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Pippo Russo: Ecco chi sono i padroni del calcio

Antonio Cipriani

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Nelle scorse settimane ci eravamo occupati delle rivelazioni del sito Football Leaks e di come il rapporto tra calcio e finanza stia modificando radicalmente la struttura dello sport più amato al mondo. Vogliamo approfondire l’argomento insieme a Pippo Russo, autore di “Gol di rapina” e “M. L’orgia del potere”, nei quali si racconta proprio di questo rapporto.

Pippo tu sei stato il primo in Italia ad occuparti del rapporto tra finanza e calcio ma recentemente le rivelazioni di Football Leaks hanno portato prepotentemente all’attenzione globale quelli che sono i distorti risvolti di questo rapporto. Per prima cosa voglio chiederti come si inserisce in questo meccanismo il protagonista del tuo ultimo libro, Jorge Mendes?

 Jorge Mendes è l’uomo più potente del calcio globale. E lo è diventato perché prima di ogni altro agente ha capito quale dovesse essere il giusto rapporto fra la classe degli intermediari, cui lui appartiene, e il mondo della finanza istituzionale che all’inizio del XXI secolo, in Portogallo, è entrato in forza nel business dei diritti economici dei calciatori. Mendes ha capito che quel rapporto doveva seguire la logica della divisione del lavoro. Ciascuno doveva fare il proprio mestiere, senza invadere la sfera d’azione degli altri. In questo senso Jorge Mendes si è nettamente distinto rispetto a colui che in quella fase era il suo grande avversario, sia in patria che sul piano internazionale: José Veiga, l’uomo che pilotò i trasferimenti di Luis Figo e Zinedine Zidane al Real Madrid. Veiga pretese di farsi egli stesso uomo di finanza, lanciando la propria agenzia Superfute presso le piazze borsistiche di Parigi e Lisbona, e andava rilasciando interviste in cui criticava i fondi d’investimento guidati da banche e grandi player dell’economia portoghese perché, a suo dire, erano retti da soggetti che non conoscevano il calcio. E non si rendeva conto che lui pretendeva di fare finanza senza essere un uomo di finanza. Invece Mendes, in quella fase, è stato un potente broker calcistico che si è messo al servizio della finanza. La storia dice che Mendes è sopravvissuto fino a  diventare l’uomo più potente del calcio mondiale mentre José Veiga è caduto fragorosamente a metà degli Anni Zero. Adesso Mendes è in una posizione strategica per pilotare affari d’altissimo livello, come quelli che portano i grandi gruppi economici cinesi a sbarcare nel mondo del calcio. In questo senso, l’acquisto del Wolverhampton da parte di Fosun, concluso la scorsa estate, è una vicenda esemplare. Adesso Jorge Mendes “fa” il mercato, e così facendo viene a rappresentare una mutazione genetica guidata dalla figura dei cosiddetti “super-agenti” come lui: che non possono più essere definiti “intermediari”, perché sono più che mediatori fra le parti in trattativa. Sono generatori e aggregatori d’affari calcistici.

Quali sono gli altri player che stanno rendendo il calcio un oligopolio? Su Football Leaks emerge la figura di Doyen, cosa puoi dirci del fondo guidato da Nelio Lucas?

Doyen Group è una holding che non ama la trasparenza. È un soggetto multinazionale che investe nei settori più disparati: energia, materie prime, edilizia, hospitality, sport & entertainment. Ha sede legale a Istanbul, braccio finanziario a Londra e una divisione dedicata allo sport (Doyen Sports Investments) allocata a Malta. A partire dal 2011 ha preso a fare incetta di diritti economici di calciatori, soprattutto nei paesi della penisola iberica dove si ha una certa tolleranza nei confronti di questo business. Ma Doyen ha cercato di accreditarsi anche come soggetto che opera a 360 gradi nel campo del marketing sportivo. E ha cura di propagandare di se stesso un’immagine d’indispensabilità per il calcio, cercando di far credere che senza il suo aiuto certi club non potrebbero intervenire nel mercato dei trasferimenti. I fatti dicono tutt’altro. Basta chiedere ai tifosi dello Sporting Gijon, del Santos, del Twente, e dello stesso Porto che dal momento in cui ha condotto un rapporto più stretto col fondo non vince più nemmeno i tornei meno significativi in Portogallo. E non dimentichiamo le figuracce rimediate sul mercato dal Milan (e da Galliani in persona) in quel breve periodo dell’estate 2015 in cui Doyen ne fu partner. Quanto a Nelio Lucas, è un personaggio molto mediatico, ma delle cui origini sappiamo praticamente nulla. Non molto tempo fa, in Portogallo, concesse un’intervista televisiva nella quale si presentava come responsabile dei casting di modelle. Forse quella era la sua vera cifra, perché nel mondo del calcio si muove in modo catastrofico, già da prima che diventasse il CEO di Doyen Sports Investments. Le sue precedenti esperienze portoghesi, a metà degli Anni Zero, sono state disastrose: prima da dirigente del Beira-Mar e poi da rappresentante di Stellar Group. Pare che a lanciarlo nel mondo del calcio sia stato un altro dei super-agenti che dominano il mondo del calcio, l’israeliano Pini Zahavi. Che in quell’occasione non ebbe davvero un gran fiuto, come invece ha dimostrato di avere “creando” figure come Kia Joorabchian e Fali Ramadani.

