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Il Nostro Teatro dei Sogni: la grande storia dello Stadio Olimpico

Luigi Pellicone

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Uno stadio? Molto di più. Il “Nostro teatro dei Sogni”. Roma si tiene stretta il suo Olimpico. Un impianto? Adagiato fra l’ansa del Tevere e la collina di Monte Mario, è un simbolo della città, che unisce sogni e racconti epici di sport narrati da Fabio Argentini e Luigi Panella che in 280 pagine incastona storia, architettura sport e testimonianze in un viaggio che “vive”, respirando a pieni polmoni l’agonismo più puro.

La storia inizia nel 1927: l’area dove oggi sorge lo Stadio è un semplice invaso che muta con il passare degli anni. Argentini ne racconta la metamorfosi, legando sport, storia eventi e urbanistica: l’inaugurazione del 1953, con il primo Presidente della Repubblica, Einaudi. Gli anni ’60, quando Roma vive una fioritura urbanistica, intellettuale e sportiva e i giochi del 1960 ridisegnano il volto della città e dello stadio.


“Il nostro teatro di sogni” affronta anche la vita, la quotidianità. Gli anni 70 e 80 sono complicati. Roma ha il grilletto facile. Lo sport incrocia le pallottole e dispensa gioie fra le tragedie. Lo scudetto della Lazio, gli Europei di Atletica, la finale di Coppa Intercontinentale e quella di Coppa dei Campioni (1977). Si alternano Berruti, Chinaglia e Mennea. Keegan, Bubka e Sara Simeoni. La Roma di Nils Liedholm e la corsa verso il disgelo con i mondiali di atletica del 1987.

Gli anni ’90 si associano alle notti magiche: l’Olimpico indossa un vestito nuovo e racconta una storia d’amore fra l’Italia e l’…Italia. La nazionale e il Paese sognano il Mondiale. Lo stadio spinge verso l’iride. Però c’è un intoppo…da non perdere, in questo senso, l’aneddoto di Bruno Pizzul, voce storica del calcio italiano.

Argentini riporta una convinzione condivisa da molti. Per poi lasciare spazio ad altri sogni tutti italiani: la Coppa UEFA del 1991, vinta dall’Inter. Nel 1996 la Champions della Juventus. Si arriva quasi ai giorni nostri: la storia recente racconta gli scudetti di Lazio e Roma nel 2000 e nel 2001, la Finale di Champions nel 2009, lo scontro stellare fra Messi e Cristiano Ronaldo. E tanto altro: il sei Nazioni e il Golden Gala e i concerti. Impossibile definirlo stadio. L’Olimpico è un teatro sospeso fra passato presente e futuro, unito, appunto, dal sogno.

 

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Dirk Nowitzki: quando il Basket incontra la matematica

Lorenzo Martini

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Compie oggi 40 anni Dirk Nowitzki, il fenomeno tedesco che in NBA ha fatto la storia sempre con la stessa maglia, quella dei Dallas Mavericks. Un giocatore che deve molto del suo successo ad un uomo e alla matematica.

Aaah, la matematica, una delle materie più odiate dagli studenti italiani! Formule astruse piene zeppe di logaritmi e radici, teoremi su triangoli e trapezi, integrali, derivate..tutte nozioni così distaccate dalla realtà, dalla vita quotidiana, da rendere la matematica la materia incomprensibile per eccellenza.

E’ pur vero che molte delle applicazioni matematiche riguardano scienze più vicine alla quotidianità come la fisica, l’economia e l’ingegneria, ma resta il fatto che se si parla di algebra o geometria, di analisi o probabilità, in molti non possono che strabuzzare gli occhi e sbuffare. Del resto, ma a che mi serve la matematica?

Di risposte più che soddisfacenti ce ne sarebbero a bizzeffe, ma cercandone una tanto provocatoria quanto inaspettata, si potrebbe dire: guardate come gioca Dirk Nowitzki. Sì, sto parlando proprio di lui, di quel gigante tedesco di oltre 2 metri e 10 che ha giocato 20 stagioni in NBA e ha fatto registrare record incredibili: primo giocatore europeo ad essersi laureato MVP – ossia miglior giocatore in assoluto – in una stagione regolamentare nel 2007, vincitore del titolo NBA nel 2010, dall’11 novembre 2014 miglior marcatore non americano di sempre in NBA e di recente ha sfondato il tetto dei 31 mila punti. Insomma, un cestista dalla carriera incredibile, un vincente nato. Ma cosa c’entra con la matematica?

