Tutto in una notte, dal dramma alla speranza. Una partita in cui l’epica ha trovato una sintesi perfetta con la razionalità: da un lato il caldo della pasión alla Bombonera, dall’altra la razionalità che adesso spinge ogni tifoso albiceleste a freddi calcoli sul futuro prossimo. Una partita in cui avevamo tutto, un juego donde teníamos todo.

Teníamos un il piccolo eroe contro l’apparentemente inarrivabile avversario. Quel Perù di Ricardo Gareca che rischia di guadagnarsi l’accesso ad un Mondiale per la prima volta dal 1982 e che, ormai otto anni fa, si trovava proprio tra l’Argentina di Diego Armando Maradona e il Mondiale. Una sfida vitale in cui si è erto ad eroe Martín Palermo, allora trentacinquenne bomber storico del Boca Juniors. Capace di far dimenticare quei tre rigori sbagliati nel 1999 in una sola partita, facendo esplodere un Paese intero. Ironia della sorte al Monumental, impianto degli “odiati” cugini del River Plate.

Teníamos un eroe al come Leo Messi, sospeso tra lo status di campione e lo status di leggenda. Tra lo status di giocatore troppo superiore per questa nazionale e lo status di “terrestre” con la casacca albiceleste. Il suo legno a porta sguarnita grida quasi vendetta, come gridano vendetta le sue occasioni create ma gettate al vento dai compagni di squadra. Un giocatore capace di vincere tutto il vincibile con il suo club, il Barcellona, ma capace di perdere in finale il Mondiale di Brasile 2014 e due Copas Américatra il 2015 ed il 2016 contro la sua bestia nera, il Cile. Duecentosettanta minuti che rappresentano forse il confine tra il campione e la leggenda a tutto tondo.

 

Teníamos il confronto tra il popolo e la borghesia. Da un lato Leo Messi, che mai ha giocato in Argentina e che una parte del popolo albiceleste non percepisce come simbolo in quanto “imborghesito” in Europa. Dall’altro abbiamo Juan Román Riquelme e Gabriel Omar Batistuta, due giocatori che invece hanno rappresentato a pieno l’anima popolare di un Paese intero. Il primo idolo indiscusso della Boca, addirittura votato dagli Xeneizes come simbolo indiscusso della loro storia a dispetto di un certo Diego Maradona. Il secondo, ex capocannoniere storico dell’Argentina, superato da Messi come quantitativo di reti ma ancora sopra come media realizzativa, nonché inneggiato negli ultimi dieci minuti della sfida con l’Uruguay.

Teníamos l’eroe del popolo che invece fallisce. Votato sul quotidiano Olé come giocatore da utilizzare preferibilmente in nazionale al centro dell’attacco, Darío Benedetto è il delantero del «dame una que la meto», ovvero del «mi basta una palla per segnare». Ieri, su servizio di Messi, il boquense ha invece fallito di testa un’occasione davanti al portiere che in campionato avrebbe invece cannibalizzato, con tanto di conseguente disperazione. Perché forse, in questo caso, la camiseta argentina pesava più di quella Azul y Oro.

 

Teníamos l’eroe a cui il fato riserva un terribile destino. Trattasi di Fernando Gago, anch’egli idolo della Doce e reduce da due terribili infortuni in due diversi Superclásicos. Entra, passano pochi giri di orologio e il suo crociato fa crack, impedendo così a Jorge Sampaoli di operare in seguito un terzo cambio. Subito la disperazione nei suoi occhi, poi l’orgogliosa rabbia contro i medici, a cui urla ¡Déjame jugar! con tutta la voce che gli rimane in corpo. Da lì a poche ore il responso medico, drammatico.

 

Teníamos un eroe venuto da lontano, che ha dovuto sudare per avere la gloria. Alejandro Darío Gómez, detto “Papu”, capace di condurre l’Atalanta in Europa dopo 26 anni sotto la sapiente gestione di Gian Piero Gasperini, brillando fin qui nella competizione europea. Un eroe che era sul punto di accettare la chiamata della nazionale italiana, ma che Jorge Sampaoli ha deciso di portare con sé, venendo ripagato. E c’era chi gli contestava scarsa attitudine in questi palcoscenici. Ad un giocatore che ha trionfato nel Mondiale U20 di Canada 2007 e nella Copa Sudamericana con il suo amato Arsenal Sarandí, segnando la decisiva rete del 3-2 nella finale d’andata.

Teníamos un duello epico. Per tutti e novanta i minuti si sono infatti fronteggiati l’argentino Nicolás Otamendi e l’attaccante peruviano Paolo Guerrero, soprannominato “Depredador”. Da un lato il roccioso difensore del Manchester City, dall’altra il bomber all time della nazionale peruviana, capaci di fronteggiarsi in maniera spesso dura dal punto di vista fisico, senza esclusione di colpi.

Teníamos il desiderio di vendetta di un amico diventato nemico. La vendetta di quel Ricardo Gareca che oggi allena la Blanquirroja ma che nel 1985 regalò la qualificazione ai Mondiali in Messico alla sua Argentina con una rete proprio contro il Perù. Tuttavia, il CT Carlos Bilardo non lo convocherà per la Coppa del Mondo che, ironia della sorte, sarà proprio sollevata dall’Albiceleste di Diego Armando Maradona.

Teníamos il conflitto tra l’eroe ed il suo più diretto erede. Ovvero il “conflitto” tra Leo Messi e Paulo Dybala, che recentemente ha proprio dichiarato che Messi «juega in mi posición», guadagnandosi la prima pagina di Olé con il titolo «Sincericidio», in riferimento alla sincerità dell’attaccante della Juventus, che contro i peruviani non ha visto il campo.

Teníamos l’eroe per una sera, che difende la sua patria in maniera strenua ed orgogliosa. Si sta parlando di Pedro Gallese, estremo difensore peruviano del Veracruz, che ieri ha difeso con le unghie e con i denti la parta della sua nazionale, evidenziando una volta per tutte la sua garra tra i pali.

Teníamos l’eterna contrapposizione tra pasión y racionalidad. La racionalidad di un tecnico geniale e rivoluzionario come Sampaoli, capace di presentarsi contro l’Indonesia con un visionario 2-3-4-1. Una CT, tuttavia, che forse poco c’entra con una panchina come quella albiceleste, che necessita forse più di un passionario, di una guida quasi psicologica, capace di trasformare una generazione di campioni in una generazione di vincenti con la loro Selección. Un allenatore che forse in casi come questi ragioni più di “pancia”, gettando nella mischia il buon Mauro Icardi dall’inizio.

Infine, teníamos l’eterno contrasto tra Boca Juniors e River Plate. Un Messi alla sua prima volta alla Bombonera, della cui atmosfera gode poco prima della partita, senza proferire parola. Un Perù che si ritrova a giocare nella casa del Boca Juniors con una casacca che ricorda quella del River Plate, il cui stadio aveva ospitato la leggendaria sfida del 2009, risolta a sua volta da un idolo Xeneize come Palermo. Todo gira, todo vuelve.

Adesso spazio agli ultimi novanta minuti di questo splendido componimento epico. Per sapere finalmente, sì cosa teníamos, ma anche cosa tendremos ai prossimi Mondiali.

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