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Pallacanestro Gavirate: una vecchia storia di sport in rosa

Francesco Beltrami

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Leggendo qualche giorno fa qui su Io Gioco Pulito il bell’articolo di Elisa Mariella che, in occasione della Festa della Donna, parlava di donne sport e discriminazione  sono come tornato indietro nel tempo, a quando mi occupavo di sport femminile, dirigente giovane e precoce, per scelta obbligata visto che come atleta proprio non ce la facevo, e aspirante giornalista. Una storia di sport in rosa che vorrei raccontarvi. L’anno era il 1989, io, di anni, ne avevo 24, ed accettai dopo esperienze nel tennis e in un’altra società di basket, il posto di addetto stampa nella Pallacanestro Gavirate, società nata nel 1969 per portare avanti l’attività di un gruppo di ragazzine che partendo da zero erano in pochi mesi riuscite ad arrivare seconde nella fase provinciale dei Giochi della Gioventù perdendo la finale di un nulla.

Anno dopo anno il movimento a Gavirate crebbe, sempre in chiave rosa, iniziò ad esistere anche una sezione maschile ma tutto continuò a girare intorno alle ragazze. Nel 1978 arrivò per la prima volta la serie B,  nel 1985 il gruppo delle cadette divenne vice campione d’Italia, squadra che aveva in panchina come allenatore Bruno Arena, che poi sarebbe diventato famoso insieme a Max Cavallari nel duo “I Fichi d’India”, perdendo solo in finale contro Schio, società molto più grande e da anni stabile in A1. Fu l’inizio di un sogno. Nel 1986 venne riconquistata la Serie B, nel 1988 furono giocati per la prima volta i playoff per la promozione in A2.

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Gavirate è una bellissima cittadina sulle rive del Lago di Varese, famosa per i Brutti e Buoni e per il canottaggio, oggi vi sorge il centro di allenamento europeo della nazionale australiana ad esempio, è sempre stata rappresentata da una buona squadra di calcio, ma fu conquistata dal basket femminile e fu un amore che durò a lungo, e ancora dura. Quando vi arrivai io le ambizioni erano molte, e, diciamolo, nemmeno mancavano i mezzi per inseguirle, erano gli anni pre-tangentopoli, c’era molta inflazione, ma il lavoro non mancava e nemmeno le sponsorizzazioni per le società sportive, anche quelle non di primissimo piano.

In quegli anni a Gavirate venne anche inaugurata la nuova scuola superiore, con annessa una palestra che era praticamente un Palazzetto e dove la squadra di pallacanestro poté trasferirsi per giocare le partite casalinghe. Le tribune in occasione delle partite delle ragazze erano sempre gremite e divennero una sorta di salotto buono, non mancavano mai rappresentanti dell’amministrazione comunale, lo stesso Sindaco del paese fu per un periodo Presidente della società, e nemmeno personaggi importanti, la frequentavano il Professor Zucchi, ortopedico di fama internazionale che in quel periodo operava i più famosi calciatori quando avevano problemi alle ginocchia, la cui figlia Francesca  era la capitana e playmaker della squadra, Toto Bulgheroni, allora Presidente della Pallacanestro Varese, la storica società delle 5 Coppe Campioni con 10 finali consecutive, dei 10 scudetti e tanto altro, un giovanissimo Andrea Meneghin, allora grande promessa del basket varesino che si vedeva con una altrettanto giovane giocatrice gaviratese, e tanti altri, imprenditori locali, centinaia di appassionati. Nemmeno mancava a volte qualche giocatore del Varese Calcio. Il preparatore atletico della squadra, Antonio Ghelfi, ex decatleta di livello nazionale era anche nello staff della Pallacanestro Varese, e una sera rimasta memorabile arrivò in tribuna in compagnia di Reggie Theus, uno dei più forti ex NBA ad aver mai giocato nel campionato italiano, classe 1957, nona scelta assoluta nei draft del 1978 dopo una carriera universitaria a University Nevada Las Vegas, e poi giocatore di Chicago Bulls, Kansas City Kings, Atlanta Hawks, Orlando Magic, New Jersey Nets, 19.015 punti, 3.349 rimbalzi e 6.453 assists nella NBA, due volte all’All Stars Game.

