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Calcio

Supporters nella governance del calcio. La risposta alla crisi del pallone arriva dal basso

Stefano Pagnozzi

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‘Stiamo gradualmente assistendo alla trasformazione di quello che originariamente era un club sportivo in una impresa dedita al massimo sfruttamento delle opportunità di business, cosa che converte inevitabilmente i tifosi in clienti alla fine. E questo è uno dei motivi per cui stiamo perdendo la passione nel calcio. Stiamo tutti cercando di resistere, ma sappiamo ormai di sostenere squadre che non hanno a cuore le proprie tifoserie ma operano per fare soldi. Non dovrebbe davvero più essere permesso loro di chiamarsi squadre di calcio. Scelgano tra essere società di calcio o dedicate al business, se desiderano operare in questo modo. Non dovrebbe essere consentito ad avventurieri e corporazioni di prendere società di calcio con grande storia e trasformarle così. Dovrebbero occuparsi di lanciare le proprie aziende di calcio da zero e vedere quanti “fan” riescono ad attirare invece di appropriarsi delle nostre società di calcio, che hanno costruito il loro valore (il capitale sociale?) grazie a generazioni di tifosi che hanno sostenuto in maniera disinteressata la società, per poi vedere personaggi che camminano su tappeti rossi che arrivano a ‘rubare’ il valore così creato, prendendosi la gallina dalle uova d’oro’

La citazione è tratta da un’intervista di Kevin Rye, Fan Engagement & Communications Consultant, in passato collaboratore di Supporters Direct UK e attivamente coinvolto nel Dons Trust(AFC Wimbledon), allo storico rappresentante del Manchester United Supporters Trust(MUST), Duncan Drasdo, da anni alla guida dell’organizzazione democratica di tifosi più grande del Regno Unito, e riassume perfettamente quali siano i temi in ballo in questa fase storica non solo nel calcio italiano.

La domanda di maggiore coinvolgimento dei tifosi nella governance dei club è in crescita costante in tutta Europa, esistono oltre 400 tra club di proprietà dei tifosi e associazioni di tifosi formalmente riconosciute coinvolte a diversi livelli nella gestione delle società sportive. Lo sviluppo delle iniziative italiane è stato indubbiamente influenzato dallo scambio di buone pratiche con i partner esteri, in Europa il tema è da tempo oggetto di analisi da parte della UEFA e del mondo accademico(Loughborough Papers). Attraverso un percorso di quasi 10 anni, con un importante apporto dalle esperienze italiane, lo scorso mese ha preso forma indipendente SD Europe, ora organizzazione paneuropea che promuove e sostiene le istanze delle realtà che reclamo maggiore voce nella conduzione del calcio a tutti i livelli.

In Italia si possono grossolanamente dividere queste realtà in due gruppi distinti, da un lato le iniziative di calcio/sport popolare(implicitamente democratiche perchè aperte), dall’altro i gruppi di tifosi che danno vita alle associazioni di tifosi. Una divisione ‘pro forma’ essenzialmente utile a comprendere una differenza sostanziale nell‘origine delle iniziative: il calcio popolare nasce come totale rottura con il ”sistema”, sono club che nascono ex novo spesso legati a particolari contesti locali e sociali, attualmente se ne contano oltre 30; le associazioni di tifosi invece nascono sulla base di un’esperienza storica più lunga, si inseriscono in un fenomeno aggregativo già esistente, e da qui derivano molti aspetti divergenti nel rapporto con il proprio pubblico di riferimento rispetto al calcio popolare. Se ne contano anche qui circa 30 di cui 20 hanno anche dato vita ad un’associazione di coordinamento nazionale Supporters in Campo, che è stato riconosciuto come tra le migliori esperienze in via di sviluppo in Europa (Progetto europeo per migliorare il calcio coinvolgendo i tifosi nella proprietà e nella governance dei club, LINK).

