La diplomazia del calcio. Passa anche dallo sport più amato del mondo la distensione delle relazioni fra Stati Uniti e Cuba, interrotte dalla rivoluzione castrista del 1959. La nazionale di Klinsmann gioherà a ottobre un’amichevole storica all’Estadio Pedro Marrero dell’Avana. È la prima amichevole di Team Usa a Cuba dal 1947, ma non il primo confronto fra le due nazionali, che si sono affrontate nel 2008 per le qualificazioni a Sudafrica 2010, gli Usa vinsero nella capitale caraibica con gol vittoria di Clint Dempsey.

Dopo l’annuncio della ripresa delle relazioni fra i due Paesi, il 2 giugno dell’anno scorso i New York Cosmos hanno aperto la strada. Prima squadra professionistica a Cuba dall’amichevole del 1978 dei Chicago Sting, la franchigia della NASL di Clive Toye, l’uomo che portò Pelè ai Cosmos di allora, hanno fatto risuonare lo Star-Spangled Banner e il pubblico ha anche applaudito.

Quando poi dagli spalti è partito il coro “Raul! Raul!”, nessuno pensava al presidente e fratello di Fidel, ma guardavano tutti all’ex icona del Real Madrid. I New York Cosmos segneranno quattro gol nel primo tempo davanti a 18,000 spettatori che hanno pagato quattro pesos per acquistare un biglietto. Ma il risultato, il 4-1 finale per gli americani, resta un dettaglio secondario.

“Abbiamo capito l’importanza della partita” ha detto il portiere Jimmy Maurer, “non so se avrà o meno un impatto dal punto di vista politico, ma magari ci potranno essere altri incontri e una delle loro squadre potrebbero venire da noi”. “È un grande primo passo” spiegava il coach Giovanni Savarese, “le porte sono aperte”.

Si sono aperte soprattutto per Maikel Reyes e Abel Martinez, ingaggiati dal Cruz Azul, seconda divisione messicana. È un grande passo, però, verso il professionismo sportivo, abolito dopo la Revoluciòn e l’ascesa al potere di Fidel Castro. Non hanno potuto viverlo Javier Sotomayor o Ivan Pedroso, quattro volte campione del mondo di salto in lungo e olimpionico a Sydney 2000. Non ne ha potuto beneficiare Alberto Juantorena, due medaglie a Montreal 1976 che sul podio scoppiò a piangere per l’anniversario del primo passo della rivoluzione cubana, l’assalto alla Moscada di Santiago il 26 luglio del 1953. Non ha voluto, invece, Teofilo Stevenson, che proprio in Canada rifiutò 5 milioni di dollari per combattere contro Muhammad Ali. Cinque milioni per lasciare Cuba e le sue regole. “Cos’è un milione in confronto all’amore di 8 milioni di cubani?” diceva. Bastò questo per restare l’uomo del riscatto di Cuba nei confronti del mondo.

Il percorso è iniziato tre anni fa con l’autorizzazione dei contratti all’estero per i giocatori cubani di baseball, poi estesa a tutte le discipline. Proprio lo sport nazionale a Cuba ha scandito l’ultimo secolo e mezzo di relazioni diplomatiche e culturali fra gli antichi nemici di una Guerra Fredda ormai sempre più lontana.

La “baseball diplomacy”, secondo l’omonimo libro di Justin Turner,  risale almeno al 1868, alla sfida fra una squadra di marinai americani e l’Havana Base Ball Club. Nel 1886 arriva sull’isola la prima squadra della MLB, i Philadelphia Athletics: gli Usa, allora, cercano attraverso lo sport un appoggio, un entratura sull’isola e i cubani abbracciano il baseball, più volte messo fuori legge dai governanti spagnoli, come simbolo egualitario di libertà e democrazia. Così nel 1911 i primi cubani entrano nella Major League: Rafael Almeida e Armando Marsans firmano per i Cincinnati Reds, che ingaggeranno anche il pitcher Adolfo Luque, il primo latino-americano a giocare e vincere le World Series. Dopo la costituzione degli Havana Cubans, la prima franchigia affiliata a una squadra di MLB, i Washington Senators, il baseball professionistico cubano raggiunge il suo culmine nel 1959. Gli Havana Sugar Kings vincono la Little World Series, la sfida fra la vincitrice della International League e della minor league dell’American Association. Sugli spalti c’è anche Fidel Castro, primo ministro da un mese, che l’anno successivo nazionalizza tutta l’industria e abolisce il professionismo sportivo. Gli Sugar Kings si spostano in New Jersey, la Baia dei Porci e la crisi missilistica fanno il resto. “Il giorno in cui hanno portato gli Sugar Kings via dall’Avana, è iniziato il disastro” ha detto all’Huffington Post Manuel Barcia, professore di origine cubana che insegna all’Università di Leeds. “A quel punto non c’era più nulla in comune fra USA e Cuba

Si torna a parlare di baseball diplomacy, per volontà di Henry Kissinger, solo dopo la metà degli anni Settanta. Nel 1977 una delegazione di coach degli Houston Astros tiee una serie di clinic gratuite e nel 1979 la nazionale Usa, dopo 37 anni, torna a mettere un piede a Cuba, per l’Intercontinental Cup. Nel frattempo il pitcher Martín Dihigo diventa il primo cubano di sempre nella Hall of Fame. Nel 1996, il presidente Clinton rende ancor più duro l’embargo come reazione all’abbattimento, da parte della Cuban Air Force, di due Cessna di un gruppo anti-castrista di Miami: si interrompe anche l’abitudine di organizzare una serie di sfide fra le squadre di college delle due nazioni, che riprenderà solo dal 2012. Tre anni dopo, nel 1999, i Baltimore Orioles giocano all’Avana contro una all-star cubana: è una delle partite politicamente più importanti della storia recente. Dovranno passare 17 anni per rivedere una franchigia di MLB. Lo scorso 22 marzo arrivano i Tampa Bay Rays, per la prima volta sulle tribune si vedono entrambi i presidenti in carica.

È un passaggio chiave nella politica di riavvinamento voluta da Obama, che passa anche per lo sport, per l’arrivo nel 2015 delle stelle NBA Steve Nash e Dikembe Mutombo, e per la nomina di Shaquille O’Neill, scelto a fine giugno come ambasciatore sportivo per aiutare a rinforzare i legami fra i due governi.

Il cambiamento complessivo della politica statunitense verso Cuba ha già avuto immediate conseguenze commerciali. È storico, infatti, l’accordo fra il governo dell’Avana e la Starwood Hotels & Resorts, prima catena alberghiera americana sull’isola dal 1959, che ha assunto la gestione di un hotel di lusso nel centro della capitale, il Four Points Havana. Per la prima volta, il dipartimento del tesoro Usa ha approvato un finanziamento, attraverso le istituzioni finanziare Usa, per rimodernare la struttura, già esistente, dell’albergo da 186 camere nello scenografico distretto Miramar, sulla Quinta Avenida.

E si rispecchia nello sport, nella rinnovata passione per il calcio di un popolo cresciuto sotto il segno del baseball. Un popolo che oggi sogna il Mondiale e si prepara ad abbracciare la nazionale di Klinsmann. “Siamo felici di questa opportunità” ha detto, “è un’occasione unica”.

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