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“Non volevo morire vergine”: intervista a Barbara Garlaschelli

Patrizia Angelozzi

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Quindici anni. Quelli per correre da chi ci aspetta a braccia aperte per stringerci forte, farci sentire il sangue pulsare . Quindici anni per desiderare tutto quello che è dentro l’immaginario chiamato futuro.

Lei a quindici anni è già donna, una sirena. Sensuale nel corpo e nei suoi capelli fluenti.
Un tuffo e la vita cambia posizione, il suo supporto diventa una ‘sedia con le ruote’.
La seguo da diverso tempo, nel suo sguardo languido e nella pelle liscia e luminosa, c’è un mondo. E’ proprio vero che spesso siamo quello che fuoriesce, come nel suo caso.
Bella, straordinariamente bella, nelle schermaglie, nell’attenzione dell’uso delle parole.
Nella mimica a volte tendente al severo, spesso intrigante come poche donne sanno essere.
“Non volevo morire vergine” è il suo ultimo lavoro letterario edito da Piemme, con la prefazione di Daria Bignardi, attualmente nella classifica dei libri più venduti.
Prima di questa nuova proposta editoriale, Barbara Garlaschelli si è già distinta, con pubblicazioni importanti, premi illustri e riconoscimenti.
Tra le righe di annoverati scrittori al maschile e al femminile, al suo confronto, spesso i testi erano paragonabili a musiche già ascoltate.
Barbara ha la capacità di rinnovare il pensiero, di insinuare il dubbio dentro un filo intelligente  chiamato ironia.   Leggendola,  arrivano riflessioni non ancora  sfiorate e si estendono, dilatano.  Lo fa, capovolgendo la retorica statica di chi legato a convinzioni immobili, rinuncia a crescere.

Barbara Garlaschelli, racconta di passione e forza, di desiderio, di vita,  attraverso le proprie emozioni miste, a volte al senso di frustrazione per un rifiuto.
Lei  non ha rinunciato ed ha scelto di cercare l’amore, la sessualità da vivere, la tenerezza e la e gioia. Di bisticciare o litigare, di sorridere e ridere fino alle lacrime, di allontanare il ‘non posso’ in una rincorsa che diventa esempio contagioso in chi si avvicina a lei.
Qualche domanda:

Barbara Garlaschelli, sai di essere una donna speciale, al di là di questo aggettivo fin troppo abusato. Tre aggettivi per definirti?

Entusiasta, tenace, impulsiva.

Ascoltare le tue interviste in Tv negli ultimi giorni, guardare le foto tue e di tuo marito insieme, appassionati e veri, sei cosciente di essere una esplosione di verità rispetto al vivere pienamente e senza riserve?

Di verità mi pare eccessivo. Preferirei dire “vitalità”, questo sì.

L’amore, vince sulle barriere mentali e fisiche. Il “Poli”, come ami chiamare tuo marito, è un uomo fuori dalle barriere. Il tuo suggerimento per educare all’amore gli uomini di domani?

Dovrebbero solo avere un po’ più di curiosità e coraggio che sono la molla, secondo me, che sostengono l’essere umano, lo fanno progredire. Essere chiusi, spaventati dal “diverso”, dall’ ”alterità” non portano a nulla di buono. 

Scrive con la naturalezza che le appartiene, con semplicità e concretezza, sottolineando, senza rendersi conto, tutta la sua femminilità che riporta al titolo dell’ultimo libro.
Da questo, un breve brano, gentilmente concesso:

...”E quindi mesi di lettere e baci e baci e baci e sempre baci. Appassionati, dolci, sensuali, lunghi, brevi, alla fran-cese, alla tibetana e baci e baci baci baci… E io che mi chiedo: «Ma questo, al sodo, quando ci arriva?». Perché per avere a che fare con me sotto un punto di vista, diciamo, biblico, è necessario essere dotati di un po’ di intraprendenza. Bisogna prendermi dalla sedia e adagiarmi sul letto e lì… vabbè, si va di fantasia, non e che si può raccontare proprio tutto tutto (anche se per un certo periodo ho accarezzato l’idea di fornire al partner del momento un libretto d’istruzioni, cosi, tanto per tranquillizzarlo. Gli uomini hanno bisogno di certezze, tipo un libretto d’istruzioni, appunto). Però dopo mesi di baci e baci e baci, la sua ritrosia nell’andare oltre è la conferma che qualcosa in me sia respingente, che il mio corpo lo sia, ormai è fuori discussione. Che sia lui ad avere problemi non mi passa neppure per l’anticamera del cervello.

