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Giochi di palazzo

Obama e la diplomazia dello sport: Cuba-Usa a ottobre

Alessandro Mastroluca

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La diplomazia del calcio. Passa anche dallo sport più amato del mondo la distensione delle relazioni fra Stati Uniti e Cuba, interrotte dalla rivoluzione castrista del 1959. La nazionale di Klinsmann gioherà a ottobre un’amichevole storica all’Estadio Pedro Marrero dell’Avana. È la prima amichevole di Team Usa a Cuba dal 1947, ma non il primo confronto fra le due nazionali, che si sono affrontate nel 2008 per le qualificazioni a Sudafrica 2010, gli Usa vinsero nella capitale caraibica con gol vittoria di Clint Dempsey.

Dopo l’annuncio della ripresa delle relazioni fra i due Paesi, il 2 giugno dell’anno scorso i New York Cosmos hanno aperto la strada. Prima squadra professionistica a Cuba dall’amichevole del 1978 dei Chicago Sting, la franchigia della NASL di Clive Toye, l’uomo che portò Pelè ai Cosmos di allora, hanno fatto risuonare lo Star-Spangled Banner e il pubblico ha anche applaudito.

Quando poi dagli spalti è partito il coro “Raul! Raul!”, nessuno pensava al presidente e fratello di Fidel, ma guardavano tutti all’ex icona del Real Madrid. I New York Cosmos segneranno quattro gol nel primo tempo davanti a 18,000 spettatori che hanno pagato quattro pesos per acquistare un biglietto. Ma il risultato, il 4-1 finale per gli americani, resta un dettaglio secondario.

“Abbiamo capito l’importanza della partita” ha detto il portiere Jimmy Maurer, “non so se avrà o meno un impatto dal punto di vista politico, ma magari ci potranno essere altri incontri e una delle loro squadre potrebbero venire da noi”. “È un grande primo passo” spiegava il coach Giovanni Savarese, “le porte sono aperte”.

Si sono aperte soprattutto per Maikel Reyes e Abel Martinez, ingaggiati dal Cruz Azul, seconda divisione messicana. È un grande passo, però, verso il professionismo sportivo, abolito dopo la Revoluciòn e l’ascesa al potere di Fidel Castro. Non hanno potuto viverlo Javier Sotomayor o Ivan Pedroso, quattro volte campione del mondo di salto in lungo e olimpionico a Sydney 2000. Non ne ha potuto beneficiare Alberto Juantorena, due medaglie a Montreal 1976 che sul podio scoppiò a piangere per l’anniversario del primo passo della rivoluzione cubana, l’assalto alla Moscada di Santiago il 26 luglio del 1953. Non ha voluto, invece, Teofilo Stevenson, che proprio in Canada rifiutò 5 milioni di dollari per combattere contro Muhammad Ali. Cinque milioni per lasciare Cuba e le sue regole. “Cos’è un milione in confronto all’amore di 8 milioni di cubani?” diceva. Bastò questo per restare l’uomo del riscatto di Cuba nei confronti del mondo.

Il percorso è iniziato tre anni fa con l’autorizzazione dei contratti all’estero per i giocatori cubani di baseball, poi estesa a tutte le discipline. Proprio lo sport nazionale a Cuba ha scandito l’ultimo secolo e mezzo di relazioni diplomatiche e culturali fra gli antichi nemici di una Guerra Fredda ormai sempre più lontana.

