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“Nonna è a casa”: la Cina e il problema del Doping di Stato

Emanuele Sabatino

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Dopo la Russia anche la Cina rischia il doping di Stato? La Wada ci prova ma manca la prova schiacciante.

L’indagine sulle storiche accuse di largo uso di doping in Cina sta continuando ad andare avanti e potrebbe trovare riscontro nella situazione attuale del paese più popoloso del mondo.

Un’inchiesta è stata aperta dalla WADA, l’agenzia mondiale anti-doping lo scorso anno dopo che l’ex dottore della squadra olimpica cinese, Xue Yinxian, ha affermato che le medaglie vinte dal 1980 al 1990 sono frutto di un sistematico programma di doping attraversante tutti gli sport praticati nel paese.

Xue, 79 anni, ha lasciato la Cina due anni e che ha chiesto asilo politico in Germania, ha detto alla televisione tedesca che più di 10,000 piccoli atleti con età pari o inferiore agli 11 anni sono stati sottoposti a questo scellerato programma di doping sistematico.

Il direttore investigativo della WADA, Gunter Younger, ha ammesso che la testimonianza di Xue non essendo stata fatta immediatamente perde gran parte della sua efficacia ma verrà sicuramente discussa nel prossimo meeting della WADA in programma il 16 maggio a Montreal: “Stiamo cercando di capire cosa possiamo fare perché la retroattività massima d’azione imposta dallo statuto è di 10 anni e qui i fatti risalgono agli anni 80 e 90. Abbiamo qualche indicazione su dove andare a cercare per il futuro ma sul passato passeremo la palla al Board esecutivo e loro valuteranno cosa fare con questa informazione. Altra difficoltà sta nel fatto che Xue non ha mai visto il doping in prima persona, ma ha dovuto solo tamponare le conseguenze dello stesso. Questo sentito-dire però non è sufficiente come prova e quindi bisogna cercarne delle altre.”

Xue ha aggiunto che gli atleti cinesi positivi venivano testati in continuazione fino a risultare negativi per poi essere inviati alle competizioni internazionali. Il segnale veniva codificato in “Grandma is home – Nonna è a casa” ed era dato agli atleti quando non avevano più tracce di sostanze dopanti nel corpo. Il rifiuto ad assumere sostanze dopanti portava all’esclusione dal team.

A Febbraio dello scorso anno tornò a galla una lettera scritta e firmata nel 1995 da parte di Wang Junxia, campionessa dei 3000 e 10000 metri e detentrice del record del mondo dove ammise di fare uso di doping. Nella lettera alcuni passaggi sono molto forti: “Per anni siamo stati forzati ad assumere grandi dosi di doping” e ancora “siamo uomini non animali”. Nel 1993 gli atleti cinesi ruppero 66 record tra nazionali e mondiali.

Nel 1994, 11 membri della squadra di nuoto e ciclismo cinese, vincitrici di 15 medaglie d’oro ai giochi asiatici di Hiroshima vennero squalificati perché trovati positivi agli steroidi anabolizzanti.

La Cina è tra i nove paesi al momento sospesi dalla federazione internazionale di Weightlifting a causa degli innumerevoli episodi di positività al doping. Tra cui anche tre medaglie d’oro alle olimpiadi di Pechino 2008.

Nel 2016 la WADA aprì un’inchiesta, l’ennesima, sulla sospetta copertura di alcuni test anti-doping positivi riguardanti nuotatori cinesi.

L’agenzia anti-doping cinese ha condotto 17,000 test lo scorso anno per mettere fuori gioco i dopati.  Solo 132 test sono risultati positivi ma 55 di essi non hanno portato a sanzione visto che la positività era dovuta al Clenbuterolo ingerito secondo l’agenzia cinese  involontariamente per colpa di carne contaminata.

L’indagine cinese è una delle 10 momentaneamente attive ad opera della WADA. Tanti sentito-dire e poche prove concrete per arrivare ad una sanzione esemplare, come nel caso della Russia, di doping di Stato con la conseguente interdizione dalle massime competizioni mondiali.

 

 

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“Indro al Giro”: Cronache sportive dell’Italia strapaesana

Andrea Muratore

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Avrebbe compiuto oggi 109 anni Indro Montanelli, uno ddei giornalisti più stimanti della Storia italiana. tra i suoi lavori più apprezzati non possiamo dimenticare il racconto del Giro d’Italia, narrato in maniera unica e specchio autentico del Belpaese di quegli anni.

Più che una collezione di articoli d’annata, un’antologia di racconti, una raccolta di istantanee dal passato che ci consentono di gettare uno sguardo sull’Italia rinascente attraverso la narrazione del suo più caratteristico evento sportivo. È difficile definire con precisione “Indro al Giro”, libro curato dal giornalista de “La Gazzetta dello Sport” Andrea Schianchi che raccoglie al suo interno le corrispondenze redatte da Indro Montanelli nel corso della sua esperienza da inviato del “Corriere della Sera” alle edizioni 1947 e 1948 del Giro d’Italia. Il libro getta un ponte sul passato, consente di leggere attraverso le parole del grande giornalista di Fucecchio le emozioni, i sentimenti e le aspettative di un’Italia che viveva i difficili anni della ricostruzione, materiale e morale, dopo i lutti del secondo conflitto mondiale e riconosceva nel Giro uno straordinario fattore di unità nazionale.

