì, perché non c’è spazio per funeree ricorrenze, così come per la reazione dei francesi. Piangono anch’essi. Disperati.

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Qualcuno ha detto che sarebbe stato giusto far vincere la Francia per quanto successo nella tragica serata del 13 novembre scorso. Quasi bastasse un Campionato Europeo per lavare l’infamia del terrorismo e le colpe della nostra società occidentale. Quasi servisse ciò a riportare su questa terra quelle vite innocenti. No, il calcio non può fare da mutuo soccorso per uno società che fa schifo e che, in questi casi, è troppo più grande di lui. Lasciamo al pallone quel che è del pallone. Un pallone che alla Francia aveva comunque sorriso, spianando un’autostrada verso il trionfo.

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Non è andata così. Arriva il triplice fischio. E stavolta, come non era mai successo, tutti possono farsi beffa del Fado. Davvero tutti. Si serve bacalhao da Coimbra a Faro, e i bicchieri di Ginjinha, un liquore tipico, sono già pronti ad essere serviti. Ha vinto il Portogallo. Hanno vinto le menti operaie questa sera, armate di elmetti e picconi. Ed è giusto così. Per quello che questo Paese ha significato in Europa a livello calcistico, per tutti i campioni che ci ha regalato e tutti i successi delle sue squadre. Festeggeranno per mesi, fregandosene anche della loro posatezza. L’Oceano Atlantico per un’estate sarà più piccolo degli eroi di Saint-Denis. E Cristiano forse conserverà le sue lacrime per portarle a Madeira, gettandole nel mare. Si mischieranno alle correnti e porteranno questo successo dall’altra parte del mondo. Il Portogallo è Campione d’Europa.

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Altri Sport

Lou Gehrig, lo Sportivo che ci ha fatto conoscere la SLA

Daniele Esposito

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Lou Gehrig, il primo caso di Sla

Quando parliamo di SLA, la malattia degenerativa spesso associata agli sportivi, ci viene in mente subito Stefano Borgonovo. Ma la “stronza”, come la chiamava lui,  si palesò al mondo molto tempo prima, attraverso la vita di una Leggenda del Baseball americano, Lou Gehrig, che oggi avrebbe compiuto 115 anni, il primo uomo a cui fu diagnosticata. Questa è la sua storia.

La sua è una storia molto triste, una di quelle storie che fa intuire, però, quanto lo sport sia più che un gioco, una vera e propria fede.

Lou Gehrig, nato a New York nel 1903, è stato il giocatore di baseball che tutti sognano di essere, collezionando statistiche e risultati tra i più gloriosi della storia del baseball. Risultati invidiabili resi possibili dalla sua dedizione per il baseball e per i suoi fan, dai quali traeva una forza e una determinazione senza pari. Nonostante questo, Lou condusse sempre una vita tranquilla e normalissima, senza storie eclatanti, rimanendo, in cuor suo, un semplice giocatore professionista, seppe incarnare alla perfezione lo spirito americano del tempo dimostrandosi un vero Yankee.

Sia i suoi compagni che i suoi avversari lo soprannominarono “The iron horse”, per via della sua straordinaria potenza e resistenza, otre che per la stazza: Lou, infatti, era alto oltre un metro e novanta. Nei New York Yankees stabilì diversi record, giocando ben 2130 partite consecutive, non saltando mai un solo match per 18 anni, nonostante le numerose fratture e contusioni subite durante le partite.

Incredibile, poi, è il numero delle occasioni difensive che eseguì, ben 22.857. Segnò nella sua carriera 493 home run, quarto assoluto nelle graduatorie dei grandi battitori di tutti i tempi, di cui la bellezza di 23 grand slam. Insieme a Babe Ruth formò una coppia leggendaria che diede filo da torcere a tutti i battitori della lega per anni.

Lou e Babe portarono gli Yankees sul tetto del baseball americano per anni.

La vita del cavallo di ferro non fu solo piena di record e di felici risultati sportivi: purtroppo, a Lou Gehrig venne diagnosticata una grave malattia, a quegli anni sconosciuta e senza cura ancora oggi, che minò la sua carriera ma soprattutto la sua salute, costringendolo a smettere di giocare.

Da quel momento in poi, la malattia che lo colpì prese il nome di “morbo di Gehrig”, oggi più conosciuta come SLA “sclerosi laterale amiotrofica”, che affligge 6000 persone in Italia, con un incremento annuale di circa 1500 soggetti.

Il 4 luglio 1939, quando ormai il terribile morbo aveva già fatto il suo corso, venne proclamato il “Lou Gehrig day” ed egli entrò per l’ultima volta nello Yankee Stadium per dare l’addio alla folla che tanto lo aveva acclamato, applaudito e amato.

