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Calcio

Pasolini e il calcio. Il pallone è l’oppio dei popoli?

Valerio Curcio

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Secondo appuntamento con Pier Paolo Pasolini e il suo rapporto con il mondo del Calcio.

Pier Paolo Pasolini è un intellettuale che affronta lo sport, in particolare il calcio, da ogni punto di vista possibile. Come Arpino, Bianciardi, Del Buono, non ha paura di “sporcarsi le mani” parlando di calcio. E quando gli intellettuali si accostano al gioco del pallone in maniera non snobistica, riescono spesso a comunicarne gli aspetti migliori o a darne interpretazioni che vanno ben oltre il semplice fatto sportivo.

La questione di cui si tratterà è semplice e ricorrente, ben sintetizzata nel 1995 dall’uruguaiano Eduardo Galeano, nel suo celebre Splendori e miserie del gioco del calcio, raccolta di brevi riflessioni e racconti sullo sport più famoso del mondo: «Il disprezzo di molti intellettuali conservatori si fonda sulla certezza che l’idolatria del pallone è la superstizione che il popolo si merita. […] In cambio, molti intellettuali di sinistra squalificano il calcio perché castra le masse e devia la loro energia rivoluzionaria».

Questo quadro, assai sintetico, è più o meno lo stesso in ogni paese in cui il calcio sia lo sport dominante, e spesso resiste ancora oggi. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, periodo in cui di certo l’ignavia politica era vista peggio che oggi, il dibattito sullo sport è fervente. Nel gennaio 1969, Pasolini scatena un’accesa polemica con Giovanni Arpino su questo tema, esponendo le sue visioni sulla rubrica Il Caos tenuta sul periodico Tempo.

In un primo articolo, Pasolini aveva manifestato la sua antipatia verso Nino Benvenuti, campione della boxe tricolore, rinomatamente di estrema destra. In seguito alla sollevazione dei sostenitori del pugile, Pasolini risponde a una lettrice in maniera altrettanto veemente: «Può dunque capire come ci si debba augurare che Benvenuti perda il prossimo incontro e tutti gli incontri futuri, che la Nazionale italiana si imbatta in una serie di fatali Coree, e così via: in modo che non ci si aspettino più, una volta per sempre, delle false consolazioni ai bassi salari».

Con quella che è evidentemente una provocazione, Pasolini si schiera su una posizione di doppio rifiuto: da un lato, all’interno del Paese, rigetta lo sport come diversivo e motivo di futile gioia per le masse sfruttate; dall’altro, nel rapporto con il resto del mondo, rifiuta l’immagine vincente e nazionalista dell’Italia sportiva come posticcio di una nazione “senza cultura”. Tali parole però, strettamente legate ad un contesto, vengono isolate e forse strumentalizzate da Arpino, che su La Stampa lancia una facile invettiva contro Pasolini, portato a rispondere ancora.

Nella sua replica, Pasolini opera un discernimento fondamentale per quanto riguarda la sua visione dello sport. Da un lato, vi è lo sport praticato, che nobilita l’uomo dal punto di vista sociale e fisico, un’attività ancora troppo rara in Italia e che, secondo lui, va incentivata fortemente. Dall’altro, vi è lo sport come spettacolo, un’attività stupida e tuttavia molto umana, che rimane, in ogni caso, un’evasione.

L’Italia è dunque una nazione in cui lo sport viene seguito molto e praticato poco: tale discrepanza crea, inevitabilmente, l’illusione che l’Italia dei trionfi internazionali corrisponda a quella reale, quando invece anche le medaglie d’oro azzurre alle Olimpiadi sono irrilevanti rispetto a quelle di altri paesi.

L’attacco di Pasolini va perciò contestualizzato, al contrario di quanto fatto da Arpino. E’ un attacco all’ipocrisia, dominante ancora oggi, legata alle vittorie sportive in campo internazionale, spesso enfatizzate oltremodo e caratterizzate da punte di patriottismo esasperato, se non di vero e proprio nazionalismo. Su questo tema, Pasolini ritornerà ancora: «A proposito di nazionalismo: non sarebbe ora che ci considerassimo cittadini transnazionali anche come sportivi? […] Io desidero vedere annunciare nei giornali le vittorie (o meglio, i trionfi) dei grandi campioni a caratteri cubitali, su cinque, su sei colonne: come venivano annunciate le vittorie (trionfi) di Bartali, di Coppi, e ultimamente di Gimondi».

