Due amici al bar. Che si siedono a un tavolo, mettono un euro sul tavolo e scommettono un caffè. Col gioco che meglio credono. Per l’elenco dei giochi proibiti (Regio Decreto), un’illuminante enciclopedia dell’attività ludica italiana, un caleidoscopio luminescente, stanno azzardando, dunque sono passibili di una denuncia a piede libero da parte delle autorità di polizia. Contraddizione di uno stato schizofrenico che invece metaforicamente elogia l’azzardopata di slot (magari malato di compulsività ossessiva, disturbo del comportamento) che a un metro di distanza dai due infila freneticamente monetine dentro la videolottery, dunque è un benefattore dello Stato, contribuendo, sia pure in minima parte, a iscrivere il proprio sicuro debito (la perdita) nel bilancio ordinario che al momento registra un deficit di 2215 miliardi.

I primi sono colpevoli di praticare un’attività sociale, ludica, giocosa, strategica, comunicazionale, ma rischiano l’ammenda amministrativa. Invece il terzo soggetto è perfettamente in regola, anzi asseconda la politica spinta dell’azzardo praticata indistintamente da tutti i Governi della Repubblica Italiana in una linea di continuità dal 2003 in avanti. Peccato, perché, sia che stiano giocando a rubamazzo, a zibidè, a scopa con carte bresciane o pugliesi, i primi due attingono alla più profonda delle tradizioni popolari in Italia. E se qualcuno vincerà un caffè sarà per propria abilità strategica e non solo per fortuna.

Mentre, nell’altro caso, è una macchina che meccanicamente e in modalità random, distribuisce l’impronosticabile vincita in una partita solitaria, che non mette in moto sinapsi e neuroni dell’interessato, saremo portati a dire del malcapitato. E allora vale la pena di ricordare che l’azzardo è proibito in Italia e che nella filiera, a cui appartengono in una complessa partita di giro Ministero dell’Economia-Monopoli-Dogane-Sogei, concessionari, gestori, la parola è ipocritamente impronunciabile. Nel loro lessico si dovrà dire “gioco di alea con posta in denaro”. Una parafrasi centrifuga per evitare di affermare che lo Stato, schizofrenicamente, predica e pubblicizza una pratica proibita devastando coscienze, matrimoni e patrimoni, attentando allo sviluppo dell’economia.

Perché nel 2015 sono stati movimentati su quello che invece noi scientemente e consapevolmente chiamiamo azzardo circa 90 miliardi di euro da cui lo Stato per propria incapacità tecnica ne ha ricavati solo 8, mettendo a disposizione la propria icona a mafiosi e criminali. Quando si legge infatti che una cordata mafiosa ricava dall’on line 11 milioni al giorno (fa quattro miliardi in un anno) si deve ammettere che l’assenza di una legge quadro ha permesso una giungla illegale in cui evasione fiscale, contraffazione e corruzione dominano indisturbate al di là di ogni perbenismo. Lo sfacelo è testimoniato da un milione e duecentomila minorenni che azzardano in spregio alla legge (rapporto Università Cattolica di Milano). Uno scandalo a cielo aperto a cui nessuno mette riparo.

Guarda l’intervista sulla Ludopatia

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