Giuseppe, per tutti Pinuccio, Molteni è nato a Varese il 4 ottobre 1929. La sua storia è di quelle straordinarie, semplicemente troppo poco conosciuta al di fuori dei confini del suo mondi, quello dell’ippica. Ve la raccontiamo noi nell’appuntamento dedicato alla storia dell’ippica.

E’ il 1946 quando il giovane Pinuccio inizia a montare a cavallo nella scuderia dello zio, Giulio Molteni, la giubba è quella paglierino con la croce marrone della scuderia MG. Sono tempi difficili, la Seconda Guerra Mondiale è terminata da poco, in tutti i campi c’è voglia di ripartire e l’ippica non fa eccezione. Sono anche tempi ancora gloriosi per i purosangue in Italia, Federico Tesio è sempre il re dell’allevamento e delle corse nazionali, anzi ancora deve produrre il suo miglior cavallo, Ribot, che nascerà nel 1952. Il giorno del suo diciottesimo Pinuccio Molteni compleanno vince la sua prima corsa, nella categoria riservata ai non professionisti, all’ippodromo di San Siro: non è un fantino, nella vita professionale sarà commerciante e industriale nel ramo degli elettrodomestici e dell’elettrotecnica, ma sempre troverà il tempo per dedicarsi alla sua passione.

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Lo zio Giulio già nel 1947 gli passa scuderia e colori, e da allora Molteni sarà sempre alla ricerca del cavallo giusto per le corse della sua categoria. Si tratta di soggetti versatili e resistenti, ma non troppo d’eccellenza perché ciò li porterebbe a superare la qualifica delle corse gentleman. Due sono i suoi portacolori capaci di soddisfare in modo perfetto questi requisiti, Lucchesi, che vinse 48 corse col proprietario in sella e 53 in totale con la giubba della MG, e Walid, che a un certo punto della carriera dovette salire di categoria e fu capace di piazzarsi nella massima: terzo nel Jockey Club e quarto nel Milano, le due più prestigiose prove dell’ippodromo di San Siro.

Le vittorie non smisero mai di arrivare: il traguardo delle 100 fu tagliato nel 1961, la numero 500 nel 1981, la novecentesima nel 1994 nella sua Varese in sella a Press Gallery. Fu in quell’occasione che Pinuccio capì di poter arrivare a quota mille, traguardo record assoluto a livello mondiale per un non professionista.  Dieci anni dopo, era il 17 agosto 2004, l’ippodromo varesino delle Bettole straboccava di folla, chi scrive compreso. La crisi irreversibile dell’ippica italiana era già iniziata, ma ancora non se ne vedevano tanto gli effetti. Pinuccio aveva vinto la corsa numero 999 a Merano due settimane prima, poi in tre occasioni era stato battuto. Forse, ad essere superstiziosi, un po’ di sfortuna aveva portato la festa anticipata, la sera del 5 agosto con Lanfranco Dettori arrivato appositamente  dall’Inghilterra per omaggiarlo. Quella sera comunque si respirava un’aria speciale, e in sella al suo Mit Club Pinuccio Molteni passò per primo il traguardo, mentre la tribuna esplodeva: la più grande standing ovation cui ho assistito in un ippodromo nei miei oltre trent’anni di frequentazione. Lui non fece una piega, fermò il cavallo, lasciò rientrare gli avversari e si avviò per ultimo sotto la tribuna, salutando composto ed elegante come un gentleman raider deve fare, ma godendosi il suo trionfo, che aveva impiegato 57 anni a realizzare: stava per compierne 75. Non smise di montare però, come i più pensavano. Proseguì altri due anni, vincendo ancora 13 corse.

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Finì l’11 dicembre del 2006, nella riunione invernale delle Bettole. In sella a Doctor Roby stava fermando quando la corsa era già finita con un sesto posto come tanti altri e si ruppe uno staffile, seguì una paurosa caduta, una corsa in ambulanza verso l’ospedale, dove gli venne diagnosticata l’incrinatura di quattro vertebre. Si rimise in piedi senza grossi problemi, ma considerò che “anche il mio angelo custode è invecchiato e stavolta si è distratto” e sessant’anni dopo il debutto del 1946 chiuse la carriera.

Restò attivo come proprietario e da quello stesso 2006 fino Presidente dell’AGRI, l’Associazione dei Gentlemen Riders d’Italia, di cui ora è Presidente Emerito. Oggi, ottantasettenne, lo si può incontrare nelle sue Bettole durante le giornate di corse, testimone di quello che l’ippica italiana fu un tempo, e che in anni più recenti avrebbe avuto bisogno di più persone come lui al posto di tanti mestieranti che l’hanno ridotta come è ora. Alla trasmissione televisiva Canter di Unire Tv andata in onda nel dicembre 2015 ha dichiarato: “Io ho avuto delle gratificazioni eccezionali, il piacere enorme dell’agonismo, di entrare nelle gabbie di vincere la corsa. Il piacere e le soddisfazioni sono accompagnate anche da impegno e  da determinazione. Secondo me il massimo che avrei potuto desiderare dalla vita l’ho avuto.”

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