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Giochi di palazzo

Perché no? Cosa potrebbe esserci dietro i continui rimandi sullo stadio della Roma

Mattia Pintus

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Quando James Pallotta è sbarcato a Roma, cinque anni or sono, aveva le idee ben chiare: costruire lo stadio di proprietà. Un progetto ambizioso per un presidente ambizioso, che non ha mai negato, con i fatti, di vedere alla società A.S. Roma oltreché ad una squadra di calcio, anche ad un’azienda. D’altronde questo è diventato il calcio ed a questo dobbiamo adattarci, disputando o no non tanto sul valore etico di questa posizione, ma quanto sulla correttezza con cui essa venga sviluppata. E c’è da dire che, malgrado la carenza di successi sportivi, con gli americani, il brand Roma si è espanso verso vette che nelle precedenti gestioni si potevano forse solo sognare. Esempio: questa stagione la Roma farà registrare, alla voce ricavi, una cifra che supererà di poco i duecento milioni e che la posizionano di diritto come la seconda forza del campionato in questa particolare classifica, superando di fatto il Milan, che paga a caro prezzo la lontananza dalla Champions League per l’ennesima stagione. Un successo impronosticabile, almeno fino a quando gli americani non hanno deciso di fare sul serio.

Il secondo posto però è il massimo a cui la società possa ambire, poiché al primo c’è una vera e propria forza inattaccabile: la Juventus, così forte in campo, ma anche così solida in questioni economiche. Eppure, malgrado il gap sportivo sembri sempre pronto per essere colmato, quello finanziario pare quasi impossibile. Un motivo? La Juventus, a differenza della Roma, ha lo stadio di proprietà e questo incide più di quanto si possa immaginare sul bilancio della società.

Ad esempio, nel 2014, gli incassi derivati dallo stadio per il club bianconero sono stati di 38 milioni, contro i 20 racimolati dalla società giallorossa. Per intenderci, con quella differenza, la Juve si è praticamente ripagata il costo del cartellino di Alex Sandro. Dunque, per quanto l’Italia sia il fanalino di coda tra le nazioni top d’Europa, risulta evidente come da uno stadio di proprietà aumentino esponenzialmente i ricavi e quindi anche la competitività sportiva del club. Tendiamo a scordare di come la Juventus fosse, dieci anni fa esatti, retrocessa in Serie B, mentre oggi ha conquistato il suo quinto scudetto consecutivo e lo scorso anno ha fatto la finale di Champions . Una struttura imponente, non può che non portare successi ed i successi portano come conseguenza diretta, oltreché la gioia dei tifosi, anche altri soldi per le casse societarie. Pertanto risulta ancor più evidente di come il progetto stadio sia, a tutti gli effetti, il primo punto sull’agenda di James Pallotta. Allora perché non si è ancora arrivati ad un compromesso?

Per descrivere tutti i passaggi che si sono susseguiti in questi anni sarebbe necessario un libro, ma visto che noi non disponiamo di tutto questo spazio, non ci soffermeremo sul passato, bensì sul futuro. Perché dopo l’uscita di scena di Marino dal Campidoglio, il tema stadio è più ricorrente che mai, viste le imminenti elezioni. Eppure, esclusi Storace e Giacchetti, tutti gli altri candidati sembrerebbero essere orientati su un timido e lascivo “vedremo”. Ma perché?

Il primo punto sollevato dagli obiettori del progetto è strettamente legato alla città di Roma ed alla sua conformazione: bisogna trovare un’area sicura. Effettivamente a Roma è difficile scavare senza trovare qualcosa, che sia una zona paludosa od un sito archeologico mai scoperto, pertanto dopo le mille analisi fatte preventivamente su Tor di Valle (il luogo ipotetico su cui dovrebbe sorgere l’impianto) ci sono comunque ancora dubbi e scetticismo. Il secondo punto è sempre legato alla città di Roma, ma più che alla sua conformazione fisica, a quella sociale: il tessuto criminale che, in un passato neanche troppo lontano, si è fatto largo nei gangli amministrativi e decisionali della città. Gli scandali emersi dai casi di “Mafia Capitale” non hanno fatto altro che frenare non solo il piano per lo stadio, ma hanno rallentato anche tutti gli altri progetti sulle infrastrutture cittadine. Così, caduto Marino, si aspetta il responso delle urne per verificare se della nuova giunta ci si possa fidare, ma ancor più se la nuova giunta si possa fidare nel dare l’ok ad un lavoro così grande e così esposto, in una città come Roma dove si rischia di restare collusi anche e soltanto se si vuol potare un albero in un parco. È però indiscutibile di come il progetto non sia in mano a persone che circolano abitualmente negli ambienti malsani della società romana: James Pallotta è noto più per le sue partecipazioni in società sportive (vedi Boston Celtics) piuttosto che per le partecipazioni a cene con personaggi almeno discutibili.