In 60.000 erano presenti all’evento, compresi il sindaco e le maggiori autorità. Da un lato del diamante, erano schierati i suoi compagni di squadra al completo, sull’altro tutti i vecchi “Yankees” ancora in vita. Venne commemorata la sua incredibile figura, i suoi records e le sue grandi gesta. Quando fu invitato a parlare al microfono salutò e ringraziò il pubblico ed i compagni concludendo con una frase che rimase scolpita a fuoco nei ricordi dei presenti e non solo: “Sebbene io abbia avuto il duro colpo dalla sorte, mi considero l’uomo più fortunato sulla faccia della terra. Ho avuto i migliori genitori e la moglie più perfetta che possa toccare ad un uomo. Ho giocato nella più bella squadra e sotto i due più grandi manager che siano esistiti nel nostro sport. Ringrazio tutti perché ho avuto molto di cui vivere.”

Due anni dopo morì coraggiosamente all’età di 37 anni con la dignità che lo aveva sempre contraddistinto, lasciando dietro di sè il più nobile ricordo che uno sportivo abbia mai lasciato. Come grande tributo nei suoi confronti, venne ritirata la casacca numero 4 che per tanti anni aveva indossato con onore, entrando poco dopo di diritto nella Hall of Fame.

La morte di Lou Gehrig , in quanto giocatore famoso dell’MLB, portò l’opinione pubblica ed i media a far maggiormente luce su questa terribile malattia, all’ora completamente sconosciuta, aiutando così la ricerca e incrementando il sostegno nei riguardi degli sfortunati da essa colpiti.

Nel corso degli anni, sono stati tanti gli sportivi scomparsi a causa della SLA, in tutto il mondo. Ma, grazie a Lou, il mondo ha imparato a conoscerla e combatterla e sono sempre di più le associazioni che si occupano di sostenere e aiutare le persone che sono costrette ad affrontare questo terribile male.

La storia del cavallo d’acciaio ci insegna che lo sport unisce e può fungere da strumento di coesione tra la gente; grazie allo sport persone come Lou non verranno mai dimenticate. Esiste una grande dignità nell’affrontare la malattia nel modo giusto e accettarne le conseguenze: questo è un insegnamento per il quale saremo sempre grati al gigante americano. Perchè morire non vuol dire sempre cadere. Può voler dire diffondere ciò che siamo stati, per sempre.

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Primo piano

Dirk Nowitzki: quando il Basket incontra la matematica

Lorenzo Martini

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Compie oggi 40 anni Dirk Nowitzki, il fenomeno tedesco che in NBA ha fatto la storia sempre con la stessa maglia, quella dei Dallas Mavericks. Un giocatore che deve molto del suo successo ad un uomo e alla matematica.

Aaah, la matematica, una delle materie più odiate dagli studenti italiani! Formule astruse piene zeppe di logaritmi e radici, teoremi su triangoli e trapezi, integrali, derivate..tutte nozioni così distaccate dalla realtà, dalla vita quotidiana, da rendere la matematica la materia incomprensibile per eccellenza.

E’ pur vero che molte delle applicazioni matematiche riguardano scienze più vicine alla quotidianità come la fisica, l’economia e l’ingegneria, ma resta il fatto che se si parla di algebra o geometria, di analisi o probabilità, in molti non possono che strabuzzare gli occhi e sbuffare. Del resto, ma a che mi serve la matematica?

Di risposte più che soddisfacenti ce ne sarebbero a bizzeffe, ma cercandone una tanto provocatoria quanto inaspettata, si potrebbe dire: guardate come gioca Dirk Nowitzki. Sì, sto parlando proprio di lui, di quel gigante tedesco di oltre 2 metri e 10 che ha giocato 20 stagioni in NBA e ha fatto registrare record incredibili: primo giocatore europeo ad essersi laureato MVP – ossia miglior giocatore in assoluto – in una stagione regolamentare nel 2007, vincitore del titolo NBA nel 2010, dall’11 novembre 2014 miglior marcatore non americano di sempre in NBA e di recente ha sfondato il tetto dei 31 mila punti. Insomma, un cestista dalla carriera incredibile, un vincente nato. Ma cosa c’entra con la matematica?

Per capire il nesso è necessario trovare l’anello di congiunzione, e in questo caso l’anello ha un nome e cognome: Holger Geschwindner. Ex-giocatore professionista e rappresentante della Germania nelle Olimpiadi del 1972, il signor Geschwinder è sempre stato noto per la sua eccentricità e le sue idee stravaganti. Oltre ad essere un ottimo cestista è anche una mente sopraffine, tant’è che ottiene una laurea sia in fisica che in matematica. Ma la sua grande passione resta il basket, a cui vorrebbe dedicare tutta la sua vita.