In tal modo lo interpretò anche lo stesso Montanelli che, relegato alla cronaca sportiva e tenuto in quegli anni distante dall’attualità politica a causa dell’antica adesione al fascismo, ebbe modo di offrire attraverso le sue corrispondenze la sua opinione non solo sull’andamento della corsa ma anche, e soprattutto, sulla realtà a lui contemporanea. Come sottolinea lo stesso Schianchi nella sua introduzione: “Montanelli non si ferma alla superficie, approfitta del Giro per raccontare l’Italia […] non nascondendosi dietro la facile retorica e sempre esprimendo giudizi che, il più delle volte, e nel perfetto spirito del personaggio, sono controcorrente”. Risulta ordinario per i lettori del libro imbattersi in numerosi paragoni tra gli eventi e i protagonisti della “Corsa Rosa” e i personaggi e gli accadimenti della storia italiana ed internazionale del tempo, in digressioni personali di Montanelli riferibili a esperienze della sua esistenza ed in ritratti a tutto tondo dei corridori, analizzati sul piano umano ancor prima che su quello atletico.

Indirettamente, Montanelli trova sempre il modo di esprimere il proprio parere sulle grandi questioni che appassionavano la vita pubblica del paese, esprimendo ad esempio il proprio apprezzamento per Saragat definendo il Giro una “festa socialdemocratica”, ovvero una “perenne domenica”, o sottolineando la grande considerazione nei confronti del leader democristiano Alcide De Gasperi attraverso il paragone con Gino Bartali, l’atleta da lui maggiormente ammirato, come si evince dai diversi apprezzamenti rivoltigli in diversi degli articoli raccolti nel libro.

Leggendo “Indro al Giro” si può gettare uno sguardo diretto sul volto strapaesano dell’Italia, componente essenziale e troppo spesso disconosciuta della realtà nazionale, che nelle edizioni 1947-1948 del Giro ebbe modo di palesarsi non solo nei paesi trepidanti per l’arrivo dei corridori ma anche tra i suoi protagonisti stessi. Accanto a personaggi degni di un capolavoro neorealista come il caporalmaggiore dei bersaglieri Carlo Regina, assiduo pedalatore che seguì l’intero dispiegarsi della carovana rosa nel Giro 1948, o il giovane che Montanelli descrive nell’atto di salutare il passaggio della corsa sul Passo della Porretta levando al cielo un gigantesco pollo allo spiedo, trovano il loro spazio nell’antologia strapaesana anche uomini come il “gregario anarchico” Menon, preso particolarmente in simpatia da Montanelli, o il battagliero triestino Cottur, alfiere della città-simbolo per eccellenza delle divisioni del dopoguerra italiano.

Da Trento a Napoli, il viaggio di Montanelli al seguito della “Corsa Rosa” offrì dunque gli spunti necessari al futuro fondatore del “Giornale Nuovo” per conoscere e comprendere appieno la realtà italiana a lui contemporanea, e rappresentò una palestra formativa di assoluta eccellenza per la crescita di colui che è universalmente riconosciuto come il più grande giornalista italiano del Novecento. “Indro al Giro” consente di conoscere questo periodo per lui cruciale e di pedalare simbolicamente nel passato d’Italia, viaggiando nell’Italia di Coppi e di Bartali attraverso le cronache di un narratore senza eguali, le cui corrispondenze raccolte hanno dato vita a uno dei libri più originali del 2016, imperdibile per tutti coloro che sono appassionati al genere della letteratura sportiva.

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Studio o Scommetto? L’Italia preferisce il Gioco d’Azzardo all’Istruzione

Emanuele Sabatino

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Una crescita esponenziale e senza controllo dettata da diversi fattori due su tutti l’invasiva e onnipresente pubblicità e le condizioni economiche sempre più difficili delle famiglie italiane. Nel 1998, 20 anni fa, gli italiani spendevano al cambio lira-euro 12,5 miliardi nel gioco d’azzardo. Nel 2007 si passò a 27 mld e nel 2017 a 101.85 miliardi secondo i dati ufficiali riportati dall’inchiesta del Corriere della Sera di qualche giorno fa.

In 10 anni la spesa pro capite annua è più che raddoppiata: da 721 euro a 1697 per una spesa mensile media di 141€, una rata di una macchina praticamente. Al nord si scommette un po’ di meno mentre al centro-sud si va ben oltre la media. La città che spende di più è però Prato con una spesa a testa di 3796 euro all’anno.

