Il vecchio detto “due pesi e due misure” sembra che valga anche nel calcio. Alla FIFA in particolare, nell’organizzazione più importante al mondo in materia di football, devono conoscerlo e molto bene.  Se è vero come è vero quello che è accaduto e sta succedendo nella gestione della vicenda israelo-palestinese. Una questione annosa, che non riguarda lo sport ma che purtroppo ha finito per avere ripercussioni anche nel calcio.

La storia è quella già raccontata ai lettori di Io Gioco Pulito delle squadre che militano nel campionato israeliano ma che appartengono ai cosiddetti “territori occupati”. Vale a dire quei territori della Cisgiordania nei quali Israele da anni ha costruito i suoi insediamenti ma che l’Autorità Nazionale Palestinese ha sempre rivendicato come propri. Una questione purtroppo ancora irrisolta e che ogni volta rischia di essere la miccia che accende nuovi conflitti. Un caso, quello dei territori occupati, che una risoluzione ONU del dicembre 2016 ha già considerato “illegale”, a tal punto di condurre il Consiglio delle Nazioni Unite (che ha approvato la risoluzione con l’astensione degli Stati Uniti d’America) a chiedere al governo israeliano di “interrompere le attività nei territori occupati”. Da qui, la denuncia della FPA (la federazione calcistica palestinese) alla FIFA per chiedere la revoca di queste squadre al campionato israeliano e proprio sulla base dello statuto della FIFA che impedisce ai suoi membri (come tra gli altri anche la federazione israeliana) di creare squadre di calcio nel territorio di un altro Paese oppure di far giocare squadre nei propri campionati ma senza il consenso del Paese stesso.


L’ultimo di una serie di episodi già denunciati dalla FPA e dalle altre associazioni vicine alla causa del popolo palestinese accaduti nella cosiddetta “Intifada del pallone”. Nella quale purtroppo non sono mancati i morti. Come i 4 ragazzi palestinesi impegnati in una partita di calcio uccisi nel 2012 dall’esercito israeliano; oppure i 2 calciatori palestinesi uccisi nel 2014 in un controllo avvenuto nella West Bank, in quello che l’esercito di Tel Aviv ha sempre considerato “un incidente”. Fatti che inevitabilmente hanno finito per richiamare l’attenzione degli addetti ai lavori. Nel 2012 infatti, come scrive anche il sito L’inkiesta, non furono pochi i calciatori che si schierarono a favore della Palestina chiedendo il boicottaggio dell’Europeo U21 che la UEFA aveva assegnato ad Israele. E prima ancora, ricorda sempre L’Inkiesta, lo stesso Michel Platini, quando era presidente dell’UEFA aveva paventato l’esclusione di Israele dall’organizzazione se avesse continuato ad impedire al calcio palestinese di svilupparsi.

Ma la FIFA, che cosa ha fatto per risolvere la questione? Per il momento, nulla. Se non lasciare sostanzialmente le cose cosi come sono, senza prendere alcun provvedimento. Se non per la costituzione nel 2015 di un Comitato di monitoraggio su Israele e Palestina che però alla fine ha “monitorato” ben poco.  A differenza invece di quanto fece nel 2015 quando la stessa FIFA decise di “punire” la nazionale di calcio palestinese vietandole di ospitare tra le mura casalinghe dello stadio di Ramallah le partite valide per le qualificazioni di mondiali. In quel caso la decisione venne presa in seguito alla richiesta dell’Arabia Saudita di non inviare i suoi giocatori in Cisgiordania. Questo perché, fecero sapere da Ryad, per raggiungere Ramallah la comitiva avrebbe dovuto attraversare alcuni check-point dell’esercito israeliano. Un rischio, visto che all’epoca i rapporti tra l’Arabia Saudita e Israele erano tesissimi, per il fatto che l’Arabia non riconosceva l’esistenza dello Stato israeliano. E allora, pensarono bene i sauditi, meglio non rischiare. La FIFA li accontentò, ma a rimetterci fu ancora una volta la Palestina. Per la quale oltre al danno dei calciatori morti ammazzati, arrivò pure la beffa di non poter giocare nel proprio stadio.

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