Nel lontano 1994 Holger è sugli spalti di un piccolo palazzetto di Wurzburg, assiste ad una partita di poca rilevanza tra under 18. Ma tutt’a un tratto nota sul parquet un biondino altissimo e tutto pelle e ossa, ma con una grazia nei movimenti stupefacente. E’ un attimo, un flash: Holger capisce che quel ragazzo potrebbe diventare qualcuno, se solo lui potesse provare su di lui tutto quello che ha teorizzato.

A fine match, si avvicina al biondino e gli spiega che gli farebbe piacere fare qualche seduta di allenamento insieme. Gli dice che vede del talento in lui, ma il sedicenne è scettico, non si fida di quello sconosciuto così strambo.

Ma Holger non si arrende, è sicuro di non aver sbagliato sul conto del biondino. Riesce alla fine a contattare i suoi genitori, li convince e organizza un paio di sedute di allenamento. E fu così che il giovanissimo Dirk Nowitzki trovò un coach, una guida che lo accompagnerà per tutta la vita.

 Il ragionamento del dottor Gescwindner è piuttosto semplice: Dirk ha doti atletiche pazzesche, ma in un mondo come quello NBA patirebbe tantissimo la fisicità e la stazza di giocatori grossi anche più di lui, quindi deve trovare un modo per ovviare al problema e risultare immarcabile. Per questo le loro sedute in palestra si concentrano su un unico aspetto del gioco: la ricerca del tiro perfetto.

Ed è qui che Holger sfrutta la matematica per creare qualcosa di assolutamente perfetto. Prima dell’ allenamento si isola dal mondo e fa calcoli complicatissimi: studia differenziali di funzioni, ne fa integrali e derivate, si calcola curve e parabole. Si occupa di argomenti che per la maggior parte delle persone suonano come arabo, ma poi entra in campo, si avvicina a Dirk e gli spiega nei minimi dettagli la meccanica del tiro, corregge i suoi errori, analizza gli aspetti positivi e quelli negativi. Tutto deve essere studiato affinchè il movimento di tiro sia fluido e senza sbavature.

Dirk dal canto suo è di una costanza fuori dal comune: prima di ogni partita inizia ad allenarsi tre quarti d’ora prima degli altri e prova tiri da ogni posizione del campo. Dopo ogni rilascio della palla memorizza sempre più il movimento che deve compiere, lo rende proprio, come fosse per lui naturale. Anche se acquisisce piena sicurezza nei suoi mezzi, Dirk rimane umile, conscio che per essere il miglior tiratore non può fare a meno di migliorarsi e di allenarsi.

 La premiata ditta Nowitzki – Geschwindner non solo riesce ad approdare in NBA nel 1998, ma rivoluziona una buona fetta del gioco. Infatti Holger riesce a plasmare Dirk di modo che diventi un giocatore fuori dagli schemi, ingestibile dalle difese avversarie. A differenza di qualsiasi altro giocatore della sua stazza, Dirk predilige giocare lontano dal canestro, laddove qualsiasi altro centro o ala grande si trova spaesato. Grazie al suo tiro perfetto e alla sua altezza che gli permette di rilasciare la palla molto in alto, il gigante tedesco diviene un giocatore capace di spostare gli equilibri di una partita.

Il resto è storia: le sue vittorie, il suo strepitoso palmarés, le  sovraumane percentuali al tiro in carriera, il rispetto dei compagni, dei coach, degli avversari.

In un’intervista al De Spiegel di qualche anno fa a WunderDirk fu chiesto di spiegare quanto fosse stato importante per la sua carriera l’aiuto di Geschwindner: “Senza di lui ora sarei un noioso businessman o un pittore nell’azienda dei miei genitori”. 

Giusto per ribadire l’incredibile umiltà e riconoscenza di una persona speciale come Dirk. Una persona che non solo ha saputo sapientemente avvalersi della matematica e dell’ingegneria nel basket, ma è stato in grado di stravolgere le visioni di gioco di uno sport, diventando il più forte cestista europeo di tutti i tempi.

 

 



 

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Motori

Kevin Schwantz, il “kamikaze” che ha reso pazzo il motociclismo

Emanuele Catone

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Compie oggi 54 anni Kevin Schwantz, pilota iconico del Motociclismo a cavallo tra gli anni 80 e i 90. Questa è la storia del Kamikaze texano. Un “pazzo” la cui storia vale la pena conoscere.

“Aspetto che il panico cresca, quando la paura si tramuta in visioni celestiali inizio a staccare”. Basterebbe questa sua stessa dichiarazione per sintetizzare al meglio il perché Kevin Schwantz sia diventato uno dei piloti più amati ed ammirati nella storia del motociclismo, nonostante il solo ed unico mondiale vinto nel 1993.