Furono anni intensi, oltre che addetto stampa iniziai ad occuparmi anche delle statistiche e divenni dirigente accompagnatore della squadra Juniores, con cui si girava la Lombardia nelle sera in settimana, mentre con la squadra maggiore si girava tutto il Nord Italia nei week end. I risultati non mancarono, dopo un quinto posto nel 1989/90 nel 1990/91 tornarono a giocare a casa due delle primattrici della squadra cadette del 1985 che avevano tentato l’avventura in A1, Monica Terzaghi ed Elsa Piva, c’era poi  Sabrina Confalonieri, da Rho, e tante altre ragazze:  arrivò la vittoria nella stagione regolare, ma i playoff rimasero indigesti, vinta facilmente la prima partita della serie con Valmadrera 69-55 arrivò una sconfitta altrettanto netta, 73-59 al ritorno a Lecco e pochi giorni dopo Gavirate cadde anche in casa nella bella. La Serie A2 restava un sogno.

Ci si riprovò l’anno successivo, e di nuovo arrivò una vittoria nella stagione regolare. Il morale era alto e tutta la città voleva questa benedetta Serie A. La televisione locale, Telesettelaghi, riprendeva le partite casalinghe e le trasmetteva il giorno seguente per chi non avesse potuto seguirle dal vivo, spesso, in occasione dei match clou era presente anche in trasferta. In quel 1992 il primo turno di playoff fu superato, contro il Biassonno, sconfitto di misura 53-52 alla bella. La formula del campionato prevedeva che i gironi dell’Italia settentrionale a quel punto si incrociassero: Gavirate si sarebbe giocata la Serie A2 con Treviso, in caso di sconfitta avrebbe avuto ancora una possibilità in uno spareggio in campo neutro con la sconfitta dell’altra finale settentrionale. Gara1 a Gavirate andò per il meglio 69-59 alle trevigiane e la promozione a un passo.

Sulla panchina del glorioso Basket Treviso sedeva però una grande donna, Nidia Pausich, 8 volte campionessa italiana da giocatrice, e stella della nazionale per anni. Fece tesoro di quella sconfitta, elaborò le contromisure  e al ritorno a Treviso le sue ragazze andarono avanti 23-8 all’avvio e ressero fino alla sirena salvando uno scarto di 3 punti. Dico la verità, non eravamo particolarmente preoccupati, si diede la colpa a uno sfortunato avvio e tutti giocatrici, dirigenti, tecnici si era convinti di poter chiudere alla bella, nuovamente sul parquet di casa. Non fu così, le ospiti si presentarono da dominatrici e spazzarono via Gavirate 71-87.

Restava un’ultima possibilità, sul neutro di Lissone, con le rivali di tante battaglie nella regular season, le ragazze della Classese Broni. La tensione era a mille, l’interesse enorme anche nel resto della provincia, uscii con ben tre articoli di presentazione sul giornale di Varese La Prealpina nei giorni precedenti la partita. Fu un sfida epica, come solo in provincia succede quando interi paesi sono coinvolti, quando tutte le giocatrici in campo sono figlie, nipoti, amiche, fidanzate di chi sta in tribuna. Si giocò in una bolgia assoluta. Al termine dei 40 minuti non ci fu un vincitore: 62-62 e tempo supplementare. Gavirate si trovò ad attaccare verso il canestro sotto la curva dei tifosi pavesi, che lo mossero varie volte, la panchina del Gavirate protestò a lungo, un vigile urbano di Lissone si prodigò per farli smettere e mantenere la calma. Sul 72-72 a 9 secondi dalla fine l’arbitro dovette scegliere se fischiare un fallo ai danni di Piva o contestarle l’infrazione di passi, scelse quest’ultima via e il pallone tornò nelle mani di Broni per l’ultima azione, la playmaker Lucia Rossi subì fallo, anche se allora nella cronaca per la Prealpina lo definii ”fantomatico”, da Terzaghi e fu freddissima in lunetta. 74-72 il finale per Broni:

“ A Gavirate dunque restano solo le lacrime e il rammarico per un sogno accarezzato a lungo e purtroppo svanito”

scrissi il giorno dopo.