Per capire il nesso è necessario trovare l’anello di congiunzione, e in questo caso l’anello ha un nome e cognome: Holger Geschwindner. Ex-giocatore professionista e rappresentante della Germania nelle Olimpiadi del 1972, il signor Geschwinder è sempre stato noto per la sua eccentricità e le sue idee stravaganti. Oltre ad essere un ottimo cestista è anche una mente sopraffine, tant’è che ottiene una laurea sia in fisica che in matematica. Ma la sua grande passione resta il basket, a cui vorrebbe dedicare tutta la sua vita.

Nel lontano 1994 Holger è sugli spalti di un piccolo palazzetto di Wurzburg, assiste ad una partita di poca rilevanza tra under 18. Ma tutt’a un tratto nota sul parquet un biondino altissimo e tutto pelle e ossa, ma con una grazia nei movimenti stupefacente. E’ un attimo, un flash: Holger capisce che quel ragazzo potrebbe diventare qualcuno, se solo lui potesse provare su di lui tutto quello che ha teorizzato.

A fine match, si avvicina al biondino e gli spiega che gli farebbe piacere fare qualche seduta di allenamento insieme. Gli dice che vede del talento in lui, ma il sedicenne è scettico, non si fida di quello sconosciuto così strambo.

Ma Holger non si arrende, è sicuro di non aver sbagliato sul conto del biondino. Riesce alla fine a contattare i suoi genitori, li convince e organizza un paio di sedute di allenamento. E fu così che il giovanissimo Dirk Nowitzki trovò un coach, una guida che lo accompagnerà per tutta la vita.

 Il ragionamento del dottor Gescwindner è piuttosto semplice: Dirk ha doti atletiche pazzesche, ma in un mondo come quello NBA patirebbe tantissimo la fisicità e la stazza di giocatori grossi anche più di lui, quindi deve trovare un modo per ovviare al problema e risultare immarcabile. Per questo le loro sedute in palestra si concentrano su un unico aspetto del gioco: la ricerca del tiro perfetto.

Ed è qui che Holger sfrutta la matematica per creare qualcosa di assolutamente perfetto. Prima dell’ allenamento si isola dal mondo e fa calcoli complicatissimi: studia differenziali di funzioni, ne fa integrali e derivate, si calcola curve e parabole. Si occupa di argomenti che per la maggior parte delle persone suonano come arabo, ma poi entra in campo, si avvicina a Dirk e gli spiega nei minimi dettagli la meccanica del tiro, corregge i suoi errori, analizza gli aspetti positivi e quelli negativi. Tutto deve essere studiato affinchè il movimento di tiro sia fluido e senza sbavature.

Dirk dal canto suo è di una costanza fuori dal comune: prima di ogni partita inizia ad allenarsi tre quarti d’ora prima degli altri e prova tiri da ogni posizione del campo. Dopo ogni rilascio della palla memorizza sempre più il movimento che deve compiere, lo rende proprio, come fosse per lui naturale. Anche se acquisisce piena sicurezza nei suoi mezzi, Dirk rimane umile, conscio che per essere il miglior tiratore non può fare a meno di migliorarsi e di allenarsi.

 La premiata ditta Nowitzki – Geschwindner non solo riesce ad approdare in NBA nel 1998, ma rivoluziona una buona fetta del gioco. Infatti Holger riesce a plasmare Dirk di modo che diventi un giocatore fuori dagli schemi, ingestibile dalle difese avversarie. A differenza di qualsiasi altro giocatore della sua stazza, Dirk predilige giocare lontano dal canestro, laddove qualsiasi altro centro o ala grande si trova spaesato. Grazie al suo tiro perfetto e alla sua altezza che gli permette di rilasciare la palla molto in alto, il gigante tedesco diviene un giocatore capace di spostare gli equilibri di una partita.

Il resto è storia: le sue vittorie, il suo strepitoso palmarés, le  sovraumane percentuali al tiro in carriera, il rispetto dei compagni, dei coach, degli avversari.

In un’intervista al De Spiegel di qualche anno fa a WunderDirk fu chiesto di spiegare quanto fosse stato importante per la sua carriera l’aiuto di Geschwindner: “Senza di lui ora sarei un noioso businessman o un pittore nell’azienda dei miei genitori”. 