 E l’altro superagente Mino Raiola come si posiziona?

Permettimi innanzitutto di dare una definizione di “superagente”, un’etichetta che dai profani rischia di essere equivocata. Non stiamo parlando di soggetti dotati di super-poteri o di qualità straordinarie, ma di intermediari che poco a poco abbattono i confini fra ruoli di consulenza che dovrebbero stare separati. In questo senso sono “super”, perché stanno al di sopra. Avviano la scalata come agenti di calciatori, e il passo successivo è quello che li porta a essere agenti di allenatori. Quindi riescono a piazzare dirigenti di loro fiducia nei club, in special modo i direttori sportivi, cioè coloro che per ruolo si occupano del mercato dei trasferimenti. L’ulteriore salto di qualità si ha quando questi soggetti diventano referenti dei fondi d’investimento, in una situazione che magari vede essi stessi nel ruolo d’investitori. Fino a compiere la trasformazione ultima, che fa di questi agenti anche i consulenti dei club per il mercato dei trasferimenti di calciatori. Vengono così a crearsi condizioni di promiscuità assoluta. All’interno di una trattativa il super-agente può trovarsi a essere consulente del club acquirente, consulente del club cedente, agente del calciatore trattato, rappresentante degli investitori esterni che hanno acquisito una quota dei diritti economici del calciatore trattato, e essere egli stesso investitore di quel fondo. Aggiungo che il super-agente può essere anche imprenditore dei mass media che investe in diritti televisivi e li commercializza (sono i casi di Pini Zahavi e Paco Casal), oltreché uomo di fiducia dei nuovi investitori che decidono di entrare nel calcio comprando i club (come è successo di recente a Jorge Mendes, che ha favorito l’acquisizione del Valencia da parte del miliardario singaporiano Peter Lim e è stato elemento chiave per il già citato acquisto del Wolverhampton da parte di Fosun).

Venendo all’oggetto della domanda, rispondo che quello di Mino Raiola è un caso a sé. Si tratta di un personaggio assolutamente individualista, che a differenza degli altri grandi soggetti che controllano l’economia parallela del calcio globale non  si cura granché delle relazioni diplomatiche. Se si guarda ai rapporti fra Mendes, Zahavi, Doyen, Joorabchian, Ramadani, Mascardi, Casal, si scopre che in linea di principio questi soggetti cercano un modus vivendi e evitano di farsi la guerra. Si è avuta un’eccezione con lo scontro aperto fra Mendes e Doyen che è andato avanti fra il 2014 e il 2015, ma adesso pare rientrato. Per il resto, tutti questi soggetti sanno che lo scontro non è bene per nessuno. Invece Raiola non si fa remore a entrare in rotta di collisione anche con soggetti di questa taglia. E quando registro questo aspetto, mi chiedo cosa gli dia tanta forza e tanta sicurezza di poter andare allo scontro aperto senza la paura d’essere abbattuto. In generale, Mino Raiola è il personaggio attorno al quale c’è il maggior numero d’interrogativi irrisolti.

Quando è iniziato il fenomeno di considerare i calciatori come “asset frazionabili e commerciabili a piacimento” (cit.)?

Il fenomeno parte in Sud America con l’inizio degli anni Novanta. L’indebitamento dei club è una spirale senza uscita, e la soluzione residua è quella di cedere quote di calciatori a investitori esterni per rifinanziare il debito corrente. Un circolo vizioso pressoché mortale, che crea un meccanismo di dipendenza economica in tutto simile a quello generato dal prestito a tassi da usura. Il club può anche rimanere formalmente guidato dai suoi dirigenti, ma le decisioni vengono dettate dagli investitori esterni. Che razziano quote di diritti economici dei calciatori più promettenti, stabiliscono che essi debbano giocare per valorizzarsi, e poi decidono quando devono essere ceduti senza tenere conto delle esigenze tecniche dei club.

Tu sei stato spesso critico sul fatto che la presenza delle TPO porti via risorse dal mondo del calcio, ma la contro osservazione potrebbe essere “quelle risorse sono state immesse da loro nel mondo del calcio”; cosa ne pensi?

