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Paolo Bertelli: ” L’Europeo l’esperienza più bella della mia carriera. Totti? Atleta superiore alla media. In Italia manca la cultura dello Sport”

Massimiliano Guerra

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Antonio Conte è volato in Inghilterra e da pochi giorni ha iniziato la sua avventura con il Chelsea. L’ex tecnico della Nazionale italiana ha voluto con sé il suo staff più fidato con il quale in questi anni ha vinto tanto con la Juve e ha sfiorato una storica impresa proprio con l’Italia. Uno dei segreti dei tanti successi di Conte è stata anche la grande preparazione che le sue squadre hanno sempre sfoggiato nell’arco di questi anni. Ecco allora che abbiamo deciso di intervistare uno dei maggiori artefici delle fortune del tecnico salentino, Paolo Bertelli. Preparatore atletico dello staff di Conte sia alla Juventus dei tre Scudetti di fila e che nella spedizione francese dell’Italia all’Europeo, ora Bertelli è volato a Londra per aiutare Conte a fare nuovamente grande il Chelsea.

Ha da poco iniziato questa sua nuova avventura in Inghilterra nello staff di Antonio Conte al Chelsea. Quale è stato il primo impatto con il calcio inglese?

Posso dire che la prima cosa che balza all’occhio è la grande cultura sportiva che c’è in Inghilterra. E’ una cosa per la quale le semplici parole non rendono l’idea, bisognerebbe viverla per capirla a pieno.

Al Chelsea gli italiani hanno sempre fatto molto bene, basti pensare a Zola, Vialli e Di Matteo. Che accoglienza avete ricevuto dal club?

Si vede che qui in passato sono passati degli italiani, perché qui la nostra lingua un po’ la masticano. Siamo stati accolti ottimamente. Le aspettative sono alte ma in fondo siamo qui per questo. Ce la metteremo tutta per fare il meglio.

Si dice sempre che all’estero gli allenamenti sono più brevi ma più intensi rispetto a quelli che vengono fatti in Italia. In questi pochi giorni in Inghilterra può confermare questo?

Come dicevo prima il discorso è proprio culturale. Io sono sempre molto critico con il nostro paese perché non abbiamo l’idea di crescere i giovani sotto l’aspetto della cultura sportiva, mettendosi in gioco al 100%. All’estero il talento viene molto responsabilizzato rispetto a quello che accade in Italia. Qui in Inghilterra gli allenamenti vengono vissuti sempre al massimo. Magari si fanno meno cose ma sempre al top delle proprie possibilità. Il discorso è comunque sempre culturale: In Italia a scuola lo sport è visto come le semplici due ore di attività fisica durante la settimana. In Francia ad esempio ci sono intere settimane dedicate esclusivamente allo sport in cui i bambini e i ragazzi possono provare tutti gli sport. Cosi un ragazzo può capire cosa gli piace fare ma soprattutto in quale disciplina ha le maggiori abilità. Consideri che l’Italia negli ultimi hanno sta avendo il record di bambini sovrappeso in Europa, cosa che qualche anno fa era impensabile. Purtroppo molte volte mancano le strutture ma anche la voglia di sport.

Parlavamo proprio di cultura. Conte appena arrivato ha fissato subito delle doppie sedute, cosa sconosciuta nel calcio inglese. Questo “scontro” di filosofie può essere pericoloso per il vostro lavoro?

 Nella pre-season è normale anche per gli inglesi fare doppie sedute, magari durante la stagione no. Sicuramente dovremo portare le nostre metodologie  rispettando però la realtà nella quale ci troviamo. E’ la stessa cosa di quando un allenatore straniero arriva in Italia e porta le sue idee. E’ necessario sempre adattarsi al contesto in cui si va a lavorare. Concettualmente però il lavoro rimarrà sempre lo stesso.

Tranne il primo anno nella Juventus, nelle ultime stagioni ha sempre allenato squadre che giocavano le Coppe Europee. Quest’anno il Chelsea è fuori da tutte le competizioni continentali. Come cambia il suo lavoro?

Il lavoro cambierà molto ed in positivo, perché si potrà avere una programmazione molto più lineare. Quando ci sono le coppe europee si naviga quasi a vista. Il fatto di non fare la pausa invernale può essere comunque penalizzante per le squadre in inglesi che alla fine della stagione arrivano sempre molto stanche. A mio avviso il modello perfetto è quello tedesco con un mese di pausa, 18 squadre nella massima divisione e con un calendario che non è mai intasato. Credo che alla fine anche in Italia si tornerà alla formula delle 18 squadre.

Non possiamo non parlare della sua esperienza in Nazionale sempre al fianco di Antonio Conte. Che avventura è stata quella degli Europei appena conclusi?

E’ stata un’avventura meravigliosa. Sono passate appena due settimane ma se ci ripenso quasi mi commuovo. Come ha detto Barzagli stavamo bene insieme ed in questi 45 giorni si era creato un gruppo fantastico. Sembrava di essere tornati ai ritiri di 20 anni fa quando non c’erano smartphone o social networks ma solo la voglia di stare insieme e divertirsi insieme per fare gruppo. Non mi riferisco solo alla squadra ma anche a tutto lo staff e ai dirigenti. In campo abbiamo dato tutto e proprio per questo non abbiamo rimpianti, ma purtroppo non è andata bene. Noi eravamo convinti di arrivare in fondo e forse per questo in tanti hanno pianto al termine della partita contro la Germania. Per far capire la forza di quel gruppo faccio sempre l’esempio delle formiche rosse che se si uniscono tutte insieme riescono ad esprimere una forza esponenziale. La forza che siamo riusciti ad esprimere non era solo la somma aritmetica di ogni individuo ma aveva dentro di sé la forza mentale della convinzione di chi credeva davvero in quello che faceva. E’ dal 1987 che faccio questo lavoro e posso dire che questi 45 giorni sono stati davvero unici.