D’altronde sono io quella su una sedia a rotelle, no? Sono io che non posso muovermi come voglio. Sono io la disabile. Lui non mi vuole ed è colpa mia. Nessuno mi vorrà, questa è la verità. Nessuno vorrà̀mai fare l’amore con me perché sono su una sedia a rotelle, e quindi, per quanto sia doloroso e straziante: dovrò̀ morire vergine! No, no, no, morire va bene, ma vergine no!

Cosi, una sera, complici Franca e Renzo, gioco il tutto e per tutto e lo aspetto, adagiata sul mio letto/poltrona. Indosso una minigonna nera, una camicia che lascia il decolté in mostra, autoreggenti in pizzo, completino intimo super sexy. La gamba destra è stata leggermente piegata ad arte da mia madre che esegue le mie istruzioni senza proferire verbo. E, voilà , la posizione è quella della maja – quasi – desnuda. I miei escono quando Dario arriva, anche se non li incrocia nemmeno perché quando è necessario sanno diventare fantasmi. Entra nella stanza e resta a guardarmi, incantato. «Sei bellissima…» dice. Il mio sangue ribolle, che è un luogo comune ma è anche la realtà perché davvero sento le guance bollenti, le mani bollenti, la pancia bollente… Lui si avvicina, si siede accanto a me e comincia a sfiorarmi il seno con la mano, a stringerlo. La mano scivola sul ventre, sulla coscia e poi comincia a baciarmi, baciarmi, baciarmi. Anch’io lo sfioro, con attenzione, sentendomi strana perché il mio modo di accarezzare è particolare e mi domando se è così che si fa…

Il libretto delle istruzioni lo vorrei io in questo momento. Però, sì, forse sto facendo giusto perché il suo respiro cambia ritmo, accelera, il che mi pare un buon segno. L’atavico istinto della femmina non mi ha abbandonata. Dopo altri minuti di baci baci baci senza che mi abbia ancora sbottonato la camicetta, ho una di quelle illuminazioni che nel corso degli anni mi hanno salvato la vita. Gli blocco la mano con ferma dolcezza, lo guardo fisso negli occhi e chiedo: «Mi aiuti a spogliarmi?»
Ed è qui che lo aspettavo. Lui spalanca i suoi bellissimi occhi verdi, annaspa, si stacca da me, si alza e dice: «Non posso… io non posso… scusa…». Il mio sorriso e i miei occhi si trasformano, lo sento che succede, lo sento proprio mentre diventano quelli di una serial killer. L’illuminazione era giusta: non sono io a essere sbagliata, è lui! Io sarò anche paralizzata nel corpo, ma questo è messo peggio di me. E la cosa meravigliosa è che non mi viene voglia di uccidermi, ma di uccidere lui. Con un’eleganza di cui poi sarò orgogliosa, rispondo: «Non c’è problema». Traggo un lungo, silenzioso respiro e gli chiedo di andarsene, per favore. Lui raccatta le sue cose e se ne va. E mi lascia lì, come un relitto. Perché adesso che l’energia per comportarmi con dignitosa eleganza si è esaurita, è proprio così che mi sento: un relitto. Una cosa abbandonata su un letto in completino intimo e calze autoreggenti. Così, ora che sono sola posso farlo. Posso lasciarmi andare e piangere, piangere, piangere. Perché sì, sono riuscita a dire a me stessa che è lui quello sbagliato e non io, ma in questo momento non è che la cosa mi faccia sentire meglio.”

Il libro ha una narrazione fluida ed intensa, letteratura per l’anima e per il corpo. Innovatore per tematica e terminologie, in una forma diretta e appassionata, ci pone nella condizione di vedere oltre.
Un ringraziamento per questo ultimo lavoro, che lascia grandi opportunità per essere, fuori dai  pregiudizi che ogni tanto, ancora incontriamo.

 

