Con questo scritto si tenterà di approfondire il rapporto biografico, critico e letterario tra Pier Paolo Pasolini e il calcio. La prima difficoltà sorge proprio da questo: si può parlare di un calcio secondo Pasolini? È davvero lecito accostare i contributi che il ragazzo, l’uomo, il poeta, lo scrittore, il regista, il giornalista, il critico hanno dato al gioco del pallone, come fossero frammenti di una “teoria generale” da dover ricomporre?

Ovviamente no. Le immagini e le opinioni che Pasolini ha dato di questo sport sono sporadiche e differenti per forma e tenore. Ma soprattutto divise tra produzione artistica, critica e vita vissuta. Ed è proprio agli aspetti biografici di questa relazione che questo primo articolo è dedicato.

La passione di Pier Paolo Pasolini per il calcio inizia senza dubbio a Bologna. È qui che, durante il liceo, gioca per ore e ore a pallone sui campi d’erba fuori porta, vivendo quelli che descriverà come «in senso assoluto i momenti più belli della mia vita».

Negli anni in cui si trova nella capitale emiliana, Pasolini ha la fortuna di assistere alla vittoria di quattro scudetti da parte del Bologna FC, che in quegli anni era all’apice mai più raggiunto della propria storia. Ne nasce un amore che Pasolini porterà dentro anche a Roma, come si evince dalle numerose lettere spedite ad amici e colleghi.

Nel 1957, il bolognese è un sorta di inviato speciale al derby romano per l’Unità. Lo accompagna Sergio Citti, amico e consulente “di romanità” per le sue opere. Ma, più che dalla partita giocata, i suoi occhi sembrano attratti dalle facce, dai colori, dalle frasi rubate a qualche gruppo di amici. Vinti e persi, popolari e borghesi, distaccati e provinciali, autoctoni e immigrati vengono passati in rassegna in un articolo che è un piccolo saggio di sociologia su chi frequentava gli stadi cinquanta anni fa.

Negli anni Sessanta Pasolini è ancora un fervente appassionato della squadra rossoblù, tanto da riuscire a coronare il suo sogno: incontrarne tutti i giocatori, per di più per intervistarli. Le video-interviste andranno a far parte del film documentario Comizi d’amore, un’inchiesta sul rapporto tra gli italiani e la sessualità. Nello film appaiono i giocatori del Bologna abbastanza imbarazzati di fronte ai quesiti irriverenti di Pasolini che, esaltato da quello speciale incontro, tempesta di domande i calciatori, ottenendo in cambio quasi solo monosillabi.

Ma Pasolini a Roma non dimenticherà quello che è il calcio giocato, da lui di gran lunga preferito a quello visto o tifato. Ninetto Davoli ricorda così l’imperversare del pallone nelle riprese dei film: «Spesso, se capitava di incappare in una partitella di ragazzi su un campo improvvisato, chiedeva di tirare due calci ed era felice come un bambino. Il giorno della partita con la nazionale attori, annullava qualsiasi impegno, dalle conferenze alle riprese di un film».

Tutto il cast viene coinvolto nelle partite, dagli attori di punta ai macchinisti. L’“Accattone” Franco Citti racconta che «dopo le partite, si ammusoniva di nuovo. Era come se all’improvviso cadesse un velo su tutto. Finiva l’esaltazione, il momento magico che lo faceva ritornare come un ragazzino a sorridere e a ridere. […] Grondanti di sudore e sporchi di terra e fango, ci infilavamo sotto le docce e lui ritornava ad essere solo, immediatamente si ritrovava ad annegare nei pensieri e nei problemi che non raccontava mai a nessuno».

Pasolini è l’anima della nazionale dello spettacolo per parecchi anni: assieme a Gianni Morandi, Little Tony, Ninetto Davoli e allo stesso Franco Citti gira l’Italia a scopo di beneficenza, o sfrutta d’estate la ben frequentata Grado per coinvolgere personaggi dello spettacolo e calciatori in partite che divengono gli eventi più attesi della stagione estiva.

Ma c’è una partita che, molto più delle altre, resterà nella storia. E’ una delle ultime partite di Pasolini, giocata il 16 marzo 1975 sul campo di allenamento del Parma. L’occasione è importante: è il compleanno di Bernardo Bertolucci, già regista affermato, “scoperto” da Pasolini come aiuto-regia in Accattone. Il bolognese si trova in zona per girare Salò o le 120 giornate di Sodoma, il parmigiano è invece sul set di Novecento. Laura Betti decide di organizzare questo atipico compleanno a Bertolucci anche per rompere un po’ la tensione provocata, nei mesi precedenti, da alcune critiche di Pasolini a Ultimo tango a Parigi. La partita rimarrà negli annali col nome di “Novecento VS Centoventi” e vedrà vittoriosa la squadra di Bertolucci, il quale però si limiterà a guardare la partita. A testimonianza dell’evento e del risultato, le riprese sono oggi visibili nel film documentario di Laura Betti Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno, uscito nel 2001.

La presenza del calcio come elemento autobiografico si riflette negli scritti di Pasolini in maniera invadente: è facile imbattersi in una partita, per chi legge Ragazzi di vita o Una vita violenta. Come osserva Valerio Piccioni nel suo Quando giocava Pasolini, le partite non sono mai intese in quanto competizioni con un risultato, dei vincitori e dei vinti. Quelli che ci regala Pasolini sono piuttosto degli spaccati di partita, utili soprattutto per mostrare un duello, un gesto di sfida, un insulto, ma senza mai sconfinare nella cronaca sportiva.

E’ dunque un calcio lontano dagli stadi, lontano dal giornalismo, ma anche lontano dai campi di calcio di bassa categoria, in cui si giocano partite con le regole del pallone. E’ questo il calcio che Pasolini ama di più, fatto di corpi, fisicità, corsa e sudore: non importa se si giochi con un pallone sgonfio o in mezzo ai rifiuti, perché rimane calcio nella sua essenza primordiale. Sono questi, forse, i suoi campi di calcio preferiti, in cui “riposarsi” dalle fatiche delle riprese, in cui studiare e vivere i sobborghi di Roma, in cui scovare qualche volto per il prossimo film.

L’ala sinistra Pasolini è disposta a giocare ovunque: dai campi improvvisati di periferia, senza porte né punteggio, agli stadi della Serie A prestati alla nazionale dello spettacolo. Questa duttilità, questo amore per il calcio giocato ad ogni livello, si possono spiegare solamente così: Pasolini ama il calcio in ogni sua forma, e lo riconosce in quanto tale anche quando è un semplice correre appresso a un pallone in mezzo alla polvere. Ma cos’è che rende due calci dati al pallone in mezzo alla sterpaglia equiparabili a un match di Serie A? Qual è il comun denominatore? Cos’è ciò che rende riconoscibile il calcio in quanto tale in ogni sua forma e manifestazione? Pasolini, dopo decenni di calcio giocato e tifato, sente di averlo scoperto. Ma prima ha bisogno definire il suo ruolo, abbastanza anticonvenzionale per l’epoca, di intellettuale impegnato che ama il calcio.

FOTO: www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it

 

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