Il texano, che ha gareggiato nella classe 500 dal 1986 al 1995, è stato un personaggio che ha fatto saltare dalla sedia i grandi appassionati e che al contempo ha allargato in maniera esponenziale il pubblico del motorsport, fino a quel momento ancora decisamente di nicchia. A chiunque ragazzino di quel tempo con la passione dei motori si chiedesse quale pilota ammirasse, la risposta era (quasi) sempre la stessa: Kevin Schwantz.

 

Sarà stato per il carattere fortemente esuberante, per la follia messa in pista mista alla semplicità di un ragazzo americano qualsiasi; Kevin ha fatto innamorare tutti. Per trasportarlo all’epoca moderna, è stato un po’ il Valentino Rossi degli anni ‘90; certo molto meno titolato, ma con quella verve da trascinatore che nessun altro aveva.

Il “pilota kamikaze” lo chiamavano nel paddock, per la sua frequenza a finire nella ghiaia pur di staccare più forte dei suoi avversari. Di lui avevano timore, poteva sorpassarti da un momento all’altro in punti impossibili e allo stesso tempo disarcionarti senza remore. Nella hall of fame del motomondiale resterà il contatto con Lawson nel ‘91 durante il GP di Assen dove, per non lasciar passare il pilota della Cagiva, Schwantz staccò più forte e chiuse la porta finendo per toccarsi e finire rovinosamente in un burrone a bordo pista; fortunatamente senza grossi danni collaterali.

Kevin non era proprietario di un grosso bagaglio tecnico in moto, veniva dal cross e questo lo portava ad avere una guida inusuale e mai vista prima il che lo rendeva anche riconoscibile a chilometri di distanza. Aveva, però, un’agilità formidabile; tra le sue mani la Suzuki numero 34 sembrava una bici mentre il texano la piegava in giro per i tracciati del mondo con una sporca eleganza indelebile dalla mente.

I suoi grandi avversari, Wayne Rainey e Mick Doohan su tutti, gli sono sempre arrivati davanti, forse anche immeritatamente, al termine delle stagioni mondiali. L’etichetta immeritata di eterno secondo (o terzo) sembrava doverlo accompagnare per tutta la carriera, finché nel 1993 il Dio dei motori che poco dà e tanto toglie colpì inesorabilmente. In quella stagione Kevin vinse quattro Gran Premi, ma il titolo sembrava comunque dover finire ancora tra le mani di Rainey; a Misano arrivò, però, un giorno che cambiò per sempre la storia del motociclismo, del pilota della Yamaha e di quello della Suzuki Lucky Strike. Il Campione del Mondo in carica perse il controllo della sua moto e finì tragicamente nella ghiaia; il verdetto fu fatale, a vita su una sedia a rotelle. Schwantz si trovò così a lottare contro nessuno e al termine del campionato vinse, per la prima ed unica volta, il titolo iridato.

La grandezza del pilota texano sta anche nell’esser stato uno dei primi piloti, e in generale degli sportivi, ad avere un rapporto diretto e soprattutto aperto con gli organi di stampa. I giornalisti si divertivano a fargli domande, lui non si tirava mai indietro e regalava perle come quella con cui si apre questo articolo.

Il 17 luglio 1995, nella sala stampa del circuito del Mugello, Schwantz annuncia al mondo il suo ritiro dal mondo delle corse. Il suo volto è rigato dalle lacrime. Le lacrime di un uomo, che in quel momento stava diventando leggenda, conscio di non poter più dare a se stesso e agli appassionati la spettacolarità di un tempo. Quelle stesse lacrime che hanno riempito gli occhi dei suoi avversari, dei suoi tifosi, dei giornalisti e di chi semplicemente lo amava. La motivazione che addusse a quella scelta fu, come sempre, pregna del suo essere: “Un tempo mi sentivo alto tre metri e a prova di proiettile. Adesso mi sento solo alto tre metri”.

Il numero 34 venne ritirato dalla Federazione Motociclistica, nessuno avrebbe mai potuto portarlo in carena come ha fatto lui; e anche se fosse ancora disponibile, nessun pilota si sentirebbe altezza di “indossarlo”.

Kevin Schwantz è stato colui che ha aperto il mondo del motociclismo alla modernità, se il motomondiale oggi è quello che vediamo è anche merito suo e del cambiamento epocale che ha portato con il suo modo di vedere questo sport. E ogni volta che tuttora lo si vede in giro per i paddock dei vari GP, un’emozione ci attraversa la spina dorsale; magari con quell’illusoria speranza di vederlo ancora un volta, per un solo giro, sfrecciare in pista come ai vecchi tempi.

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