Scoprendo l’Atletico Diritti, l’ironia della “palla al piede” mi ha fatto subito sorridere. In una società con poco tempo per approfondire e estremo bisogno di sentenziare, le realtà carcerarie e il fenomeno dell’immigrazione vengono facilmente additate come fardelli dall’immaginario comune di un paese dove le seconde possibilità lasciano il tempo che trovano e partiti come la Lega Nord raccolgono pericolosi consensi. Fortunatamente l’opposizione a tutto questo è viva e proprio con il progetto dell’Atletico Diritti se ne ha un concreto esempio: squadra di calcio, iscritta dal 2014 al campionato capitolino di terza categoria, che vede tra le sue fila detenuti (ed ex), immigrati e studenti.

L’Iniziativa è di due associazioni: Antigone e Progetto Diritti, entrambe a difesa dei diritti, la prima per le garanzie del sistema penale, la seconda per le fasce sociali meno abbienti, il tutto con il patrocinio dell’Università di Roma Tre. L’idea nata dalla mente di Arturo Salerni, attuale vicepresidente della polisportiva, ha chiari intenti: combattere il razzismo e le discriminazioni su un campo di pallone (e non solo), creando un luogo di integrazione dove “si migliora tutti insieme” come afferma il mister Domenico Blasi.

Il campo è gentilmente fornito dalla polisportiva Quadraro Cinecittà, un bel rettangolo di terra che solo chi giocava una decina di anni fa può apprezzare con nostalgia, il tutto all’ombra suggestiva dell’acquedotto romano; le maglie invece portano il marchio Made in Jail, una cooperativa che si impegna tra serigrafie e stampe, creata da ex detenuti per la riabilitazione al lavoro. Come simbolo è stata scelta la D grande di diritto, inizialmente composta dalla celebre banana di Andy Warhol che comparve sullo storico album The Velvet Underground & Nico. Ogni riferimento ai “mangiabanane” tavecchiani è puramente casuale. In ogni caso ora è una semplice D. Inoltre l’Atletico Diritti è completamente autofinanziato; eppure le spese sono tante: dall’iscrizione di duemila euro, i palloni, le trasferte e le divise, perciò hanno lanciato un crowdfunding sulla piattaforma indiegogo (http://igg.me/at/atleticodiritti).

Usare lo sport come terreno di integrazione non è una novità, ma si ha la sensazione che sia qualcosa di nuovo, di differente. Prima di tutto, nonostante i principi profondi alla base dell’iniziativa, l’Atletico Diritti è una squadra di calcio, organizzata per fare sempre meglio, con la voglia di vincere e l’agonismo per farlo, ed è questo a dargli un identità così forte. Poi leggere le parole di un ragazzo scappato dalle violenze del Mali, arrivato in Sicilia via mare e poi salito a Roma, che vede la squadra come la sua famiglia, allora si capisce che anche cambiare una singola vita è importante; come dare la possibilità ad uno studente di conoscere chi vive quelle disgrazie massivamente trattate dai vari telegiornali, o per il carcerato poter tirare due calci al pallone rendendo più concreta la voglia di cambiare che in teoria la reclusione dovrebbe trasmettere.

Quindi sicuro ventisei vite sono cambiate, ma sono sicuro che il numero è molto più ampio: tutti coloro che partecipano al progetto e l’hanno ideato, fino ai tifosi sugli spalti sporadici e affezionatissimi e magari anche chi la storia la legge su un pc.

Il primo anno si è concluso, portando più di quello che ci si aspettava. Si era partiti dall’ironica dichiarazione della presidente Susanna Marietti: “Peggio del Brasile che perde 7-1 nei mondiali casalinghi non possiamo fare”. Ultimi non si è arrivati, il che è un ottimo punto di partenza, viste le intuibili difficoltà iniziali; ma soprattutto l’unione dello spogliatoio, l’infrangere le barriere linguistiche, le pizze dopo gli allenamenti fanno presagire che si può solo migliorare con un gruppo sempre più forte e, chi ha giocato lo sa, a volte conta più della bravura dei singoli in un mondo come quello del calcio. Il segno l’ha lasciato, ed è facile capire perché il vicepresidente Arturo Salerni, al fianco di Marco Ruotolo, Ordinario di Diritto costituzionale di Roma Tre, guardi al futuro: “Non ci fermeremo al calcio. Abbiamo intenzione di creare una vera polisportiva. Tra un paio d’anni fonderemo una seconda squadra in Senegal, a Dakar, e successivamente approderemo all’atletica leggera  .

Ora si continua il secondo anno con le parole della presidente Marietti che suona la carica: “Ora mi aspetto che cominciamo anche a vincere! Ne abbiamo le potenzialità, abbiamo un grande allenatore. Lo scorso anno è servito per rodarci, adesso possiamo scendere in campo più determinati. Vincere serve a dare carica: i diritti umani non sono qualcosa di amatoriale, neanche sotto porta!.

Questa bella storia è diventata anche un film documentario: Frammenti di libertà.

Il regista è Alessandro Marinelli, anche lui tra le file dell’AD. Il film verrà proiettato nell’aula magna del rettorato di Roma 3, il 21 Dicembre alle ore 11.00 che vedrà un intervento di Demetrio Albertini.

Non resta altro da dire se non… tutti sugli spalti a tifare!

FOTO: www.oltremedianews.it

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