La “baseball diplomacy”, secondo l’omonimo libro di Justin Turner,  risale almeno al 1868, alla sfida fra una squadra di marinai americani e l’Havana Base Ball Club. Nel 1886 arriva sull’isola la prima squadra della MLB, i Philadelphia Athletics: gli Usa, allora, cercano attraverso lo sport un appoggio, un entratura sull’isola e i cubani abbracciano il baseball, più volte messo fuori legge dai governanti spagnoli, come simbolo egualitario di libertà e democrazia. Così nel 1911 i primi cubani entrano nella Major League: Rafael Almeida e Armando Marsans firmano per i Cincinnati Reds, che ingaggeranno anche il pitcher Adolfo Luque, il primo latino-americano a giocare e vincere le World Series. Dopo la costituzione degli Havana Cubans, la prima franchigia affiliata a una squadra di MLB, i Washington Senators, il baseball professionistico cubano raggiunge il suo culmine nel 1959. Gli Havana Sugar Kings vincono la Little World Series, la sfida fra la vincitrice della International League e della minor league dell’American Association. Sugli spalti c’è anche Fidel Castro, primo ministro da un mese, che l’anno successivo nazionalizza tutta l’industria e abolisce il professionismo sportivo. Gli Sugar Kings si spostano in New Jersey, la Baia dei Porci e la crisi missilistica fanno il resto. “Il giorno in cui hanno portato gli Sugar Kings via dall’Avana, è iniziato il disastro” ha detto all’Huffington Post Manuel Barcia, professore di origine cubana che insegna all’Università di Leeds. “A quel punto non c’era più nulla in comune fra USA e Cuba

Si torna a parlare di baseball diplomacy, per volontà di Henry Kissinger, solo dopo la metà degli anni Settanta. Nel 1977 una delegazione di coach degli Houston Astros tiee una serie di clinic gratuite e nel 1979 la nazionale Usa, dopo 37 anni, torna a mettere un piede a Cuba, per l’Intercontinental Cup. Nel frattempo il pitcher Martín Dihigo diventa il primo cubano di sempre nella Hall of Fame. Nel 1996, il presidente Clinton rende ancor più duro l’embargo come reazione all’abbattimento, da parte della Cuban Air Force, di due Cessna di un gruppo anti-castrista di Miami: si interrompe anche l’abitudine di organizzare una serie di sfide fra le squadre di college delle due nazioni, che riprenderà solo dal 2012. Tre anni dopo, nel 1999, i Baltimore Orioles giocano all’Avana contro una all-star cubana: è una delle partite politicamente più importanti della storia recente. Dovranno passare 17 anni per rivedere una franchigia di MLB. Lo scorso 22 marzo arrivano i Tampa Bay Rays, per la prima volta sulle tribune si vedono entrambi i presidenti in carica.

È un passaggio chiave nella politica di riavvinamento voluta da Obama, che passa anche per lo sport, per l’arrivo nel 2015 delle stelle NBA Steve Nash e Dikembe Mutombo, e per la nomina di Shaquille O’Neill, scelto a fine giugno come ambasciatore sportivo per aiutare a rinforzare i legami fra i due governi.

Il cambiamento complessivo della politica statunitense verso Cuba ha già avuto immediate conseguenze commerciali. È storico, infatti, l’accordo fra il governo dell’Avana e la Starwood Hotels & Resorts, prima catena alberghiera americana sull’isola dal 1959, che ha assunto la gestione di un hotel di lusso nel centro della capitale, il Four Points Havana. Per la prima volta, il dipartimento del tesoro Usa ha approvato un finanziamento, attraverso le istituzioni finanziare Usa, per rimodernare la struttura, già esistente, dell’albergo da 186 camere nello scenografico distretto Miramar, sulla Quinta Avenida.

E si rispecchia nello sport, nella rinnovata passione per il calcio di un popolo cresciuto sotto il segno del baseball. Un popolo che oggi sogna il Mondiale e si prepara ad abbracciare la nazionale di Klinsmann. “Siamo felici di questa opportunità” ha detto, “è un’occasione unica”.

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Calcio

DasPutin: la polizia inglese usa le maniere forti per non far andare gli hooligans ai Mondiali

Emanuele Sabatino

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La polizia si sta sfornzando nell’impresa di sequestrare i 58 passaporti rimanenti per essere sicuri che queste persone non siano abili di andare in Russia.

La Polizia inglese ha dichiarato che a più di 1200 hooligans con una storia passata di disordini da stadio è stato impedito, previo sequestro del passaporto, di viaggiare verso la Russia per seguire la nazionale allenata da Southgate che oggi scenderà in campo per la seconda partita del suo Mondiale contro Panama.

1312 sono stati gli individui costretti a consegnare il passaporto alle autorità locali inglesi. Di questi 1312, 1254 hanno portato il passaporto volontariamente, sono stati costretti a farlo o non lo avevano mai fatto in vita loro. Ne rimangano appunto 58 ancora da confiscare.