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Fu un colpo duro per tutti. Una delusione troppo grande. L’anno dopo si riprovò, ma stavano cambiando i tempi, si era in pieno periodo di tangentopoli, il periodo delle vacche grasse stava finendo. Io da pochi mesi avevo un lavoro fisso, in banca, forse non era più il tempo dei sogni. Me ne andai a metà della stagione 92/93, ricordo la data l’otto dicembre, dopo una furiosa lite con l’allenatore. Da allora mi è rimasto come vezzo il dire che sono stato l’unico dirigente al mondo  esonerato da un tecnico e un perverso brivido di piacere mi attraversa ogni qual volta, per qualsiasi ragione in qualsiasi sport, un allenatore viene licenziato. A fine stagione finì per tutti: le giocatrici vennero cedute a Luino, e la Pallacanestro Gavirate rimase presente solo nell’attività giovanile. Tornò ad avere una prima squadra in Serie C nel 2000 e tuttora ce l’ha e continua ad impegnarsi per permettere alla ragazze e alle bambine  del paese e di quelli vicini di poter fare sport.

 

Anche molte di quelle ragazze non ebbero una carriera lunghissima, prevalsero lo studio, il lavoro, la famiglia, chi divenne medico, chi giornalista, chi imprenditrice,ma sono sicuro ricorderanno quegli anni come li ricordo io, le lunghe trasferte in autobus, a volte in auto, le cene dopo la partita a volte euforiche e vincenti, a volte tristi dopo le sconfitte, e tanti momenti più o meno belli, i recuperi dopo gli infortuni nelle sapienti mani di Alberto Barausse, fisioterapista che ne sapeva più del diavolo e un passato in Marina Militare, i dopo allenamento al Bar con l’eterno problema dei capelli bagnati, ma soprattutto l’essere state  l’orgoglio di un paese essendo donne, senza in questa storia nemmeno un ‘ombra di discriminazione.

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Ci vuole un fisico bestiale: LeBron James e il segreto dell’eterna giovinezza

Emanuele Sabatino

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Probabilmente la NBA non ha mai visto prima di Lebron James un giocatore di 203 cm con una forza devastante ed un’intelligenza cestistica così elevata. Una talento e una fisicità imparabili ed una longevità rarissima da trovare. Il segreto del “Chosen One” è quello di prendersi estremamente, compresi i piccoli dettagli, cura del proprio corpo. Per farlo non bada a spese infatti l’importo totale annuo alla voce “cura del corpo” si aggira intono al milione e mezzo di dollari.

Non solo, la casa di LBJ è un vero e proprio laboratorio con un team di specialisti che lo aiutano costantemente a stare al top della forma. Tra questi un ex Navy SEAL che l’aiuta nel migliorare la sua biomeccanica, ovvero la forza del core (addominali), un coach per il riposo, trainer vari, uno chef personale e massaggiatori. James dentro casa ha la vasca ghiacciata, quella bollente, una palestra completa e soprattutto una camera iperbarica.

Il suo ex compagno di squadra Mike Miller ha detto che James tratta la cura del suo corpo come un investimento, sicuro che verrà ripagato. In effetti facendo calcoli molto semplici questa costosissima cura del corpo se gli garantirà, e lo sta facendo, più anni al top e quindi di contratto è un investimento assolutamente vincente. Tutti quelli che conoscono James sanno che ha una cura maniacale, financo religiosa,  per il proprio corpo e la propria salute.

Nel 2015 venne rivelato per la prima volta il protocollo seguito dal “Chosen One” per rimanere al top: bere bevande ad alto contenuto di elettroliti nel post gara, fare spesso uso di elettrostimolazioni e vestiti speciali per far scorrere il sangue durante i viaggi aerei.

Lebron James è l’esempio che dimostra che per quanto la fortuna e la natura sia stata benevola con lui, donandogli talento ed un fisico bestiale, senza la cura maniacale dei dettagli sarebbe stato un giocatore fortissimo ma forse non il più forte di tutti per così tanto tempo. La testa del campione si vede proprio qui: dopo 15 anni ad altissimi livelli, una volta ottenuto tutto quello che si desidera, ricerca ancora il dettaglio che fa la differenza per rimanere al top ed essere il più forte di tutti, adesso e per alcuni di tutti i tempi.

 

 

 

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Kobe Bryant: -Acta est fabula, plaudite!-

Born in the post

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Il 14 Aprile di due anni fa ci svegliavamo con l’amaro ancora in bocca. Nella notte, Kobe Bryant con 60 punti si ritirava, lasciando al Basket la sua eredità, la sua impronta che, per certi versi, sarà difficile da eguagliare.

Siete mai stati a teatro ?