Le prime associazioni di tifosi no profit, democratiche e aperte si affacciano nei primi anni del 2000, lo sviluppo di internet consente il ”contagio” dalle esperienze provenienti dall’estero, Inghilterra, Germania e Nord Europa in generale sono più avanti in questo tipo di realtà e i gruppi italiani incominciano un percorso molto legato al contesto europeo. Iniziano a prendere forma le linee guida che caratterizzeranno le associazioni italiane che prendono come spunto la tradizione anglosassone dei Supporters’ Trust, principalmente per similitudini nella struttura delle proprietà, idoneità della particolare forma no profit e profonde diversità con il contesto ”dell’azionariato popolare” spagnolo(spesso citato a sproposito), con il modello del 50% +1 tedesco/svedese come fine ed ambizione ultima di un lento processo pluriennale.

Chiarimento sull’”azionariato popolare”: è una definizione generica che, per gli sviluppi che ha intrapreso il movimento italiano, tende a restringere e distorcere il messaggio che invece viene veicolato dalle associazioni di tifosi. Nella cultura italiana la definizione di ”’azionariato popolare” è spesso associata all’idea di una colletta di ultima istanza, donazioni a fondo perduto che spesso non sono servite ad evitare fallimenti. In realtà è più o meno successo così nel passato, e non è una sorpresa lo scetticismo che ha accompagnato le prime realtà che si sono date una struttura aperta e democratica proprio per non disperdere le risorse, per tutelare l’impegno economico dei tifosi nei salvataggi.

Nell”azionariato popolare” l’impegno dei supporters si concretizza e si esaurisce solo nel possesso di una quota estremamente esigua e ininfluente in sede decisionale, spesso destinata a svalutarsi. I Supporters’ Trust vanno oltre, l’impegno nei confronti del club non è esclusivamente legato alla partecipazione nella società con quote, obbiettivo rilevante ma non esclusivo, ma nella definizione di un percorso di cooperazione e confronto con la società sportiva, anche di dura ma civile protesta, che può prescindere dall’impegno economico, definito da specifiche dinamiche democratiche, nel dettaglio i punti caratterizzanti le associazioni/cooperative di tifosi italiane:

Scopi sociali:

-Incoraggiare il consiglio dirigente del Club a tener conto degli interessi di tutti i tifosi (sia residenti nei confini nazionali che all’estero) e della comunità locale (imprese locali, residenti, autorità ecc) quando si prendono decisioni che hanno un impatto su di loro

-Coinvolgere attivamente e professionalmente tutte le parti interessate su temi legati al club

-Agire come mezzo di comunicazione tra i tifosi e la dirigenza del club

-Incentivare discussioni su tematiche rilevanti da presentare all’attenzione del club

-Collaborare con istituzioni e altri Supporters Trust su questioni come prezzi dei biglietti, orari dei match ed ogni aspetto legato al tifoso

-Acquistare quote del Club

Come accennato l’acquisto delle quote non è l’esclusivo fine delle attività realizzate dalle associazioni, l’ingresso in società rappresenta sicuramente lo strumento per formalizzare e regolare la partecipazione dei tifosi nella governance del club, ma è utile solo se il gruppo riesce a costruire un rapporto costruttivo con gli azionisti di maggioranza e sopratutto con la base del pubblico. Acquisizioni di quote in contesti di contrasto tra base e proprietà rischiano di esporre gli investimenti a maggiori rischi senza che si possa intervenire per tutelare le quote dell’associazione. Compito complessivo è quindi quello di essere una voce dei supporters rilevante, rappresentativa e regolata democraticamente per svolgere costantemente un ruolo di sensibilizzazione sulle tematiche più rilevanti e di proposta costruttiva nei confronti della società e della comunità locale.

Le principali caratteristiche di associazioni e cooperative democratiche, ‘una testa un voto’, che si sono sviluppate in Italia si contraddistinguono per l’operatività interna volta alla massima partecipazione, inclusività e trasparenza, e possono essere sinteticamente elencate così:

-Democratiche

-Senza scopo di lucro (no profit)

-Indipendenti, di proprietà e gestite dai tifosi

-Focalizzate e strettamente legate alla comunità locale

-Giuridicamente riconosciuti ed a responsabilità limitata

-Responsabili, trasparenti ed aperti

-Potenti abbastanza da influenzare e aiutare la gestione dei club

-Flessibili abbastanza da poter operare anche con numeri elevati di aderenti.