Unità supplementari di poliziotti verranno schierate ai porti navali per evitare che qualcuno possa tracciare itinerari alternativi per arrivare in Russia una volta lasciato il Regno Unito via mare. Il daspo calcistico in Inghilterra può durare sino a 10 anni è ha lo scopo di evitare agli hooligans di viaggiare per gli eventi sportivi internazionali. Eludere il daspo è ovviamente un reato e comporta una multa di 5000 sterline e 6 mesi di prigione. I passaporti sequestrati verranno riconsegnati ai legittimi proprietari dopo la fine della Coppa del Mondo prevista per il 15 luglio.

Secondo Scotland Yard  questa operazione ha permesso che tra i più di 10000 tifosi inglesi ora presenti in Russia la stragrande maggioranza siano persone oneste, genuine e giunte lì col solo scopo di tifare e godersi il torneo.

Nonostante questo però rimane la paura, ne avevamo parlato già qui, per l’incolumità dei tifosi inglesi, specialmente quelli omosessuali, dopo le minacce omofobe e razziste degli hooligans russi da sempre pieni di un sentimento anti-british. Già durante gli europei del 2016 le due tifoserie arrivarono a contatto e 5 tifosi inglesi rimasero gravi e altri 30 finirono all’ospedale anche se senza pericoli.

Una delegazione della polizia inglese, su richiesta proprio del paese ospitante, è andata in Russia per lavorare al fianco delle autorità locali e garantire la massima sicurezza agli ospiti inglesi.

 

 

 

 

 

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Calcio

Stadio della Roma: Se è corruzione impropria lo Stadio si fa (salvo che il Comune non ci abbia ripensato)

Simone Nastasi

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In questi giorni tutti hanno detto qualcosa sullo Stadio della Roma ma in pochi  sono riusciti a schiarirci le idee al riguardo. Per fare chiarezza sugli aspetti giuridici di tutta questa faccenda abbiamo intervistato uno dei massimi esperti di Diritto Amministrativo, l’Avvocato Gianluigi Pellegrino. Ecco cosa ci ha detto.

Partiamo da alcune sue recenti dichiarazioni. In una recente intervista alla Gazzetta, lei ha dichiarato che si è fatta confusione tra il piano penale e quello amministrativo. Perché?

Dovremmo sempre tutti avere a mente che non tutto ciò che è sbagliato è reato e non tutto ciò che è reato comporta che siano stati necessariamente assunti atti amministrativi illegittimi, atteso che esistono ipotesi di reato di pubblici funzionari pure gravi ma che non derivano da atti illegittimi. In particolare, nel nostro caso, da quanto è emerso dagli organi di stampa, ma bisognerebbe poi leggere le carte nel dettaglio, le ipotesi di corruzione che vengono contestate non sono volte ad ottenere assensi che altrimenti non era per legge possibile ottenere ma se mai per facilitare e accelerare atti comunque legittimi. Questo farebbe sì che si tratterebbe di corruzione impropria che ha una sua gravità, sia penale che sociale, ma presuppone la legittimità degli atti e che la procedura per l’approvazione dello Stadio sia illegittima: quindi in questo caso l’iter potrebbe proseguire a prescindere dal processo penale. Se invece le indagini penali manifestassero un’illegittimità degli atti amministrativi , l’amministrazione dovrebbe senz’altro valutare di ritirali. Un piano ancora diverso è poi quello della responsabilità politica. Il Sindaco Raggi non è certo colpevole di nulla se ha deciso di mettere una persona di sua fiducia nell’amministrazione di Acea e però se poi quel prescelto dovesse risultare che ha accettato regalie da terzi interessati a rapporti con il Comune allora c’è un evidente profilo di responsabilità politica e morale evidentissimo anche in capo al Sindaco. Tenere distinti i piani aiuta a capire e capire aiuta sempre.

In merito al reato configurato dai pm, tra gli altri anche la corruzione, lei ha fatto una distinzione tra propria ed impropria. Ci spiega la differenza?