Velluto rosso ovunque, morbido alla vista oltre che al tatto. Platee colme di poltrone talmente appariscenti che ti attraggono magneticamente, talvolta anche troppo, tanto da farti crollare tra i loro bracciali qualora non riuscissi a fare l’amore con la messa in scena. Lampadari dorati che scendono come cascate da soffitti verosimilmente stanchi di essere violati nell’intimità dai più stravaganti sconosciuti ben vestiti per l’occasione.

Il sipario che si apre fa comparire due strade di fronte agli occhi dello spettatore, che non ha libero arbitrio circa la via da imboccare. Perché il teatro non lo controlli, decide lui come trattarti. Può chiuderti le palpebre ed immergerti in un mondo parallelo, farti pulsare il sangue nelle vene fino a farti sentire vivo, trasportando sia il tuo cuore che la tua mente in un viaggio che ti fa assaporare qualsiasi tipo di sentimento. Per qualche ora puoi essere il suo amante segreto, finendo per rimanerne tramortito, quasi incredulo.

Oppure sceglie di lasciarti fuori da tutto questo. Opta per annoiarti, sbattendoti in faccia la porta di quell’universo meraviglioso. Quando parlo di noia, intendo sbadigli su sbadigli che ti costringono a disprezzare il luogo medesimo oltre che lo spettacolo. E a quel punto non vedi l’ora che si concluda. Odi tutti quelli che appaiono assorti e ti guardano come il peggiore degli insensibili. Per non sentirti a disagio provi con fatica a sfondare quel muro, ma ogni tentativo risulta vano.

Io ho sempre pensato di far parte di quest’ultima cerchia di persone. Insomma, per anni sono stato quello che una volta seduto si addormentava, spesso prima che tutto iniziasse. Ero convinto che in qualche modo non potessi rientrare tra i pochi eletti aventi la fortuna di fare amicizia con quella realtà illusoria.

L’ho creduto fino al 13 Aprile scorso, quando in un’arena losangelina andava in scena, in maniera “so Hollywood”, l’ultimo atto del Macbeth shakespeariano. Stavolta però, il protagonista non era quel Michael Fassbender la cui interpretazione sarebbe potuta essere meritevole di Premio Oscar, ma il più grande attore dell’epoca moderna: Kobe Bean Bryant.

Un’esperienza mistica che mi ha consumato, che ha preso il me stesso bambino e l’ha nutrito con l’essenza delle emozioni più profonde. Ho assaggiato la purezza del vero amore, la gioia a tratti orgasmica della vittoria e il barbaro dolore della sconfitta. Alla fine, guardandomi allo specchio, ho finalmente capito di aver vissuto inconsciamente per vent’anni in un’opera teatrale.

È incredibile come la storia scritta dal più famoso poeta inglese assomigli alla carriera, e perché no anche alla vita, di Kobe Bryant.

Kobe è il generale Macbeth.

È la compulsiva brama di potere, il sangue che idealmente ha fatto scorrere in ogni luogo d’America per poterlo raggiungere. È l’iniezione di ogni goccia amara derivante dalle sconfitte per diventare completamente privo di compassione.

Bryant ha preso il furore agonistico e ha soffocato la sua coscienza poco a poco, pesi dopo pesi, canestri su canestri. È diventato un tiranno. Ha ascoltato le tre streghe del componimento di Shakespeare sussurrargli “Il bello è il brutto, il brutto è il bello” e ha deciso che quell’esclamazione l’avrebbe accompagnato per il resto dei suoi giorni, fino a diventare l’epitaffio sulla sua lapide sportiva, invertendo completamente i rapporti tra etica e morale di cui avevamo letto sui libri di filosofia fino a quel momento.

Ha distrutto i Pacers di Reggie Miller, i 76ers di Iverson, i Nets di Jason Kidd, i Magic di Howard e i Celtics dei Big Three, nell’ultimo caso vendicandosi con rabbia del trattamento da lesa maestà ricevuto nelle Finals del 2008. Si è seduto su quello che possiamo considerare il suo trono di Scozia. Si è fatto attanagliare dal terrore di perderlo e ha parlato a quattr’occhi coi demoni della paura, stringendo un patto che lo avrebbe visto compiere qualsiasi atto pur di non dover cedere lo scettro.

Si è dovuto arrendere e ha continuato a cospirare impotente, da solo contro tutti. Si è satollato di orrori durante gli anni in cui non riusciva ad andare oltre il primo turno di Playoffs, e vedeva migliaia di ore passate in palestra cadere nel dimenticatoio.