Nel 1969, quello del calcio come “oppio dei popoli” è evidentemente un tema che ricorre, per di più un argomento a cui Pasolini è estremamente sensibile. A novembre di quell’anno, il bolognese reagisce con rabbia alle parole di Helenio Herrera, allora allenatore della Roma, che aveva dichiarato: «Il calcio – e in genere lo sport – serve a distrarre i giovani dalla contestazione. Serve a tener buoni i lavoratori. Serve a non far fare la rivoluzione. Come fa Franco in Spagna con le corride». Parole forti, che toccano un tema sicuramente caldo in quegli anni, caratterizzati da una fortissima adesione sia ai movimenti politici sia alle tifoserie organizzate.

Sempre sullo stesso argomento, nel 1975 desterà scalpore l’intervista di Gianpaolo Ormezzano a Enrico Berlinguer su Tuttosport, che titola ben visibile in prima pagina «Berlinguer: lo stadio non è oppio». Rispondendo al giornalista, che gli chiedeva se è vero che lo sport è responsabile di «ottundere le coscienze, di favorire l’alienazione delle masse», il segretario del PCI risponderà così: «Non penso che l’operaio, se alla domenica va allo stadio, al lunedì sia meno preparato ad affrontare i problemi del lavoro, le battaglie sindacali. Non voglio dire con questo che la domenica allo stadio giovi alla politicizzazione dell’operaio, ma non spartisco la paura per le conseguenze di questa sua vacanza festiva».

Qualche mese più tardi, in quella che probabilmente è la sua ultima intervista prima della morte, Pasolini torna su questo tema rispondendo alle domande di Claudio Sabattini: «Che lo sport (i “circenses”) sia “oppio del popolo”, si sa. Perché ripeterlo se non c’è alternativa? D’altra parte tale oppio è anche terapeutico. Le due ore di tifo (aggressività e fraternità) allo stadio, sono liberatorie: anche se rispetto a una morale politica, o a una politica moralistica, sono qualunquistiche ed evasive».

L’intervista viene pubblicata su uno storico numero del Guerin Sportivo, il primo dopo la morte del bolognese. La redazione sceglie infatti di dedicare la copertina non al solito campione del calcio italiano o internazionale, ma all’intellettuale in perfetta tenuta del Bologna mentre si allaccia gli scarpini prima di entrare in campo.

Tornando alle parole di Herrera, la critica di Pasolini non è tanto rivolta alle considerazioni dell’allenatore argentino, quanto alla mancanza di reazioni “a sinistra”: «I giornali di sinistra hanno forse paura di criticare Herrera? Forse perché i lavoratori vanno in massa agli stadi? E sarebbe dunque impopolare parlare male di Herrera, come sarebbe impopolare parlare male degli insopportabili cantanti di canzonette, che, come il calcio, e peggio, “distraggono dalla rivoluzione”?».

Quello di Pasolini è un invito a “sporcarsi le mani”, a vivere dal di dentro le innegabili questioni socio-politiche che lo sport di massa pone agli intellettuali. Va dunque superato il divario sport-politica, per iniziare a considerare le due cose non come antitetiche, ma come legate da una stretta relazione: l’una come specchio dell’altra. In quest’ultima considerazione, forse meglio che in tante altre, Pier Paolo Pasolini descrive la propria complicata condizione rispetto allo sport. A parlare sono un intellettuale, uno scrittore, un giornalista d’opinione, un giornalista sportivo, un giocatore di calcio e un tifoso, tutti insieme: «Io infatti vivo la contraddizione dello sport […]. Ma proprio per questo, perché ci sono dentro, posso discuterne senza la purezza di chi non conosce le cose e non ne è coinvolto. Posso permettermi, per una volta, di scandalizzarmi».

LEGGI ANCHE : Pasolini e il Calcio. L’intellettuale che voleva essere un’ala sinistra

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1 Commento

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  1. giovanni

    marzo 19, 2016 at 6:53 pm

    Naturalmente non posso essere che d’accordo sull’opinione di Pierpaolo Pasolini: il calcio è l’oppio dei popoli. Per verificarlo questa tesi basterebbe sospenderlo per alcune giornate.

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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