Lei ha sempre allenato squadre di club. Come ha dovuto modificare il suo lavoro in questo biennio azzurro?

Abbiamo usato questi due anni, grazie anche ad una grande collaborazione da parte dei preparatori atletici delle diverse società di Serie A, per raccogliere i dati dei giocatori a livello fisico. Questi dati ci sono poi serviti per programmare e ottimizzare il nostro lavoro in preparazione e durante l’Europeo. All’inizio, a detta di tutti, sembrava un lavoro impossibile ma credo che la resa è stata davvero ottima. Io comunque penso che, come ha detto De Rossi,  senza la testa non si va da nessuna parte. Se non si è attivi sotto l’aspetto celebrale e non si crede davvero nel lavoro che si fa, non si raggiungono grossi risultati.

In questi due anni con l’Italia ha potuto toccare con mano le difficoltà nel rapporto tra i club e la Nazionale. Quanto questi problemi hanno complicato il suo lavoro?

Ovviamente ci sono ragioni diverse. Quando si è in un club la nazionale è vista un po’ come una rogna durante la stagione. Per quanto riguarda quello che è stato il mio lavoro non ho avuto grosse difficoltà perché ho avuto un’ottima collaborazione con tutti i preparatori della Serie A. C’è stato uno scambio proficuo di informazioni sulle condizioni fisiche e sul lavoro che veniva svolto durante la stagione che è servito ad organizzare il nostro lavoro ma anche quello dei club stessi.

Facciamo un passo indietro nella sua carriera: Lei è stato cinque anni alla Roma con Spalletti con il quale ha tutt’ora un ottimo rapporto. A Gennaio il tecnico toscano è tornato nella Capitale sulla panchina giallorossa, come vede il suo ritorno?

 Il fatto che sia già stato a Roma è  un vantaggio per lui e lo ha dimostrato cambiando la stagione della Roma. Spalletti vuole vincere e penso proprio che sia tornato per questo. Io credo che abbia già in mente la strada per arrivare a primeggiare ma non è facile perché comunque alla fine a vincere è solo una squadra e può succedere di non arrivare in cima. Spalletti comunque è uno dei migliori allenatori in circolazione.

Lei ha lavorato con due grandi allenatori come Spalletti  e Conte. Quale è la maggiore differenza tra i due tecnici?

Sono due allenatori molto simili. Sono due bei martelli che fanno del lavoro, dell’intensità e dell’impegno il loro credo. Entrambi curano molto l’aspetto tattico e sono molto attenti ai dettagli.

A proposito di Roma, Lei ha anche allenato Francesco Totti. Avrebbe mai pensato che potesse avere questa longevità calcistica? Che rapporto aveva con lui?

 Totti è un grande, abbiamo sempre avuto un bellissimo rapporto. Francesco ha capito negli anni che più andava avanti e più doveva stare attento al suo fisico. I grandi campioni sono persone che a livello atletico sono superiori alla media e lui è uno di questi. Pensiamo a Maradona che praticamente non si allenava mai, poi quando appena si è messo un po’ in riga ha vinto un Mondiale da solo.  Il fatto che Francesco stia ancora giocando ad alti livelli non mi sorprende affatto.

Lei ha allenato tanti giocatori durante la sua carriera. Quale è stato il giocatore che sotto l’aspetto fisico l’ha impressionata di più? E quello con il quale ha avuto il miglior rapporto umano?

Sotto l’aspetto fisico senza dubbio Perrotta era incredibile. Simone aveva tutto: Velocità, resistenza, abilità, rapidità. A livello umano ci sono ancora tanti giocatori che sento spesso, ma tra quelli che hanno smesso con Martin Jorgensen ho tutt’ora un grande rapporto, anche perché a Udine eravamo vicini di casa.

Si parla della famigerata preparazione fisica che, se sbagliata, influenza in maniera negativa tutta la stagione. Si può parlare ancora in questi termini o sono concetti superati?

Questi sono tutti luoghi comuni. Non esiste più un concetto del genere. Si fa una proposta globale che poi viene sviluppata in tutto il corso della stagione. Guardi quello che è successo alla Roma l’anno scorso. A Gennaio è arrivato Spalletti ma tutto lo staff dei preparatori atletici è rimasto lo stesso eppure la squadra ha cambiato marcia. Ci sono tanti parametri da valutare per quello che riguarda una preparazione fisica. Ci si allena sempre cercando di avvicinarsi sempre di più all’intensità delle partite che si giocheranno e cercando di modulare in maniera corretta questa intensità in vista dei match. Poi il calcio è quello che è, delle volte si vince quando non si deve e altre volte si perde immeritatamente.

Oggi nel lavoro atletico e fisico la tecnologia sta prendendo sempre più piede. Per un preparatore atletico è più importante avere una tecnologia all’avanguardia oppure riuscire ad instaurare un grande rapporto con il gruppo e con la squadra?

 La cosa più importante è che la proposta di lavoro che si fa venga condivisa da tutto il gruppo e che venga svolta con grande voglia. E’ importante che il gruppo creda in quello che fa e che non lavori solo perché deve. Come sempre è il cervello che conta. Il preparatore atletico deve essere bravo a far capire ai giocatori che, come diceva Pietro Mennea, più grandi sono i sogni e più grande è la fatica.

Per concludere, cosa si aspetta dalla sua nuova avventura in Inghilterra?

Mi aspetto di poter crescere ancora di più professionalmente. Nel nostro lavoro non si finisce mai di imparare e questa avventura in Inghilterra potrà essere una grande occasione per conoscere nuove metodologie e confrontarmi anche con un’altra realtà.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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