La sindrome cinese sta mettendo in subbuglio il mondo del calcio. Le ultime sessioni di mercato hanno portato in dote una rivoluzione orientale che sta invadendo il pianeta con conseguenze sorprendenti. Una pioggia torrenziale di yuan ha cambiato le carte in tavola, trasformando rapidamente un’umile periferia calcistica in un centro borghese senza nobiltà. Il fenomeno non riguarda solo l’avvento di investitori cinesi nei club europei ma soprattutto la crescita del campionato locale, e in questo la rivoluzione non ha precedenti. Secondo i più, la nuova variabile del mercato porterà ad un imbruttimento del mondo del calcio che abbiamo conosciuto fino ad oggi, ma potrebbe non essere vero. Ogni trauma è una grande occasione, e potrebbe essere così anche stavolta. Se i governi locali e del calcio mondiale non metteranno un argine agli investimenti su cartellini e ingaggi, la crescita della Chinese Super League potrebbe diventare un vantaggio per tutti, nessuno escluso. Proviamo a capire perché.

La prima considerazione da fare è piuttosto elementare: non vince mai chi investe di più, ma chi investe meglio. Se poi le due cose coincidono, ovviamente, il risultato è assicurato. Partendo da un presupposto del genere,  è evidente che i club europei che sapranno vendere i propri pezzi pregiati al miglior offerente cinese e sapranno poi reinvestire nel modo migliore la pioggia di yuan avranno una possibilità ulteriore per crescere. Pensate al Torino, capace di migliorare il proprio status calcistico anno dopo anno grazie alle cessioni dei giocatori migliori, e moltiplicate gli introiti potenziali per cinque o addirittura dieci in virtù di qualche operazione in uscita gonfiata dai liquidi cinesi: potrebbe diventare una corazzata. Questo, ovviamente, avverrà su più livelli e condizionerà più o meno positivamente anche i club maggiormente titolati. Il fatto che girino più soldi nel mondo del calcio non implica in automatico che i più ricchi schiaccino chi lo è meno, e le storie recenti di Manchester City e Paris Saint Germain lo dimostrano. Le competizioni si allargheranno, invece di restringersi.

L’ampliamento della competitività non riguarderà solo i club europei, ma l’intero movimento mondiale. A differenza dell’esperienza della MLS, associabile per molti versi, soprattutto negli anni passati, ad un cimitero degli elefanti per campioni più o meno affermati alla ricerca dell’ultimo grande contratto della vita, la rivoluzione cinese si pone come obiettivo una crescita concreta del calcio locale. L’acquisto di grandi giocatori a fine carriera (Tevez), oppure di giovani fenomeni nel fiore degli anni (Oscar, Jackson Martinez e Witsel) costituisce solo una prima fase: il passaggio successivo riguarderà l’inserimento nella Chinese Super League di allenatori e dirigenti di fascia A che valorizzeranno il patrimonio tecnico dei calciatori affermati e cresceranno allo stesso tempo le prossime generazioni di calciatori cinesi, in modo da non fare degli acquisti di mercato altisonanti delle semplici operazioni di marketing. Si possono già fare alcuni esempi in questo senso: Manuel Pellegrini allena l’Hebei CFFC, André Villas-Boas lo Shanghai SIPG, Felipe Scolari il Guangzhou Evergrande e Felix Magath lo Shandong Luneng Thaishan. Il campionato cinese sarà ancora periferico per diversi anni a prescindere dagli investimenti che porteranno avanti i club, ma potrebbe diventare centrale entro quindici anni. A quel punto, il Mondiale per Club della FIFA assumerebbe un valore differente e se i club arabi e russi (oltre a quelli statunitensi) sapranno prendere spunto dalla lezione cinese, potremmo assistere al graduale ridimensionamento dei tornei continentali per club come la Champions League per far spazio a competizioni mondiali più strutturate e portate avanti con maggiore continuità.

In un quadro del genere, le realtà calcistiche che non avranno le risorse economiche per competere con le più ricche saranno costrette a puntare sempre di più sullo scouting e, ancora meglio, su stadi di proprietà e settori giovanili. Il Milan fresco vincitore della Supercoppa Italiana e protagonista finora di un campionato sorprendente è un buon esempio per affrontare la terza voce: nel suo caso, il ridimensionamento economico è stata un’occasione per ripartire con nuovi presupposti. Nel momento in cui ha capito di non poter far leva in eterno sulla politica sciagurata dei parametri zero, ha scommesso con ottimi risultati sui giovani della cantera, ritrovandosi in poco tempo con due ragazzini estremamente affidabili (Donnarumma e Locatelli) e diversi altri in rampa di lancio (Plizzari e Calabria). La Juventus, a sua volta, fece lo stesso nel momento di massima crisi nella sua storia: quando retrocesse in B a seguito dello scandalo Calciopoli, ebbe l’occasione per lanciare in prima squadra Marchisio e Giovinco. La crescita di giovani calciatori coltivati in casa fin da piccoli offre l’occasione per ridare una parvenza di romanticismo al nostro calcio e restituirci qualche bandiera potenziale: paradossalmente, il famigerato avvento degli yuan cinesi potrebbe servire un assist decisivo in questo senso.

In conclusione, la sindrome cinese più pericolosa è la paura infondata di veder distrutto il nostro giocattolo preferito sotto i colpi dei nuovi investitori, seppure spesso scellerati. Al contrario, l’allargamento delle frontiere porterà benefici per tutti, dai club che lottano per non retrocedere a quelli che sognano la Champions League o la vincono abitualmente. Sarà un calcio diverso che sposterà gradualmente centri e periferie, rendendo lo sport più variegato ed eterogeneo su più livelli. Avremo tanti nuovi avversari sportivi in più da affrontare, nuove esperienze da vivere e storie particolari da raccontare: sconfiggerli sarà sempre più difficile, ma provare a farlo con la forza delle idee e della lungimiranza sarà ancora più bello.

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