E’ evidente da questi aspetti la profonda differenza da una semplice colletta, come pure importante evidenziare perchè ‘pro forma’ è più corretto non mischiarle con il calcio popolare, la base delle iniziative è la stessa: la crescente richiesta di un radicale cambiamento nella gestione complessiva del calcio, voglia di autodeterminare la gestione di beni comuni come i club sportivi, parte integrante della comunità locale, pur articolandosi con diversi approcci con il pubblico. Due facce della stessa medaglia che proseguono sulla stessa strada, che ci sarà modo di approfondire, in attesa che anche le istituzioni riconoscano e ascoltino le voci che ormai si moltiplicano e che reclamano maggiore partecipazione.

 

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Calcio

Bruno Neri, il calciatore partigiano simbolo della disobbedienza al Regime Fascista

Simone Nastasi

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Per la Festa della Liberazione, vi raccontiamo la storia di un giocatore simbolo della Resistenza al Regime Nazifascista, Bruno Neri, il calciatore partigiano.

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

 

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Calcio

Johan Cruijff, la dittatura argentina e il rifiuto ai Mondiali del ’78

Maria Scopece

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Avrebbe compiuto oggi 71 anni Johan Cruijff, il Profeta del Goal, massimo interprete del calcio totale olandese. Nella sua infinita carriera, ci fu un episodio che ancora oggi è avvolto nel mistero: il suo rifiuto a partecipare ai Mondiali del 1978 in Argentina. C’è chi parlò di boicottaggio, ma la verità sembra essere un’altra.

Il 24 marzo di 42 anni fa si insediava in Argentina uno dei regimi più sanguinari della storia del Sud America. Un colpo di stato guidato dal tenente generale Jorge Rafael Videla spodestò Isabel Peròn e instaurò una dittatura militare che produsse qualcosa come 30mila desaparecidos, una triste pagina sulla quale, ancora oggi, non è stata fatta piena luce.

La dittatura di Videla (conosciuto anche come “Hitler della Pampa”) durò dal 1976 al 1981, cinque anni sanguinari che videro però anche un momento di gloria. Fu il 1978 quando l’Argentina si trovò ad ospitare i mondiali di calcio e a vincerli in una storica finale contro l’Olanda. Gli Orange, dati da tutti per favoriti, erano a caccia della definitiva consacrazione perché, nonostante il bel gioco, non avevano ancora alzato alcun trofeo. Non l’alzarono nemmeno quella notte perché l’Argentina s’impose ai tempi supplementari per 3 reti ad uno. Per molti, tra commentatori e tifosi, la responsabilità di quella sconfitta e della mancata consacrazione di una generazione di calciatori, che non arriverà nemmeno successivamente, fu di Johan Cruijff che decise di non partecipare ai campionati mondiali.

Molte furono le ipotesi in merito a questo “gran rifiuto”. C’era chi parlava di questioni economiche e contrasti tra sponsor, chi delle pressioni della moglie Danny Coster e  chi, ricordando il suo “no” nel 1973 al Real Madrid, allora ritenuta la squadra del dittatore Francisco Franco, e il suo approdo sull’indipendentista sponda blaugrana a questioni di natura politica.

A dirimere la faccenda ci ha pensato lo stesso Cruijff, 30 anni dopo. In un’intervista a Radio Catalunya nel 2008 il campione orange rivelò che a farlo desistere fu un tentativo di rapimento, non andato a buon fine, a danno della sua famiglia. “Non andai in Olanda perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la visione della mia vita, e con essa quella del calcio.” – racconta Cruijff  – “Qualcuno entrò nella nostra casa e puntò un fucile in testa a me e mia moglie, davanti ai nostri figli nel nostro appartamento a Barcellona“. Dal racconto di Cruijff il rapimento si concluse in un nulla di fatto perché lui riuscì a liberarsi e i ladri – rapitori si diedero alla fuga. Se l’epilogo del crimine è fumoso, con molta chiarezza il campione orange ha raccontato che in seguito la sua vita cambiò in maniera radicale, i suoi figli furono sempre scortati dalla polizia e lui stesso si faceva accompagnare sempre da guardie del corpo anche agli allenamenti. Qualche anno dopo Cruijff lasciò l’Europa e concluse la carriera da calciatore negli Usa.