Dunque, dando per scontata la limpidità della persona, dove sarebbe il problema? L’architetto designato da Pallotta è Dan Meis, famoso per aver già lavorato in progetti simili, tra i quali lo Staple Centre di Los Angeles, il palazzetto nel quale qualche settimana fa Kobe Bryant ha giocato la sua ultima partita in carriera. Non si parla perciò del burattino di nessun clan mafioso, ma di una persona seria e responsabile.

Grazie a un team di esperti italiani e internazionali, un investimento diretto di circa 1,5 miliardi di euro, il progetto Tor di Valle / Stadio della Roma interamente finanziato da capitali privati – uno dei più importanti interventi di rigenerazione urbana in Europa – creerà un minimo di 12.000 nuovi posti di lavoro e molte opportunità per le aziende locali e per i cittadini romani.

Da questo responso ufficiale, pubblicato sul sitostadiodellaroma.com, si evince di come non è mai stata richiesta la partecipazione statale nel progetto, quindi di come non siano necessari soldi pubblici, storicamente il campo d’azione preferito da chiunque voglia “rubarci sopra”. Giungono pertanto strane le obiezioni mosse dai candidati “sfavorevoli”: per una volta che in Italia viene proposta un’iniziativa privata senza l’aiuto dello Stato, come mai c’è tanto astio intorno? E il clima di poca chiarezza ha avuto come risultato, tra gli altri, che in città si alimenti il dubbio tra i cittadini che, non essendo un’opera ad investimento statale, è possibile che gli ostacoli alla costruzione dell’impianto possano esistere proprio perché nessuno ci può “rubare sopra”.

Come abbiamo detto dunque, il progetto stadio per la Roma è imbottigliato nel traffico burocratico delle nostre istituzioni, anche se per pochi che si dichiarano apertamente favorevoli, quasi nessuno, abbiamo detto, si dice categoricamente contro. Prendiamo ad esempio il Movimento Cinque Stelle guidato da Virginia Raggi: per i pentastellati Roma sarebbe il trampolino di lancio perfetto per far capire definitivamente agli italiani di essere pronti a governare. Eppure lo stadio della Roma ai Cinque Stelle non piace, temono gli abusi edilizi e temono sull’utilità dell’opera per la città, ma non lo affermano apertamente, non sono categorici. Perché è inutile che si facciano tanti discorsi, a Roma l’elettorato è influenzabile anche dalle ragioni calcistiche e nessuno intende perdere una parte di voti solo perché si oppone alla sua squadra del cuore. E visto che i tifosi hanno capito quanto sia importante per la società, per la squadra e per il blasone avere lo stadio di proprietà, sarà difficile non accontentarli.

Ecco dunque che si delinea la linea sottile in cui sport, politica e affari si intrecciano e si scontrano, perché sembra proprio che nessuna delle tre parti voglia guadagnarci meno dell’altra, dimenticando che forse basterebbe incontrarsi a metà strada per soddisfare le esigenze comuni, senza che questo progetto vada a finire nel dimenticatoio, come tanti che l’hanno preceduto. Non sarà il nuovo Colosseo, ma uno stadio in una città come Roma serve, serve alle casse della società, serve ad aprire nuovi posti di lavoro, ma soprattutto servirebbe a dare alla capitale d’Italia quel posto di prestigio che le spetta in Europa, perché i meriti di Roma sono tutti legati al passato e ben pochi al presente. Da troppo tempo Roma dorme tra gli allori di essere “bella di natura”, senza curarsi di migliorare, di crescere.

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3 Commenti

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  1. Maurizio

    maggio 20, 2016 at 2:05 pm

    Perfettamente d’accordo su tutta la linea … finalmente un progetto che se gestito bene può portare ricchezza oltre che ottima prospettiva per il futuro. Speriamo non si sprechi questa grande occasione.

  2. Gabriele Sciarratta

    maggio 20, 2016 at 3:59 pm

    come italiani, abbiamo la possibilità di “lavare” la coscienza….
    non perdiamo questa occasione.