Kobe vive a metà nell’eterna dicotomia tra bene e male e, sebbene sia lui stesso in una recente pubblicità in cui è testimonial ad affermare “Don’t love me. Hate me”, ancora oggi non sappiamo se definirlo antieroe senza scrupoli o vittima di se stesso.

Avete capito bene, perché sono sicuro che una sfumatura del 24 in purple&gold non desiderasse far prendere il sopravvento al lato oscuro. È la parte che lo avrebbe reso simile a suo padre, quel “Jellybean” il cui epiteto ne descriveva perfettamente l’indole, da cui il figlio ha preso sovente le distanze. C’è stato un momento in cui Kobe non sapeva se volesse veramente essere quello che è stato. Era esitante. È qui che entra in gioco la sua ambizione ossessiva.

È quella che lo ha spinto ad essere contemporaneamente un grande re ed un villano, ogni minuto trascorso sul parquet. È stata la sua Lady Macbeth e tutti quanti ne abbiamo visto la genesi, la crescita e, al termine dell’ultima partita contro i Jazz, la morte.

Un epilogo che fa interrogare chiunque lo abbia amato, odiato e rispettato; che mette a nudo il nostro io e lo intima velatamente ad ascoltare la ragione a discapito della lusinga.

Acta est fabula, plaudite!- così si chiudeva la rappresentazione nel teatro antico.

Mamba outcosì scompare dietro il palco Kobe Bryant.

Batte le mani anche Jack.

Potete aprire gli occhi. É tutto finito.

Sipario.

Daniele Quetti – Born in the Post

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James Harden: Genesi della Barba più famosa del Pianeta

Lorenzo Martini

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Di solito questi articoli si scrivono a fine Regular Season o dopo i Playoff, per decantare le gesta di un giocatore durante tutta la stagione. Ma per un tipo fuori dagli schemi come James Harden è giusto fare un’eccezione. Perchè il Barba si sta affermando sempre più come il protagonista assoluto di quest’annata, guidando i suoi Rockets al comando della Lega e predicando basket in lungo e in largo.

Ma per James non è stato facile arrivare fino a questo punto, gli ostacoli da fronteggiare non sono mancati. Anzitutto, l’asma: Harden fin da piccolo soffre di una grave forma d’asma, che causava forti attacchi di tosse e gli impedivano di giocare troppo a lungo. Nulla di drammatico, intendiamoci, ma spesso sono i dettagli a decidere chi emerge e chi resterà per sempre nell’ombra.

In secondo luogo, James deve fare i conti con il difficile ambiente dove è nato. Si scrive Rancho Dominguez, si legge criminalità. Perché nel piccolo sobborgo di Compton, a due passi da Los Angeles,  la legge viene fatta rispettare a fatica, mentre le gang malavitose pullulano per le strade adescando i più deboli. E tra le maglie della criminalità locale cade anche James Senior, il papà del piccolo Harden. Dopo gli anni da ufficiale in marina, anche lui si lascia trascinare in questa spirale di delinquenza e tra droga e piccoli furti si ritrova ben presto dietro le sbarre. Di fatto l’unico contatto che avrà col figlio sarà durante i colloqui in prigione.

 

Ma malgrado la violenza per le strade, Rancho Dominguez un pregio ce l’ha: i campetti da basket. Lì puoi trovare gente che con lo Spalding tra le mani sa fare di tutto, e quale posto migliore per passare i pomeriggi? James vive nei playground ed è lì che, tra il rimbombo di un proiettile e il suono di un sirena, si crea una reputazione. Del resto incarna lo stereotipo del giocatore moderno: alto, atletico, scattante, ma anche molto molto tecnico. Anche troppo per i suoi avversari, che spesso devono alzare bandiera bianca quando lui si presenta sul campo.

Ma Harden non eccelle solo sui campetti. Anche a scuola si distingue come uno studente modello, tanto perspicace quanto scrupoloso e serio. Peccato però che nella scuola di Rancho Dominguez gli episodi di violenza sono all’ordine del giorno. Decide allora di intervenire mamma Monja. La signora Willis ha la fortuna di lavorare all’AT&T, una delle compagnie telefoniche più note al mondo, e sceglie così di investire parte del suo stipendio nell’educazione del figlio. Lo iscrive per questo alla Artesia High School di Lakewood, a una ventina di chilometri da casa, dove non solo l’offerta formativa è ottima,ma anche la squadra di basket è tra le più competitive. E James si convince in breve, soprattutto dopo aver scoperto che il suo idolo d’infanzia Jason Kapono ha militato proprio in quella squadra.