Giusto per ribadire l’incredibile umiltà e riconoscenza di una persona speciale come Dirk. Una persona che non solo ha saputo sapientemente avvalersi della matematica e dell’ingegneria nel basket, ma è stato in grado di stravolgere le visioni di gioco di uno sport, diventando il più forte cestista europeo di tutti i tempi.

 

 



 

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Calcio

“Dov’è la vittoria?”: le verità scomode del calcio italiano

Fabio Bandiera

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In questo libro affronto il dualismo nord sud raccontando le due italie del pallone che altro non sono che la risultante di centocinquant’anni di un’unità imposta dall’alto che di fatto ha consolidato esponenzialmente il gap di un paese che gira a due velocità”. Parole forti dello scrittore Angelo Forgione che ben descrivono il senso di Dov’e la vittoria, un affresco dalle tinte forti dell’Italia pallonara che attraversa implacabilmente la torbida storia di un paese che anche nel football palesa irrimediabilmente le sue ataviche contraddizioni. Immergersi nella lettura di questo libro è come rivedere più volte lo stesso film alla ricerca ogni volta di qualche dettaglio, agghiacciante, che precedentemente c’era sfuggito tra scandali di ogni tipo, intrecci e malaffare che permeano le trecentoquarantsei pagine ben scritte ed egregiamente documentate. Abbiamo avuto il piacere di incontrare il giovane scrittore napoletano per discutere a briglie sciolte le varie matasse di cui è intrisa la sua ultima fatica letteraria.

Buongiorno Angelo, cosa ti ha spinto e qual è la tesi portante del tuo libro?

Mi occupo di meridionalismo intellettuale e di dualismo Nord-Sud, che è un unicum nel panorama europeo. Ci sono diversi aspetti del costume e della cultura d’Italia che ne sono diretta emanazione, ed è impensabile che l’espressione dello sport nazionale ne sia immune. Ho approfondito la storia del calcio italiano e mi sono imbattuto inevitabilmente nelle implicazioni politico-economiche generate dall’unità nazionale del secondo Ottocento. Col mio libro ho voluto rappresentare la realtà di un Sud tagliato fuori dallo sviluppo del Paese, e quindi anche dal calcio, e quando ha potuto misurarsi direttamente col Nord era già in forte ritardo. Quel ritardo, come quello economico, è ancora lungi dall’essere annullato, e persisterà finché esisteranno due Italie e diverse velocità economiche. Le squadre del Sud non vincono quasi mai lo Scudetto e faticano a restare in Serie A quelle volte che riescono ad arrivarci.

I centocinquant’anni della mancata unità italiana traspaiono chiaramente nello sviluppo del libro. Ma il calcio cosa c’entra?

È un fatto che il movimento del nascente football italiano sia stato “catturato” dall’appena sorto “triangolo industriale” Torino-Genova-Milano. Tra l’altro vi era anche un filone nascente nel Nord-Est, ma Torino si organizzò per prendersi quel nuovo aspetto ludico che mostrava progresso, e lo fece con la fondazione, nel 1898, dell’attuale FIGC. Al primo campionato non invitò un club di Udine che aveva già vinto un primo torneo italiano nel 1896. Il Campionato italiano doveva esprimere la modernità di quel Nord dirigente che trascurava il Sud dopo averlo impoverito, ma anche l’altro Nord. Anche la Nazionale italiana, dal 1910 e per molti anni, disputò le sue prime partite solo in quelle tre città. Col tempo, la FIGC aprì al resto del Nord. Al Sud, ma pure al Centro, le squadre vennero destinate a gironi minori e a competizioni organizzate da mecenati stranieri, come la Coppa Lipton, un torneo voluto dal magnate inglese del tè e disputato da squadre di Napoli e Sicilia. Neanche il terremoto del 1908 servì a commuovere i ricchi e ad accettare la richiesta della città di Messina, perché il Football avrebbe contribuito a sollevare lo spirito cittadino. Si creò un divario tecnico enorme, al quale pose fine solo il regime fascista di Benito Mussolini, che con la “Carta di Viareggio” del 1926 impose ai dirigenti dei club del Nord la nazionalizzazione del Football e l’inclusione delle squadre di Roma e Napoli nella massima serie nazionale, ma anche di Firenze. Solo nel 1928 la Nazionale di Calcio scese al Sud, e disputò la prima partita a Roma. Poi, in seguito, con la crescita di competitività del calcio meridionale, si aggiunsero anche altri club del Centro-Sud. Ma le differenze restarono evidenti. 