  3. Marco

    giugno 7, 2016 at 9:46 am

    Articolo condivisibile e sottoscrivibile in toto.
    Tuttavia l’autore, nella sua analisi, ha omesso un particolare tuttavia importante: il comune di Torino ha REGALATO (per amor di precisione ha ceduto la proprietà per 99 anni) alla Juventus il vecchio delle Alpi ed il terreno su cui costruire il nuovo stadio di proprietà.
    Avere già un terreno a disposizione, senza studi di fattibilità, con le infrastrutture già pronte, costituisce un indubbio (ed indebito??) vantaggio.

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Calcio

DasPutin: la polizia inglese usa le maniere forti per non far andare gli hooligans ai Mondiali

Emanuele Sabatino

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La polizia si sta sfornzando nell’impresa di sequestrare i 58 passaporti rimanenti per essere sicuri che queste persone non siano abili di andare in Russia.

La Polizia inglese ha dichiarato che a più di 1200 hooligans con una storia passata di disordini da stadio è stato impedito, previo sequestro del passaporto, di viaggiare verso la Russia per seguire la nazionale allenata da Southgate che oggi scenderà in campo per la seconda partita del suo Mondiale contro Panama.

1312 sono stati gli individui costretti a consegnare il passaporto alle autorità locali inglesi. Di questi 1312, 1254 hanno portato il passaporto volontariamente, sono stati costretti a farlo o non lo avevano mai fatto in vita loro. Ne rimangano appunto 58 ancora da confiscare.

Unità supplementari di poliziotti verranno schierate ai porti navali per evitare che qualcuno possa tracciare itinerari alternativi per arrivare in Russia una volta lasciato il Regno Unito via mare. Il daspo calcistico in Inghilterra può durare sino a 10 anni è ha lo scopo di evitare agli hooligans di viaggiare per gli eventi sportivi internazionali. Eludere il daspo è ovviamente un reato e comporta una multa di 5000 sterline e 6 mesi di prigione. I passaporti sequestrati verranno riconsegnati ai legittimi proprietari dopo la fine della Coppa del Mondo prevista per il 15 luglio.

Secondo Scotland Yard  questa operazione ha permesso che tra i più di 10000 tifosi inglesi ora presenti in Russia la stragrande maggioranza siano persone oneste, genuine e giunte lì col solo scopo di tifare e godersi il torneo.

Nonostante questo però rimane la paura, ne avevamo parlato già qui, per l’incolumità dei tifosi inglesi, specialmente quelli omosessuali, dopo le minacce omofobe e razziste degli hooligans russi da sempre pieni di un sentimento anti-british. Già durante gli europei del 2016 le due tifoserie arrivarono a contatto e 5 tifosi inglesi rimasero gravi e altri 30 finirono all’ospedale anche se senza pericoli.

Una delegazione della polizia inglese, su richiesta proprio del paese ospitante, è andata in Russia per lavorare al fianco delle autorità locali e garantire la massima sicurezza agli ospiti inglesi.

 

 

 

 

 

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Calcio

Stadio della Roma: Se è corruzione impropria lo Stadio si fa (salvo che il Comune non ci abbia ripensato)

Simone Nastasi

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In questi giorni tutti hanno detto qualcosa sullo Stadio della Roma ma in pochi  sono riusciti a schiarirci le idee al riguardo. Per fare chiarezza sugli aspetti giuridici di tutta questa faccenda abbiamo intervistato uno dei massimi esperti di Diritto Amministrativo, l’Avvocato Gianluigi Pellegrino. Ecco cosa ci ha detto.

Partiamo da alcune sue recenti dichiarazioni. In una recente intervista alla Gazzetta, lei ha dichiarato che si è fatta confusione tra il piano penale e quello amministrativo. Perché?

Dovremmo sempre tutti avere a mente che non tutto ciò che è sbagliato è reato e non tutto ciò che è reato comporta che siano stati necessariamente assunti atti amministrativi illegittimi, atteso che esistono ipotesi di reato di pubblici funzionari pure gravi ma che non derivano da atti illegittimi. In particolare, nel nostro caso, da quanto è emerso dagli organi di stampa, ma bisognerebbe poi leggere le carte nel dettaglio, le ipotesi di corruzione che vengono contestate non sono volte ad ottenere assensi che altrimenti non era per legge possibile ottenere ma se mai per facilitare e accelerare atti comunque legittimi. Questo farebbe sì che si tratterebbe di corruzione impropria che ha una sua gravità, sia penale che sociale, ma presuppone la legittimità degli atti e che la procedura per l’approvazione dello Stadio sia illegittima: quindi in questo caso l’iter potrebbe proseguire a prescindere dal processo penale. Se invece le indagini penali manifestassero un’illegittimità degli atti amministrativi , l’amministrazione dovrebbe senz’altro valutare di ritirali. Un piano ancora diverso è poi quello della responsabilità politica. Il Sindaco Raggi non è certo colpevole di nulla se ha deciso di mettere una persona di sua fiducia nell’amministrazione di Acea e però se poi quel prescelto dovesse risultare che ha accettato regalie da terzi interessati a rapporti con il Comune allora c’è un evidente profilo di responsabilità politica e morale evidentissimo anche in capo al Sindaco. Tenere distinti i piani aiuta a capire e capire aiuta sempre.