Nella nuova scuola il problema ambientale è risolto, resterebbe solo la questione legata all’asma. Ma per quello ci pensa la divina provvidenza: dopo anni e anni controlli, con la crescita la tosse asmatica viene meno. Si può finalmente iniziare a pensare in grande.

Alla Artesia James aumenta notevolmente il suo livello di gioco. Non solo diventa letale in penetrazione, ma dimostra un QI cestistico sopra la media, vincendo per due anni consecutivi il titolo statale. Le università fanno a gara per accaparrarsi i suoi talenti, ma alla fine lui opta per Arizona State: qui vive due stagioni in continuo miglioramento, ma la squadra non gira e le soddisfazioni latitano. E se questa mancanza di risultati avesse un effetto negativo sul Draft del 2009?

Per fortuna ci pensa Sam Presti a sventare questo pericolo. Il GM dei Thunder resta letteralmente affascinato da Harden, al punto di puntare tutto su di lui. E’ così che, contro i pronostici iniziali, Oklahoma lo seleziona con la terza scelta assoluta.

Da allora di cose ne sono cambiate. Anzitutto, The Beard entra nelle Lega come specialista difensivo. Il che fa sorridere, visto che negli anni è stato spesso e volentieri etichettato come un pessimo difensore, un telepass che risulta deleterio nella propria metà campo. Critiche sacrosante e più che giustificate, di cui però negli ultimi tempi sembra essersi liberato grazie a prestazioni difensive perlomeno dignitose.

Ad essere cambiato è anche il ruolo nelle propria squadra. A Okc per anni ha rivestito le vesti di sesto uomo ( nel 2012 fu anche eletto Sixth Man of the Year), colui che doveva spaccare il match entrando dalla panchina. Ora a Houston è il go-to-guy, l’indiscussa stella della squadra, il leader dello spogliatoio. Una condizione resa ancor più netta con l’arrivo in panca di coach D’antoni, che non solo lo ha trasformato in un playmaker, responsabilizzandolo, ma gli ha consegnato le chiavi della squadra, rendendolo il motore, il cuore pulsante dei Rockets.

 A cambiarlo sono stati anche gli incredibili record siglati sul parquet. Come ad esempio la storica tripla doppia da 53 punti, 17 assist e 16 rimbalzi messa a segno  la notte di Capodanno 2016 contro i New York Knicks. Oppure la prima tripla doppia da 60 punti di sempre, messa a referto contro gli Orlando Magic lo scorso gennaio. Prestazioni che lasciano il tempo che trovano, ma comunque mostruose.

Però di pari passo con i record infranti sono giunte anche parecchie delusioni. Al di là della mancata conquista del titolo – le Finals del 2012 in maglia Thunder contro gli Heat di Lebron e le WC Finals del 2015 contro i Warriors le delusioni più cocenti -, per ben due volte il titolo di MVP gli è sfumato per un nonnulla. In molti sostengono che almeno uno di quei titoli gli sarebbe spettato, ma è inutile starne ancora a discutere. Di sicuro in entrambi i casi le motivazioni per non assegnarglielo non sono mancate: la competizione con due stelle del calibro di Curry e Westbrook, le sue croniche lacune difensive, l’inconsistenza nei momenti clou di partite importanti – ad esempio l’oscena prestazione in gara 6 gli scorsi playoff contro gli Spurs, che decretò l’uscita di scena dei Rockets -.

Una sola la costante nella carriera di James Harden: la sua Barba. Un segno distintivo tanto banale quanto rappresentativo della sua persona, del suo atteggiamento, del suo stile. Quella barba così retrò che lo accompagna da sempre, dagli anni del College, quando era un’icona a Arizona State, fino ad oggi. Ogni sera, con quella barba d’altri tempi, con quelle movenze lente e sincopate, con quella classe unica.

 Ma è giunto il momento che questa classe porti i suoi frutti. Quest’anno il titolo di MVP sembra vicino più che mai, ma non è questo il principale obiettivo. Il Barba vuole vincere.  E a differenza degli scorsi anni può contare su un secondo violino come Chris Paul, un altro campione assetato di vittorie. Malgrado il record in Regular Season i Warriors restano gli avversari da battere. E se il Barba riuscisse a rovinargli la festa? Con dei Rockets in questo stato, nulla è impossibile.

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