La disinformazione e il problema distribuzione

Chi crea i giochi a premi si difende dietro al fatto che il 75% dei soldi spesi torna indietro ma le falle di questa affermazione sono due: tornano indietro ma mal distribuiti perché tutti giocano ma solo uno o pochi fa jackpot milionari. E oltre alla matematica e statistica di vincita sconosciuta ai più, c’è anche il fattore psicologico. Se compro un gratta e vinci da cinque euro e vinco cinque euro, invece di ritenermi fortunato perché la statistica a me avversa non mi ha fatto perdere, compro un altro gratta e vinci e stavolta i cinque euro vanno perduti.

Meno risparmio e priorità sbagliate

Italiani popolo di risparmiatori, sì,  ma meno rispetto al passato. In un anno si è passati dal 8.5% del 2016 al 7.8% di oggi. Gli italiani al giorno d’oggi spendono 100 euro per la formazione e 300 per l’azzardo. Tre volte i soldi investiti in fortuna rispetto a quelli per la costruzione del futuro. L’esatto contrario rispetto alla Germania.

Almeno il 25% del gioco in mano alle mafie

Dei 101,85 miliardi spesi in azzardo solo il 75% sono attraverso “giochi legali”, il restante 25% è in mano a bookmakers esteri che non hanno licenza AAMS in Italia e alla criminalità. Tra l’altro bisognerebbe anche riflettere sul fatto che aprire così tanto il gioco d’azzardo non abbia affatto respinto il gioco illegale anzi paradossalmente è stata l’offerta di azzardo a incrementare la domanda. Non il contrario.

La proposta grillina dai due volti

Il Movimento Cinque Stelle più volte ha promesso di ridurre se non abolire il gioco d’azzardo in Italia. Una proposta lecita ma che ha bisogno di tanto tempo e si scontrerà contro la resistenza della popolazione ormai assuefatta e con quelle lobby del gioco così potenti e così integrate nei palazzi del potere. Intanto si potrebbe limitarne la possibilità di mandare in onda pubblicità a tutte le ore, così come fecero anni fa con le sigarette a cui è stato vietato di fare pubblicità e sponsorizzare squadre sportive. Dall’altra parte però il leader del M5S Luigi di Maio ha più volte asserito che per il famigerato reddito di cittadinanza prenderà le coperture finanziarie da una maggiore tassazione di questo settore.

 

 

 

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Marijuana Day: dal Doping alla Legalizzazione, la Cannabis è pronta per lo Sport?

Emanuele Sabatino

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Con la California che ha ufficializzato la legalizzazione per uso ricreativo della Marijuana, la pianta più famosa del mondo potrebbe trasformarsi da doping in antidolorifico. E nello sport ci stanno già pensando da tempo.

Pochi mesi fa era giunta la notizia che nessuno si poteva aspettare. La National Football League vorrebbe alleggerire la sua posizione sulla marijuana come sostanza dopante e anzi avviare delle ricerche per vederla utilizzata, ovviamente sotto prescrizione medica, al posto degli antidolorifici tradizionali.

 La NFL ha scritto alla associazione dei giocatori offrendo loro di lavorare in tandem per uno studio sull’utilizzo della marijuana come strumento antidolorifico per i giocatori. Un lettera che è un chiaro segnale di svolta ed un’indicazione della volontà della lega di operare in comunione con l’associazione verso l’utilizzo della marijuana attualmente proibita nello sport.

La NFL Player Association (NFLPA) sta conducendo i suoi studi privati sulla marijuana come antidolorifico e ancora deve rispondere sulla possibilità di collaborare con la lega per questi propositi. “Stiamo guardando avanti per lavorare con la NFLPA sui problemi che riguardano la salute e la sicurezza degli atleti”, ha detto Joe Lockhart, vice presidente esecutivo alla comunicazione della NFL.

La lettera di collaborazione da parte della Lega arriva dopo le dichiarazioni di De Maurice Smith, direttore esecutivo dell’associazione dei giocatori, che aveva anticipato la volontà di utilizzare la marijuana come antidolorifico e soprattutto di cambiare il regolamento antidoping alleggerendo la squalifica per chi fosse stato “beccato” positivo alla marijuana.

Un primo passo in questo senso venne fatto già nel  2014 quando lega e associazione giocatori furono in accordo sul  modificare la dose minima di THC nelle urine o nel sangue per risultare positivi al controllo antidoping. Si passò da 15 nanogrammi di THC per millilitro di sangue o urine, la soglia più bassa nello sport professionistico, a 35 nanogrammi per millilitro.

Vedendolo così sembrerebbe un passo in avanti di uno degli sport più popolari del pianeta verso la legalizzazione della marijuana almeno per scopi terapeutici, ma la realtà molto probabilmente è un’altra: la lega vuole utilizzare quest’esca, modificando la disciplina antidoping, per avere un asso nella manica in più al momento della nuova contrattazione con l’associazione dei giocatori nel 2020. Un semplice e banale  “Do ut Des”.

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