Grande industria, grande finanza, politica e football. Un unicum indissolubile e vincente? La favola del Cagliari scudettato ne è lampante controprova?

Certo. Dietro a quel miracolo c’erano gli industriali petrolchimici con sede a Milano, Angelo Moratti e Angelo Rovelli e con loro i politici democristiani, tutti interessati a portare le raffinerie in Sardegna. Solo con quei capitali fu possibile fare la squadra da scudetto e far parlare dell’Isola a un’Italia che quasi si dimenticava che esistesse. Renderla italiana significava legittimare ed evidenziare il “Piano per la Rinascita della Sardegna”, varato nel 1962. Poi, con la crisi petrolifera del 1973, i petrolchimici lombardi si defilarono, il Cagliari crollò e finì in Serie B, da dove era arrivato.

Come in ogni equazione prestabilita c’è sempre la variabile impazzita, Diego Armando Maradona. Il sud sottomesso vince e alza la cresta? Il razzismo ad esso connesso torna ad esplodere?

Ai democristiani serviva una squadra competitiva alla Campania del post-terremoto. Fu grazie al loro interessamento che poté arrivare il più grande calciatore del mondo. E guarda caso, anche l’Avellino fece il suo exploit, per otto anni consecutivi in Serie A. Si infiammò il razzismo, proprio mentre nasceva la Lega Nord, ma in realtà quello era nato proprio negli anni Settanta, etichettando i cagliaritani come “pecorai” e “banditi”, e i napoletani come “colerosi”, e poi “terremotati”.

Gli scandali recenti che hai perfettamente documentati – Totonero, Passapartopoli, Calciopoli, Scommessopoli – sono tutte facce della stessa medaglia, d’altronde siamo italiani, no?

 È triste dirlo, ma purtroppo il Paese, nel 1861, è nato dalla corruzione e dai sotterfugi, e gli scandali furono immediati, alcuni sotterrati e alcuni esplosi clamorosamente, come quello della Banca Romana. La deprimente condizione non è mai mutata, e nell’ultima classifica della corruzione internazionale redatta da Transparency International l’Italia, in Europa, precede solo Montenegro, Grecia, Serbia, Bulgaria, Albania e Bosnia. Del resto viviamo in un Paese che si è dovuto dotare di una autorità nazionale anticorruzione. Si può mai credere che il calcio italiano sia un’isola felice? 

Processi lenti, potenti assolti e una stampa forte coi deboli e debole coi forti?  Un quadro drammatico

Mancano strumenti efficaci, e le strategie difensive spesso si basano sulla prescrizione, quel granitico cardine che prospetta l’estinzione della pena e sul quale poggia la corruzione. I tempi della Giustizia civile e penale sono intempestivi, e numerosissimi procedimenti si spengono nell’inapplicabilità delle sentenze. I processi sportivi che sono diventati penali hanno prodotto colpevoli nelle squadre più importanti, spesso intoccabili perché prescritti. Difficilmente la stampa fa il proprio dovere, e nel pluralismo delle interpretazioni, dettate da troppe opinioni di parte, non ne viene fuori la realtà dei fatti.

Il libro è uscito nel 2015, nessuna querela e nessuna richiesta di rettifica. Chi tace acconsente?

Niente di niente. Quando sono chiariti fatti concreti e documentati, non conviene a nessuno creare polveroni, soprattutto quando si tratta di un libro che, per intuibili motivi, non gode della luce dei riflettori. Chi tace, spesso, è interessato a starsene in silenzio.

Nelle tue considerazioni finali tieni a ribadire che il tuo intento non è quello di sabotare, ma di ricostruire e raccontare. E’ cambiata l’ottica con la quale assisti allo show. Il tifoso è cieco e legato al campanile, come se ne esce? E’ un problema culturale?

