C’è un nome nel governo che fu di Mario Monti, l’esecutivo che avrebbe “salvato” il Paese dalla bancarotta, che fatica ad essere dimenticato. E’ quello di Elsa Fornero, professoressa di macroeconomia allora ministra del Lavoro, passata alla storia per la riforma delle pensioni che prenderà il suo nome. Inserita nel cosiddetto decreto “Salva Italia”: quel pacchetto di norme grazie alle quali sarebbe stata garantita di fronte ai mercati internazionali la sostenibilità finanziaria del Paese.

Nello spirito di chi l’ha pensata la riforma delle pensioni, doveva essere una riforma di “equità”, “semplificazione” e “armonizzazione”, con “abbattimento di privilegi”per quasi tutte le categorie di lavoratori. Proprio come scritto nel comma 1 dell’articolo 24 del decreto emanato il 6 dicembre del 2011.  Ma allo stato dei fatti sarà soprattutto una riforma “di lacrime e sangue”. Che farà piangere, nel vero senso della parola, anche la stessa ministra Fornero il giorno in cui sarà chiamata ad annunciarla agli italiani. Tra le principali modifiche previste nel decreto, l’allungamento dell’età pensionabile e il cambio del sistema di calcolo che da retributivo o “misto” passerà a contributivo per tutti. Tradotto: per molti l’assegno pensionistico sarà molto più basso rispetto all’ultimo reddito da lavoro. La pensione,  per molti cittadini, diventerà così un ulteriore motivo di preoccupazione. Un incubo, per tutti coloro i quali, per ricevere l’assegno, saranno costretti a lavorare anche fino (se non oltre) i settanta anni. Eppure la vita sarà dura ma non per tutti. E parole come “equità” o “abbattimento dei privilegi” rischiano di essere tali ma solo nella teoria.

Perché nella pratica, la realtà sembra molto diversa. E l’impressione è che alla fine i privilegi per alcune categorie di lavoratori, anziché diminuire, aumentino. Tra questi, come ricorda anche Il Giornale, ci sono gli stessi calciatori i quali, insieme ai professionisti dello spettacolo, ai marittimi e al personale addetto ai pubblici servizi di trasporto, godono di uno specifico regime di armonizzazione. Per i quali la riforma Fornero, traccia un percorso “speciale” di accesso alla pensione che a conti fatti rischia di essere, almeno per quanto riguarda l’età pensionabile, molto più agevole rispetto alle altre categorie di lavoratori. Infatti, grazie alle norme previste nel decreto Monti-Fornero, i calciatori come gli attori, potranno andare in pensione molto tempo prima rispetto a tutti gli altri. E se è vero come è vero che la carriera di un calciatore è molto più corta rispetto a quella di un attore o di un altro lavoratore in generale, è pur vero che è anche minore l’onere in termini contributivi: per un’aliquota che non può salire oltre il 33%, la base di calcolo non può superare i 92 mila euro lordi di stipendio annui. Significa che un calciatore che guadagna cifre milionarie, per una società avrà sempre un costo previdenziale che supererà di poco i 30 mila euro annui. In questo caso il contrappasso è che un calciatore, da “paperone” quando era in attività arrivi a trasformarsi in “paperino” una volta divenuto pensionato. Ad esempio se un calciatore di serie A potrebbe aspirare ad avere un vitalizio di 3000 euro lordi, per un collega delle serie minori le cifre sono notevolmente inferiori (tra 1800 e i 2000 euro). Ma a differenza di altre categorie lavorative i calciatori potranno ricevere l’assegno pensionistico molti anni prima.

Nello specifico, secondo la riforma Fornero un calciatore potrà andare in pensione 5 anni prima rispetto alla precedente soglia di età pensionabile fissata in 60 anni. E dunque, potrà ricevere l’assegno pensionistico quando avrà compiuto 53 anni e 7 mesi di età, che diventano 50 e 7 mesi nel caso delle donne. Mentre per tutti gli altri lavoratori, l’età pensionabile prevista dal testo della Fornero, è salita a 66 anni e 7 mesi. Chissà che Elsa Fornero, prima di mettersi a piangere di fronte ai giornalisti, non abbia pensato anche a questo.

 

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