Il 2 marzo scorso il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) ha ufficializzato la creazione di una squadra composta da atleti rifugiati, il Refugee Olympic Athletes (ROA), che parteciperà alle Olimpiadi di Rio 2016 e che prenderà parte alla cerimonia d’apertura del 5 agosto sfilando con la bandiera olimpica.

Il team verrà composto partendo da una rosa di 43 atleti, individuati dal CIO, supportati economicamente per gli allenamenti, con la prospettiva di arrivare, a fine qualificazioni, ad un numero tra i 5 e i 10. Come ha tenuto a precisare il CIO, la squadra non godrà di facilitazioni, verrà trattata come tutte le altre.

Questa decisione nasce dall’urgenza: di dare a tutti gli atleti in fuga dal proprio paese, e quindi senza più una bandiera, la possibilità di partecipare; e mostrare come i Giochi Olimpici non siano un evento isolato ma come anch’essi siano condizionati dalla storia e la nostra storia recente ha come protagonista la costante crescita del flusso di migranti per terra e mare.

Raheleh Asemani, classe 1989, nata a Karak (Iran), è la prima atleta ad essere entrata in questa  squadra.

In Iran era la numero uno del Taekwondo, nel 2010 per il suo paese ottiene una medaglia d’argento ai Giochi Asiatici, ma le sue possibilità erano limitate. Si trasferisce in Belgio come rifugiata nel 2012, continua ad allenarsi e intanto lavora come postina. Il 2015 è per lei un ottima annata, conquista ben quattro medaglie d’oro nella categoria -57 kg in Austria, Polonia, Serbia e Croazia.

Raheleh non ha ancora la cittadinanza belga e rischia, nonostante i successi, di non poter prender parte alle olimpiadi ma è in questo momento che il lavoro del Comitato Olimpico e del WTF (World Taekwondo Federation) dà i suoi frutti. Nel torneo valido per le qualificazioni, svoltosi ad Istanbul il 16-17 gennaio scorso, Raheleh ha gareggiato sotto la bandiera del WTF e ha vinto contro la finlandese Suvi Mikkonen guadagnandosi il biglietto per Rio.

Intanto in Belgio qualcosa accade. Le pratiche per la cittadinanza di Raheleh, ferme da mesi, si sbloccano e, in tempi record, l’iter burocratico si conclude. Dal 13 aprile scorso è ufficialmente belga ed ha una nuova bandiera da esibire.

Questa è una storia a lieto fine? Si, tecnicamente.

Abbiamo un atleta che ha ottenuto ciò per cui ha lottato ed un paese che la vuole come sua cittadina e, addirittura, come rappresentante ad un evento internazionale.

Ma potremmo anche vedere il Belgio come un paese che si è accorto delle potenzialità di Raheleh in ritardo e che abbia tentato di rimediare dando una cittadinanza, ormai inaspettata, per non perdere la possibilità di avere un buon cavallo nella sua scuderia, senza curarsi del lavoro del CIO per formare un team che, come lo stesso presidente Thomas Bach ha spiegato, rappresenta una speranza per i rifugiati di tutto il mondo e senza il quale atleti, come Raheleh, non avrebbero potuto partecipare neanche alle qualificazioni.

FOTO: www.rtbf.be

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