Non se ne esce, ma non è un problema tipicamente italiano. Il calcio è nato proprio con lo scopo di distrarre le masse. Gli industriali inglesi crearono tornei del “dopolavoro” per sedare le proteste e i malcontenti dei loro operai, i quali iniziarono ad accendersi in rivalità e attriti tra loro, frammentando il fronte di ribellione. Mussolini fece più o meno lo stesso, incanalando il calcio nella psicologia delle folle. Il tifo è divisione, il calcio è divisione. Bisognerebbe che le masse iniziassero a vederlo come uno spettacolo, accettando ogni esito sul campo. In Italia la situazione è peggiore per l’eccessivo attaccamento dei tifosi e perché spesso anche gli addetti ai lavori riscaldano gli animi. È sì un problema culturale. Del resto, il calcio italiano è in difficoltà, non solo per questo ma anche per questi tristi motivi.

 

 

 

 

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Lucio, la Lazio e il suo canto libero

Jacopo DAntuono

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Il 5 Marzo 1943 nasceva Lucio Battisti, uno dei più grandi della storia della musica italiana. Un artista la cui musica è diventata l’inno dei tifosi della Lazio che hanno sempre rivendicato la sua passione per i colori biancocelesti.

Lucio Battisti era tanto grande quanto riservato. Per questo non ha mai manifestato apertamente la sua passione per la Lazio. Proprio non sopportava l’idea di essere etichettato. Eppure di etichette in quegli anni, gliene sono state affibbiate addosso tantissime. Un giorno era di destra per ‘Il mio canto libero’, un altro era fascista perchè tifava Lazio. Insomma il festival dei luoghi comuni e delle banalità.

Lucio non è mai stato compreso fino in fondo. Spesso è stato frainteso. Quando ha tagliato con i fan e i giornali qualcuno ha pensato che si fosse montato la testa. E Lucio ne avrebbe avuto tutto il diritto, perchè la sua musica era come la mano di re Mida. Ha rappresentato qualcosa di importante per ognuno di noi. E continua farlo ancora oggi.

“Mio figlio era un grande tifoso della Lazio, amava andare allo stadio senza farsi riconoscere” rivelò tempo fa suo padre Alfiero. Battisti distingueva nettamente la vita privata da quella artistica. Voleva parlare al suo pubblico esclusivamente attraverso la musica. E basta. Tanto da dribblare abilmente questi argomenti non inerenti al suo lavoro.

Ma un bel giorno Lucio si stufò anche di questo. Era stanco di dover far fronte ad un qualcosa più grande di lui: la sua popolarità. Decise il silenzio totale. Battisti era un gran tifoso della Lazio, ma non solo. Tanti altri aspetti della sua vita privata restano ignoti al grande pubblico. Ed è giusto così in fondo.

Un artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti“. E’ difficile camminare davanti al proprio pubblico. E’ molto pericoloso e ci vuole gran coraggio. Ma in queste parole è racchiusa tutta la sua essenza. L’essenza di un artista che vuole lasciare incontaminata la sua immagine. Fu così che all’apice della sua carriera Lucio decise di non rilasciare più interviste ai giornali, rifiutò di posare per fotografie e diede una mazzata alle tv sostenendo che l’olio di ricino fosse meglio.

I toni si inasprirono, la critica cominciò ad attaccarlo. Nel frattempo arriva la separazione da Mogol. Il grande amore finisce, i due viaggiavano su binari diversi. Lucio voleva evolversi, spingendosi artisticamente fino al limite della sperimentazione.

Inizia la collaborazione con Panella. Il taglio col passato è nettissimo. I testi sono dei giochi di parole e doppi sensi. Musicalmente esplora luoghi inusuali, sfornando brani come “La Sposa Occidentale”, “La Metro eccetera”, “Almeno l’inizio”, “Estetica”, “Fatti un pianto”, “Cosa farà di nuovo”  e “Il Diluvio”. Dei capolavori.

E al diavolo chi ha osato bestemmiare dicendo che ormai fosse diventato un dilettante spaventoso. Lucio ha ricevuto tanto amore meritato. Ma anche tanti insulti. Musicalmente parlando e non. Che fosse tifoso della Lazio ormai è risaputo. Da genoano, vantando Faber e Savoretti non dovrei provare alcuna invidia. Ma Lucio è Lucio e un po’ di gelosia c’è. Ma in fondo cosa importa. Nemmeno a lui interessava. Battisti parlava attraverso la musica. E ciò che aveva da dire era fantastico, oltremodo fantastico.

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