In merito al reato configurato dai pm, tra gli altri anche la corruzione, lei ha fatto una distinzione tra propria ed impropria. Ci spiega la differenza?

Corruzione propria è quando si paga un pubblico funzionario  per ottenere una cosa contro legge: una concessione edilizia per costruire una casa dentro al Colosseo. Per Corruzione impropria, invece, si intende quando si paga il funzionario per ottenere un provvedimento che comunque si poteva o si doveva ottenere per legge. Pago quindi per agevolare o per evitare ostacoli. Commetto un reato ma gli atti non solo illegittimi.

In merito a questo, quali possono essere i rischi più concreti per l’iter burocratico?

Ormai il Comune, attraverso il Sindaco, che è stato sentito più volte, dovrebbe avere in mano tutti gli elementi  per capire cosa avrebbe scoperto la Procura. Se non ci sono illegittimità amministrative negli atti non esistono rischi amministrativi concreti sulla procedure per l’approvazione dello Stadio. Se poi il Comune ci vuole comunque ripensare, allora si torna sul piano politico amministrativo e non sul piano della legittimità.

Quindi l’iter amministrativo si blocca fino alla decisione del Giudice Penale?

Assolutamente no e sarebbe sbagliatissimo se fosse così. Bisognerebbe vedere quali sono le  imputazioni penali e a quel punto trarre responsabilmente le conseguenze. E’ necessario guardare il merito. Il fatto che ci sia un processo penale non vuol dire niente in sè. E’ importante capire cosa è contestato dal giudice penale e come è contestato. Perché se non è nemmeno contestato che gli atti siano illegittimi non c’è ragione di metterli in discussione dal punto di vista della legalità. Se poi si vogliono mettere in discussione per scelta politica ritorniamo al discorso di prima.

Da questa storia emerge ancora una volta il ricorso alla corruzione come strumento per velocizzare i processi amministrativi. La semplificazione normativa di cui tanto si parla, secondo Lei potrebbe essere una possibile soluzione al problema?

Basterebbe applicare le norme semplificatrici che già esistono come ad esempio quelle sulla Conferenza dei Servizi  che imporrebbero a tutti gli enti  di esprimersi su una istanza in modo rapido, chiaro e contestuale. E invece questa norma è una delle più violate ed eluse in Italia perché ciascuna amministrazione si riserva di rispondere a tempo proprio e alla fine le conferenze vengono sempre rinviate. Quindi più che di ennesime riforme e nuove leggi, basterebbe applicare davvero quelle esistenti.

Per chiudere, secondo Lei , la Roma quando avrà il suo Stadio?

Sappiamo che per opere così grosse, se ci sono emergenze o obiettivi tipo i mondiali, siamo un paese che riesce a lavorare rapidamente; ma solo sotto stress. In assenza  di emergenza invece abbiamo sempre procedure lunghe a volte infinite. La paura dell’inchiesta poi può fare il resto.

 

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Calcio

USA, Messico e Canada “United”per i Mondiali del 2026: se gli affari scavalcano i muri e la Politica

Massimiliano Guerra

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E’ ufficiale: gli Stati Uniti, Messico e Canada co-ospiteranno la Coppa del Mondo 2026. La candidatura unificata sotto il nome United, per l’appunto, ha ottenuto il trofeo più importante di tutti battendo la concorrenza del Marocco con una percentuale del 67% dei voti totali (l’Italia ha votato per il paese nordafricano). L’aspetto più importante è adesso quello di capire quale sia la ripartizione delle 80 partite totali: secondo quanto presentato al momento della candidatura dal trio oltreoceano, gli Stati Uniti ne ospiteranno 60 mentre il Messico e il Canada solo 10 a testa. Tante partite sì, perché quel Mondiale sarà formato da ben 48 squadre da 16 gruppi, vale a dire una vera e propria rivoluzione rispetto alle 32 squadre attuale. C’è però da capire però la ripartizione reale delle partite che si disputeranno: un gran vantaggio che hanno questi paesi è l’abbondanza di stadi che essi hanno sui loro territori. In effetti, anche con un totale di 80 partite da giocare, è chiaro che alcune partite verranno giocate anche in piccoli stadi di città non grandissime. Non è però da scartare l’idea che si possano costruire anche altre strutture in città che già ne hanno più di uno. C’è anche la necessità di trovare un meccanismo tale da garantire alle squadre di non fare lunghi viaggi, attraversando da est a Ovest gli Usa tra una partita e l’altra, nella prima parte del torneo. Ecco come oggi potrebbe essere suddiviso il calendario dei 16 gruppi:

Gruppo A: Los Angeles (due sedi)

Gruppo B: Phoenix e Las Vegas

Gruppo C: Miami e Orlando

Gruppo D: Washington, DC, e Philadelphia

Gruppo E: New York e Boston

Gruppo F: Seattle e Vancouver (due partite in Canada)

Gruppo G: San Diego e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo H: Toronto e Montreal (tre partite in Canada)

Gruppo I: Pasadena e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo J: San Jose e Santa Clara

Gruppo K: San Antonio e Dallas

Gruppo L: Città del Messico (due sedi; tre partite in Messico)

Gruppo M: Monterrey e Houston (due partite in Messico)

Gruppo N: Chicago e Detroit

Gruppo O: New York e Montreal (due giochi in Canada)

Gruppo P: Atlanta e Nashville.

Dopo la fase a gironi, il numero di partite e quindi di stadi necessari per ospitarle, sarebbe ridotto. Sulla base del modello proposto il Messico e il Canada potrebbero ospitare tre partite a testa nel primo turno ad eliminazione diretta a 32 squadre. Lo scenario più logico sarebbe quindi quello che vede la partita di apertura allo Stadio Azteca, che ha anche ospitato due finali della Coppa del Mondo nel 1970 e nel 1986, mentre la finale, sarebbe con tutta probabilità essere giocata a New York o a Los Angeles al Rose Bowl di Pasadena che ospitò l’atto finale tra Brasile ed Italia nel ‘94 con temperature infernali.

Come ha dichiarato il presidente della Us Soccer, Sunil Gulati“Le trattative per la spartizione delle partite non è stata facile perché tutti i paesi ne volevano di più, ma alla fine abbiamo trovato un accordo”. Un accordo quindi tra Stati Uniti, Messico e Canada (che diventa con Stati Uniti, Svezia e Germania, uno dei paesi ad aver organizzato sia un Mondiale maschile, sia uno Femminile) in un momento politico così delicato tra questi tre Stati è già una notizia. E’ stato proprio Gulati poi a darci una notizia ancora più importante e cioè come sia nato tutto con la benedizione del presidente Trump: “La candidatura dei tre paesi ha avuto il pieno sostegno del presidente anche se l’attacco al Messico è stato uno dei temi principali della sua campagna elettorale. I colloqui con il presidente, effettuati da un intermediario negli ultimi 30 giorni, hanno rivelato come il presidente abbia supportato e incoraggiato la collaborazione con il Messico. Certo ci sono  preoccupazioni circa l’arrivo di squadre e appassionati da tanti paesi del Mondo in relazione alle restrizioni in materia di immigrazione, ma siamo certi che troveremo una soluzione”.

Dunque Trump mentre da una parte minaccia il rafforzamento di muri divisori dal Messico e annuncia giri di vite sul tema dell’immigrazione, dall’altra combatte la guerra commerciale con il Canada, ma apre ad una collaborazione per organizzare una competizione che muoverà tantissima gente nell’arco di più di un mese. Un comportamento ambivalente, che però proprio Gulati spiega: “Una Coppa del Mondo in Nord America, con 60 partite negli Stati Uniti, sarebbe, di gran lunga, la Coppa del mondo di maggior successo nella storia della FIFA, in termini economici”. Ecco allora che si spiega tutto. Trump da uomo d’affari, prima che uomo politico, ha fiutato l’occasione per poter rilanciare l’economia statunitense nel lungo periodo e un affare da quasi “un miliardo di dollari”, non può essere buttato via così a cuor leggero. Quindi lo sport (supportato da un pesante aspetto economico) potrebbe in un modo o nell’altro abbattere le divisioni tra Stati e soprattutto mitigare le tensioni che in Nord America negli ultimi mesi si sono accumulate in maniera quasi sconsiderata. Sia a Nord che a Sud.

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