Corruzione propria è quando si paga un pubblico funzionario  per ottenere una cosa contro legge: una concessione edilizia per costruire una casa dentro al Colosseo. Per Corruzione impropria, invece, si intende quando si paga il funzionario per ottenere un provvedimento che comunque si poteva o si doveva ottenere per legge. Pago quindi per agevolare o per evitare ostacoli. Commetto un reato ma gli atti non solo illegittimi.

In merito a questo, quali possono essere i rischi più concreti per l’iter burocratico?

Ormai il Comune, attraverso il Sindaco, che è stato sentito più volte, dovrebbe avere in mano tutti gli elementi  per capire cosa avrebbe scoperto la Procura. Se non ci sono illegittimità amministrative negli atti non esistono rischi amministrativi concreti sulla procedure per l’approvazione dello Stadio. Se poi il Comune ci vuole comunque ripensare, allora si torna sul piano politico amministrativo e non sul piano della legittimità.

Quindi l’iter amministrativo si blocca fino alla decisione del Giudice Penale?

Assolutamente no e sarebbe sbagliatissimo se fosse così. Bisognerebbe vedere quali sono le  imputazioni penali e a quel punto trarre responsabilmente le conseguenze. E’ necessario guardare il merito. Il fatto che ci sia un processo penale non vuol dire niente in sè. E’ importante capire cosa è contestato dal giudice penale e come è contestato. Perché se non è nemmeno contestato che gli atti siano illegittimi non c’è ragione di metterli in discussione dal punto di vista della legalità. Se poi si vogliono mettere in discussione per scelta politica ritorniamo al discorso di prima.

Da questa storia emerge ancora una volta il ricorso alla corruzione come strumento per velocizzare i processi amministrativi. La semplificazione normativa di cui tanto si parla, secondo Lei potrebbe essere una possibile soluzione al problema?

Basterebbe applicare le norme semplificatrici che già esistono come ad esempio quelle sulla Conferenza dei Servizi  che imporrebbero a tutti gli enti  di esprimersi su una istanza in modo rapido, chiaro e contestuale. E invece questa norma è una delle più violate ed eluse in Italia perché ciascuna amministrazione si riserva di rispondere a tempo proprio e alla fine le conferenze vengono sempre rinviate. Quindi più che di ennesime riforme e nuove leggi, basterebbe applicare davvero quelle esistenti.

Per chiudere, secondo Lei , la Roma quando avrà il suo Stadio?

Sappiamo che per opere così grosse, se ci sono emergenze o obiettivi tipo i mondiali, siamo un paese che riesce a lavorare rapidamente; ma solo sotto stress. In assenza  di emergenza invece abbiamo sempre procedure lunghe a volte infinite. La paura dell’inchiesta poi può fare il resto.

 

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Calcio

USA, Messico e Canada “United”per i Mondiali del 2026: se gli affari scavalcano i muri e la Politica

Massimiliano Guerra

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E’ ufficiale: gli Stati Uniti, Messico e Canada co-ospiteranno la Coppa del Mondo 2026. La candidatura unificata sotto il nome United, per l’appunto, ha ottenuto il trofeo più importante di tutti battendo la concorrenza del Marocco con una percentuale del 67% dei voti totali (l’Italia ha votato per il paese nordafricano). L’aspetto più importante è adesso quello di capire quale sia la ripartizione delle 80 partite totali: secondo quanto presentato al momento della candidatura dal trio oltreoceano, gli Stati Uniti ne ospiteranno 60 mentre il Messico e il Canada solo 10 a testa. Tante partite sì, perché quel Mondiale sarà formato da ben 48 squadre da 16 gruppi, vale a dire una vera e propria rivoluzione rispetto alle 32 squadre attuale. C’è però da capire però la ripartizione reale delle partite che si disputeranno: un gran vantaggio che hanno questi paesi è l’abbondanza di stadi che essi hanno sui loro territori. In effetti, anche con un totale di 80 partite da giocare, è chiaro che alcune partite verranno giocate anche in piccoli stadi di città non grandissime. Non è però da scartare l’idea che si possano costruire anche altre strutture in città che già ne hanno più di uno. C’è anche la necessità di trovare un meccanismo tale da garantire alle squadre di non fare lunghi viaggi, attraversando da est a Ovest gli Usa tra una partita e l’altra, nella prima parte del torneo. Ecco come oggi potrebbe essere suddiviso il calendario dei 16 gruppi:

Gruppo A: Los Angeles (due sedi)

Gruppo B: Phoenix e Las Vegas

Gruppo C: Miami e Orlando

Gruppo D: Washington, DC, e Philadelphia

Gruppo E: New York e Boston

Gruppo F: Seattle e Vancouver (due partite in Canada)

Gruppo G: San Diego e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo H: Toronto e Montreal (tre partite in Canada)

Gruppo I: Pasadena e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo J: San Jose e Santa Clara

Gruppo K: San Antonio e Dallas

Gruppo L: Città del Messico (due sedi; tre partite in Messico)

Gruppo M: Monterrey e Houston (due partite in Messico)

Gruppo N: Chicago e Detroit

Gruppo O: New York e Montreal (due giochi in Canada)

Gruppo P: Atlanta e Nashville.

Dopo la fase a gironi, il numero di partite e quindi di stadi necessari per ospitarle, sarebbe ridotto. Sulla base del modello proposto il Messico e il Canada potrebbero ospitare tre partite a testa nel primo turno ad eliminazione diretta a 32 squadre. Lo scenario più logico sarebbe quindi quello che vede la partita di apertura allo Stadio Azteca, che ha anche ospitato due finali della Coppa del Mondo nel 1970 e nel 1986, mentre la finale, sarebbe con tutta probabilità essere giocata a New York o a Los Angeles al Rose Bowl di Pasadena che ospitò l’atto finale tra Brasile ed Italia nel ‘94 con temperature infernali.

Come ha dichiarato il presidente della Us Soccer, Sunil Gulati“Le trattative per la spartizione delle partite non è stata facile perché tutti i paesi ne volevano di più, ma alla fine abbiamo trovato un accordo”. Un accordo quindi tra Stati Uniti, Messico e Canada (che diventa con Stati Uniti, Svezia e Germania, uno dei paesi ad aver organizzato sia un Mondiale maschile, sia uno Femminile) in un momento politico così delicato tra questi tre Stati è già una notizia. E’ stato proprio Gulati poi a darci una notizia ancora più importante e cioè come sia nato tutto con la benedizione del presidente Trump: “La candidatura dei tre paesi ha avuto il pieno sostegno del presidente anche se l’attacco al Messico è stato uno dei temi principali della sua campagna elettorale. I colloqui con il presidente, effettuati da un intermediario negli ultimi 30 giorni, hanno rivelato come il presidente abbia supportato e incoraggiato la collaborazione con il Messico. Certo ci sono  preoccupazioni circa l’arrivo di squadre e appassionati da tanti paesi del Mondo in relazione alle restrizioni in materia di immigrazione, ma siamo certi che troveremo una soluzione”.

Dunque Trump mentre da una parte minaccia il rafforzamento di muri divisori dal Messico e annuncia giri di vite sul tema dell’immigrazione, dall’altra combatte la guerra commerciale con il Canada, ma apre ad una collaborazione per organizzare una competizione che muoverà tantissima gente nell’arco di più di un mese. Un comportamento ambivalente, che però proprio Gulati spiega: “Una Coppa del Mondo in Nord America, con 60 partite negli Stati Uniti, sarebbe, di gran lunga, la Coppa del mondo di maggior successo nella storia della FIFA, in termini economici”. Ecco allora che si spiega tutto. Trump da uomo d’affari, prima che uomo politico, ha fiutato l’occasione per poter rilanciare l’economia statunitense nel lungo periodo e un affare da quasi “un miliardo di dollari”, non può essere buttato via così a cuor leggero. Quindi lo sport (supportato da un pesante aspetto economico) potrebbe in un modo o nell’altro abbattere le divisioni tra Stati e soprattutto mitigare le tensioni che in Nord America negli ultimi mesi si sono accumulate in maniera quasi sconsiderata. Sia a Nord che a Sud.

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