Ti rispondo portandoti un esempio che spiega tutto e confuta l’argomento di chi sostiene che “quelle risorse vengono messe nel mondo del calcio”. Durante la campagna trasferimenti estiva del 2016 un piccolo club portoghese, il Paços de Ferreira, ha ceduto il suo miglior talento all’Atletico Madrid. La cifra di cessione segna il record per il club: 7 milioni. Ma quanta parte di quel denaro è finita davvero nelle casse del club portoghese? Presto detto: 2,8 milioni, cioè il 40%. È un’informazione che è stato possibile apprendere grazie ai documenti pubblicati da Football Leaks nella primavera del 2016. Il restante 60% era distribuito come segue. Un 20% apparteneva all’agente António Teixeira, che se lo è aggiudicato in cambio di 30.790 euro. E a proposito di questa cifra. Va specificato che non si tratta nemmeno di un versamento fatto da Teixeira al Paços, ma dell’estinzione di un debito (6 fatture per servizi vari, il cui totale faceva 30.790 euro) che il Paços aveva verso Teixeira. Praticamente, i termini della trattativa per la cessione dei diritti economici di Diogo Jota sono stati questi: “Mi devi quasi 31 mila euro, dunque dammi il 20% del tuo calciatore più promettente e siamo pari”. L’altro 40% era stato acquistato dalla Gestifute di Jorge Mendes per ben… 35 mila euro. Pagamento a quattro mesi, si legge nel contratto di cessione dei diritti. Morale della favola. Teixeira ha intascato 1,4 milioni sacrificando un credito da nemmeno 31 mila euro. Jorge Mendes ha intascato una cifra uguale a quella incassata dal Paços, 2,8 milioni, dopo avere effettuato un investimento da 35 mila euro. Un blogger si è preso la briga di calcolare la plusvalenza, e ha scoperto che ammonta al 7900%. Quanto al Paços de Ferreira, ha incassato 2,8 milioni e ha perso d’incassarne 4,2. E quei 4,2 milioni li ha perso in cambio di un valore complessivo di nemmeno 66 mila euro. Ecco il valore del denaro “comunque immesso nel mondo del calcio”: meno di 66 mila euro, per succhiarne 4,2 milioni. Sarebbe questo il “sostegno finanziario” delle TPO al mondo del calcio? Aggiungo una postilla: dopo averlo pagato 7 milioni, l’Atletico Madrid ha immediatamente girato in prestito Diogo Jota al Porto. Cioè a un club appena rientrato a pieno titolo nell’orbita di Jorge Mendes, e che ha affidato la panchina a colui che da calciatore fu il primo cliente di Gestifute: Nuno Espírito Santo. I club sperperano risorse finanziarie per ingrassare i super-agenti e lasciarli liberi di disporre le cose a proprio piacimento.

Nonostante la Fifa le abbia ufficialmente bandite, sembra che molte delle operazioni di calciomercato siano ancora orchestrate da loro, l’avvento dell’era Infantino ha cambiato qualcosa?

I soggetti dell’economia parallela hanno trovato l’escamotage per aggirare il divieto alla TPO e alle TPI (Third Party Investiment): hanno preso a controllare direttamente o indirettamente i club. Quanto a Infantino, non sta facendo nulla per ostacolare l’invasione. È stato eletto presidente Fifa coi voti dei paesi i cui sistemi calcistici stanno in piedi grazie ai denari degli investitori esterni.

Nei primi anni 2000 il presidente del Bologna Gazzoni parlava di “doping amministrativo” riferendosi ad alcuni meccanismi utilizzati per aggiustare i bilanci dei club, ma la macchina che amministra oggi il calcio globale sembra mille anni avanti. L’Italia come si pone in relazione a tutto ciò? Ci sono club che più di altri hanno fatto operazioni con i TPO?

Non c’è un solo club italiano di serie A che non abbia fatto affari con fondi e TPO. Non ci sono innocenti, nessuno può chiamarsi fuori.

Concludiamo con l’attualità: il calciomercato. Dietro alle montagne di soldi che i club cinesi stanno riversando nei campionati europei c’è lo zampino dei fondi?

Direi di no. Sono i denari che provengono da un sistema economico alieno per noi europei, perché unisce ciò che per noi sono il diavolo e l’acqua santa: l’economia pianificata di stato e l’impresa capitalista privata. Però intravedo un’evoluzione che potrebbe portare i club cinesi a agire come se fossero a loro volta dei fondi d’investimento. Cioè, acquisire calciatori di alto livello sui mercati europeo e sudamericano per poi cederli con formule di prestito molto oneroso, oltre a sfruttarne tutte le potenzialità mediatiche e commerciali. L’avvento dei capitali cinesi porterà comunque delle nuove logiche cui dobbiamo fare l’abitudine, almeno fino a che da quelle parti continueranno a voler pompare denaro nel calcio.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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