Inevitabilmente dopo le sue rivelazioni si fecero molte ipotesi sulle identità dei banditi. Senza lasciare la traccia politica si pensò a balordi mandati da Videla in persona o a franchisti dell’ultima ora. La faccenda non fu mai chiarita.

Cruijff, con tutte le sue complessità e contraddizioni, ha scritto per sempre il suo nome accanto a quelli di una generazione splendida, per certi versi perdente, ma forse per questo eroica.

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Koulibaly, una rincorsa lunga una telefonata

Ettore zanca

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C’è chi dice che il treno delle occasioni passa una volta sola. E se non siamo bravi a prenderlo, la nostra vita non avrà la direzione che speravamo. Ogni scelta è un viale alberato o una discarica a seconda della scelta precedente. E invece c’è chi dice che a dispetto di futuro e coniugazioni varie, il nostro destino è segnato e va contro il nostro sbattergli la porta in faccia.

Oddio, il signore qui sotto il destino lo ha proprio sfidato, rischiando che fosse pure permaloso. Più che la porta in faccia, gli ha sbattuto il telefono in faccia.
Quel viso in foto, da ieri lo avete tutti familiare. Kalidou Koulibaly, senegalese, difensore del Napoli di Sarri. Angelo d’ebano sceso dal cielo ad incornare la palla che ha riaperto una stagione. All’ultimo respiro ha trafitto la Juve in casa sua, riaprendo i giochi per lo scudetto e creando paradisi artificiali di prostrazione e gioia orgasmica a seconda della prospettiva.

Ma fermiamo un attimo tutto. Come ci è arrivato Kalidou su quella palla? Su calcio d’angolo, direte voi. No, non dicevo quello, perchè per arrivare lì, il ragazzo è partito da lontano e ha rischiato di non arrivare. La sua rincorsa parte dal 2014. Si trova a casa e riceve una telefonata. Dall’altro lato una voce dice: “pronto, sono Rafa Benitez, allenatore del Napoli, vorrei sapere se sei interessato a venire a giocare da noi”, la risposta è di quelle che lascerebbero interdetto anche un maestro zen: “piantala con questi scherzi, dai vieni a casa che ti aspetto, smettila, non ci casca nessuno”, e Kalidou, sorridendo, mette giù. La voce richiama, riproponendo lo stesso refrain, dice di essere davvero Benitez e di allenare il Napoli, ma niente, nuovamente “smettila dai, non è bello questo scherzo”, e giù la cornetta.

Kalidou era convinto che a chiamarlo fosse un suo amico che gli faceva continuamente scherzi telefonici, aveva chiuso e si era rimesso seduto a guardare la tv. Dopo cinque minuti riceve un messaggio del suo agente: “sta per chiamarti Benitez, deve parlarti, rispondi al telefono”. A quel punto la disperazione, che dura poco per fortuna, perchè Benitez dimostra che “poscia più che la permalosità, potè insistere” parafrasando Dante. E ritelefona. Stavolta Kalidou si scusa quasi in ginocchio e ascolta l’allenatore del Napoli. Ecco da dove arriva tutta la rincorsa per quel gol. Capite bene che dare un colpo di testa dopo questo correre non poteva che essere una sassata. Ma Kalidou è recidivo però.

 

Qualche tempo dopo un magazziniere del Napoli lo avvicina e gli dice: “Kalidou, mi dai una tua maglia? me l’ha chiesta Maradona”, capirai, stavolta è uno scherzo davvero, Kalidou è generoso però, per cui prende la maglia ma ammonisce: “se volevi la mia maglia potevi chiederla senza tante scuse, poi addirittura che la voglia Maradona, dai…”, appunto, dai. Qualche giorno dopo Kalidou riceve un messaggio, contiene una foto. Diego Maradona con la maglia di Koulibaly, Diego gli ha scritto e lo ringrazia per il dono.

Vai a fidarti di chi dice che siamo artefici del nostro destino. Qui il destino è arrivato sfondando la porta e entrando di prepotenza. Più o meno come ha fatto Kalidou dopo una corsa, con quella sassata di testa nella porta bianconera. Veniva da lontano, nonostante tutto.

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