Una partita da dopolavoro ferroviario. Se c’è una definizione che ho pescato guardando Genoa – Palermo, è questa.

Sì, lo so, detta così sembra offensiva. Il problema è che chi ha giocato davvero i tornei di quartiere, quelli estivi sotto una canicola più impietosa di un killer scafato, sa di cosa si parla. Sono quelle partite in cui sembra che ci sia la vittima sacrificale già decisa, in questo caso il Palermo. La squadra che non ne vince una nemmeno se gli danno un pallone a parte con cui giocare. Quei nomi che a scorrere la formazione, da tifoso ti siedi e aspetti di cominciare a snocciolare il tuo rosario di improperi buoni dal portiere al decimo giocatore. solo perchè l’undicesimo è Nestorovski, che non gli dici niente perchè poveraccio è l’unico che si sbatte, canta e porta la croce. E poi, anche se volessi offenderlo, quel nome lì devi abbreviarlo in Nestocoso. Come lo chiamavano i tifosi prima di capire che era un bomber di razza. Sì perchè Nestor ha un pallone giocabile a partita e una su due lo sbatte in porta. Come non importa.

Dopolavoro ferroviario da sobborgo malfamato. Perchè i rossoblù entrano con il lignaggio di chi magari se la gioca alla pari con le grandi che vincono sempre il torneo. Ma come, battiamo la capolista e non l’ultima? Abbiamo fatto a strisce quelli a strisce, faremo neri i rosanero.

Un campo polveroso avrebbe fatto da degna cornice alla partita più ovvia della stagione. L’uno a zero del Genoa fa parte della pinacoteca dei quadri da appendere nella galleria delle sconfitte. Tutto come sempre, come da nove domeniche ad ora. O no?

Intanto Quaison non ci sta, il ragazzotto rosanero perso nelle nebbie fumose della squadra, decide di saper tenere la palla appiccicata al piede come non mai. Attrazione fatale ed effimera, seduzione rapida e mortifera, fatto sta che si fa pareggio. Gazzi litiga senza litigare, ovvero martella e sfianca come sempre, facendo il suo dovere mentre ai suoi fianchi fischiano le scorribande avversarie.

Ma come direbbe Boskov, parafrasando Rocky, partita non è finita finchè non è finita. E cervo non è uscito di foresta.

I red and blue chiudono la pratica, almeno sembra. E invece no. Dal 3-1 per loro, al gol lumicino di Goldaniga, che finalmente sorride dopo un periodo in cui anche per lui la diritta via era smarrita, fino al pareggio di Rispoli, altro onesto mestierante che però non esce mai dal campo senza avere consumato le riserve di ossigeno di un astronauta in missione di durata semestrale su Saturno.

E poi il capolavoro dei gemelli “Ski”, Nestorovski-Trajkovski, l’accoppiata anagrafica che sembra uscita da un romanzo d’appendice russo, o da una barzelletta del tipo “c’era un americano un russo e un palermitano”, non fa ridere per nulla il Genoa. L’uno invece di tirare si guarda intorno e vede l’altro che arriva. Rasoiata chirurgica sotto le gambe del difensore.

Sì, è vero, i tifosi rosanero sono contenti, sì, vero anche che per vedere la luce ci vuole ben altro. Una vittoria frutto di episodi, forse, ma dentro c’è stato cuore, polmoni, grinta e voglia di non darla vinta a chi sembrava l’avesse in pugno. In più Perin ha pensato bene di mettere non la ciliegina, ma l’anguria sulla torta, facendosi espellere. Spintone al buon Nestor che ha decretato di non rialzarsi più da terra fino al taumaturgico triplice fischio.

Insomma c’è stata voglia di giocare e di sopperire ai limiti tecnici e tattici. E questo anche grazie a Corini, che forse non cambia i piedi dei giocatori, ma qualcosa nell’atteggiamento magari ha mutato.

Ma in fondo, una partita da dopolavoro in un sobborgo, quando mai si è vinta per tecnica sopraffina?

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