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Patty Mills o il Guerriero Walla?

Lorenzo Martini

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I Giochi Olimpici hanno chiuso i battenti. E come in ogni Olimpiade il basket ci ha regalato sensazioni uniche. La sontuosa vittoria di team USA, i fantascientifici assist di Teodosic, l’ennesima medaglia al collo di Pau Gasol, l’addio di Ginobili e Scola alla nazionale. Un coacervo di forti emozioni racchiuse in poco meno di due settimane. E tra queste non possiamo dimenticare il sistema di gioco, fluido e corale, di una nazionale che è sì tornata a casa a mani vuote , ma che merita di essere ricordata per aver espresso un livello di basket eccelso: l’Australia.

Tra gli artefici di questo gioco spumeggiante figurano in primis Matthew Dellavedova,  play tutto grinta e sacrificio, e Andrew Bogut, centro dalle mani morbidissime. Ma il vero trascinatore dei Boomers è stato lui: Patty Mills. Andiamo a ripercorrere la sua storia.

Patrick “Patty” Mills nasce nel 1988 a Canberra da una famiglia tutt’altro che convenzionale. Il padre Benny è nato nell’arcipelago australiano di Torres Strait, a metà strada tra la Papua Nuova Guinea e l’Australia del Nord. La mamma Yvonne ha invece un passato difficile alle spalle: nata tra gli aborigeni Nunga, nel sud dell’Australia, a soli 2 anni è stata strappata a forza dalla sua famiglia e costretta a vivere prima in un istituto, poi in una famiglia bianca. Questo a causa di un programma governativo in vigore dalla fine dell’800 – abolito solo nel 1969 – che ha segnato profondamente le comunità aborigene, dando vita alla  cosiddetta generazione rubata.

Quando Patty viene alla luce, i lineamenti aborigeni della madre si fondono con i tratti scuri del padre. E’ un emblema della multietnicità australiana, ma anche l’oggetto di provocazioni e insulti razzisti. Ma lui di questo se ne frega. Così come se ne frega della sua bassa statura e inizia a giocare a basket fin da bambino. Anno dopo anno ha sempre meno timore della stazza degli avversari, abituato com’è a giocare anche a football australiano, dove i contatti duri sono all’ordine del giorno. La sua esplosività, unita ad un tiro dalla lunga distanza eccellente, lo rendono un prospetto molto interessante, tant’è che a sedici anni l’Australian Institute For Sport gli riserva una borsa di studio, la stessa che ha permesso la crescita sportiva di giocatori come Longley, centro nei Bulls di MJ, e Bogut.

Nel 2006 gioca benissimo al Nike Hoop Summit e l’anno successivo diventa una matricola della Saint Mary’s University, in California. Qui la tradizione cestistica è pari a zero, eppure Mills gioca alla grande, mantenendo oltre 15 punti di media.

 L’estate seguente prende parte alle Olimpiadi di Pechino con la sua Australia, dove risulta il migliore marcatore dei Boomers. L’anno successivo le sue medie a Saint Mary crescono a dismisura, tant’è che a fine stagione Patty prende la sua decisione: si dichiara eleggibile al draft. E Portland non se lo lascia scappare, selezionandolo alla scelta 55.

Ma la sfortuna intralcia il suo cammino. In Summer League si infortuna, tant’è che nella sua prima stagione giocherà appena 10 partite. In quella successiva migliora, malgrado il coach o schieri in campo col contagocce. Poi arriva la stagione 2011-2012, quella del lock-out, e lui va a giocare prima in Australia e poi in Cina. Ma il ritorno in NBA a gennaio è traumatico: nel suo spot di playmaker ci sono 3 giocatori in roster davanti a lui, scendere sul parquet diventa pura utopia. E per giunta Portland non lo svincola, relegandolo ai margini più bui della panchina. Patty entra in depressione.

Ed è qui che interviene un angelo di origini jugoslave, che gli dà una chance. Gregg Popovich ha l’occhio lungo e lo accoglie nei suoi Spurs nel marzo 2012. Qui Mills fa vedere di che pasta è fatto, tant’è che San Antonio gli garantisce un contratto anche per l’anno dopo. E nell’estate dà l’ennesima prova del suo talento: ai Giochi di Londra trascina i suoi Boomers, affermandosi come il top scorer del torneo con 21 punti di media. Chiedere alla Gran Bretagna, a cui rifila 39 punti.

Ma la stagione successiva con gli Spurs parte male: è leggermente sovrappeso e Pop gli preferisce sia Parker che Joseph. Ma lui non ci sta. Si rade barba e capelli, si chiude in palestra e si allena senza sosta. Pop apprezza e lo utilizza sempre di più in campo, come cambio di Parker. E lui ripaga con prestazioni sensazionali. Fino ad arrivare alla consacrazione in gara 5 delle Finals 2014: Mills entra e cambia il volto alla partita, segna 17 punti con 5 bombe dal campo, si francobolla a Ray Allen e lo rende un giocatore innocuo. Patty conquista il titolo NBA.

Durante la premiazione Baynes, suo connazionale, si stringe attorno alla bandiera australiana. Ma Patty no, vuole dedicare quella vittoria a qualcun altro. E così durante la cerimonia volteggia avvolto nella bandiera dei Torres Strait Islanders, fiero delle sue origini aborigene. Fiero del suo popolo.

E sicuramente quella stessa bandiera l’avrebbe issata anche nelle Olimpiadi di Rio, se solo la sua Australia avesse battuto la Spagna nella finale per il bronzo. Un dispiacere enorme per Patty, tenendo conto dei 30 punti segnati in quella partita, degli oltre 21 punti di media nel torneo olimpico, e soprattutto di quel fischio arbitrale nell’azione decisiva per un suo fallo ai danni di Sergio Rodriguez. Un fallo che definire dubbio è un eufemismo.

Nelle tradizioni aborigene sono molte le leggende tramandate di padre in figlio da secoli. Tra queste, una delle più note riguarda il guerriero Walla, che per vendicare la sua giovane sposa Moora uccise il serpente gigante Bubbur, eliminandolo dalla faccia della terra . Ecco, sarà proprio questo il ruolo di Mills nei prossimi anni: vendicare le amare sconfitte subite dall’Australia, guidando la sua nazione ad una medaglia olimpica, cancellando gli spettri delle sconfitte del passato.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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