Una parabola sempre più discendente per il campione paralimpico Oscar Pistorius. Il sudafricano, in carcere per l’omicidio della sua fidanzata Reeva Steenkamp nel 2013 per il quale sta scontando la pena di 6 anni di detenzione nel carcere di Pretoria, è stato ricoverato dopo che le guardie carcerarie avevano ravvisato gli estremi per il trasporto in ospedale a seguito di ferite da arma da taglio ai polsi. Dalle prime analisi è stato dichiarato il tentato suicidio anche se “Blade Runner” ha negato il gesto riferendo di essersi ferito a causa di una caduta accidentale dal letto, secondo quanto dichiarato da un portavoce del penitenziario. Le profonde ferite sono state tamponate con bendaggi e, essendo le condizioni dell’atleta stabili, è stato riportato in carcere dopo poche ore in cui era piantonato da un nutrito gruppo di agenti di polizia per evitare possibili fughe.

La smentita sul suicidio di Pistorius lascia qualche dubbio soprattutto alla luce di una testimonianza di un detenuto che avrebbe visto personalmente lo sportivo tentare di recidersi le vene e dal ritrovamento nella sua cella di coltelli da parte della penitenziaria. Le motivazioni del gesto restano oscure anche se si può ipotizzare che la disperazione del paralimpico possa essersi appesantita dal momento in cui il pubblico ministero Gerrie Nel avrebbe manifestato la decisione di fare ricorso alla sentenza, ritenendo la pena di 6 anni per omicidio volontario troppo leggera.

Un altro episodio da cancellare per quello che era divenuto un esempio di speranza e di volontà per tutti gli atleti (e non) disabili. Sullo sfondo di quei Giochi Paralimpici in procinto di iniziare che lo avrebbero incoronato simbolo di un movimento così bisognoso di figure di spicco per i palcoscenici dei grandi media.

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