Chi è Barbara Garlaschelli

Laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, ha esordito nella scrittura nel 1993 con l’antologia in floppy disk Storie di bambini, donne e assassini, del 1995 è il suo esordio a stampa, con O ridere o morire, edito da Marcos y Marcos.
Scrittrice versatile, si è cimentata in vari generi: dal noir, alla letteratura per ragazzi (quest’ultima edita da EL, di cui ha diretto la collana “I corti”; con Walt Disney in collaborazione con Nicoletta Vallorani) al teatro. Costretta fin dall’età di 16 anni su una sedia a rotelle a causa della rottura di una vertebra per un tuffo in acque troppo basse, ha descritto con stile asciutto il suo percorso di vita nei dieci mesi successivi, in Sirena, Moby Dick, Faenza 2001. Il libro è considerato un long seller e ha avuto varie ristampe: nel 2004 con Salani, nel 2007 con TEA e nel 2014 con Laurana Editore.
Nel dicembre 2004 ha vinto il Premio Scerbanenco con Sorelle, ex aequo con Trilogia della città di M. di Piero Colaprico.
I suoi romanzi e racconti sono tradotti in francese (editi da Gallimard), in castigliano per il mercato spagnolo (Roca Editorial) e messicano, in portoghese, in olandese e in serbo.
Il suo libro, Non ti voglio vicino (Frassinelli, 2010), è un romanzo psicologico che tocca il tema scottante degli abusi sui minori e ne descrive le devastanti conseguenze; con questo romanzo Barbara Garlaschelli nel 2010 è stata finalista al Premio Strega e ha vinto il premio Libero Bigiaretti, il Premio Università di Camerino (2010); Premio Alessandro Tassoni (2011), e nel 2012 ha vinto la 25ª edizione del Premio Letterario Chianti[1].

Non volevo morire vergine è pubblicato da Piemme ed è in libreria dal 28 marzo
Attualmente tra i Best seller
https://www.ibs.it/non-volevo-morire-vergine-libro-barbara-garlaschelli/e/ HYPERLINK “https://www.ibs.it/non-volevo-morire-vergine-libro-barbara-garlaschelli/e/9788856658163″9788856658163

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A Zafferana arriva Damien Rice: “Il poeta con la chitarra”

Angela Failla

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Etna in Scena “spiega le vele” della grande musica internazionale: il noto cantautore irlandese DAMIEN RICE (definito “il poeta con la chitarra” da The Guardian) sceglie Zafferana per una delle tre date italiane che lo vedrà approdare in Sicilia (dopo Caserta e Ostia Antica) domenica 15 luglio 2018 (ore 21.30 Anfiteatro comunale “Falcone Borsellino”).

A conferma che la rassegna Etna In Scena è tra le più ambite in Italia dai maggiori artisti nazionali e internazionali, richiamando un pubblico sempre più qualificato e competente, cultori dello spettacolo dal vivo di prestigio che scelgono Zafferana come meta turistica anche per la programmazione degli eventi.

Questo tour , viaggiando di concerto in concerto su un’antica barca a vela in legno,  è come un sogno che è stato tenuto sotto un polveroso coperchio per più di 10 anni. Tutto questo ipnotico e affascinante moto di vele, corde e onde mi fanno sentire come trasportato dagli elementi sulla schiena di una creatura marina gigante e mitologica. E’ un posto in cui mi sento profondamente vulnerabile, e al tempo stesso immensamente libero.”

Etna in scena 2018.

Il direttore artistico di Puntoeacapo Nuccio La Ferlita, in sintonia con le aspettative e la volontà del Comune di Zafferana, del sindaco Alfio Russo e del vice sindaco e assessore al Turismo Giovanni Di Prima, sta lavorando per realizzare una formula di proposta artistica eterogenea e popolare che potrà interessare un pubblico di vari gusti e di target d’età diversi.

La proposta è in linea con la vocazione turistica del territorio, un’area geografica antica e moderna allo stesso tempo, resa unica ed inconsapevolmente pop dalla vicinanza al vulcano Etna. Zafferana è un comprensorio di grande fascino per un ceto medio raffinato, colto e popolare, amata dagli anziani ma anche dai giovani.

Per ogni biglietto venduto saranno devoluti 0,50 centesimi in beneficenza, per l’acquisto di beni di prima necessità a sostegno dei più bisognosi.

Biglietti in vendita su www.ctbox.it – www.ticketmaster.it – www.ticketone.it – e in tutti i punti vendita autorizzati dalle ore 11 di giovedì 12 aprile.

Sarà possibile acquistare un massimo di 4 biglietti a transazione.

Il nome intestatario dell’ordine, fornito in fase di registrazione sul sito ticketone.it e ticketmaster.it verrà riportato sui biglietti acquistati. L’intestatario dell’ordine dovrà presentarsi ai cancelli con il biglietto ed il proprio documento d’identità valido (no fotocopie).

In caso di acquisto multiplo tutti i biglietti riporteranno il nominativo dell’intestatario dell’ordine, il quale dovrà presentarsi ai cancelli ed entrare al concerto insieme alle altre persone destinatarie dei biglietti riportanti il suo nome.

L’organizzatore informa e invita tutti i fan di Damien Rice a non acquistare alcun biglietto se non tramite i circuiti di biglietteria autorizzati presenti sui comunicati ufficiali per evitare, fra l’altro, che al detentore di biglietti possa essere negato l’accesso in assenza dell’effettivo intestatario dell’ordine di tali biglietti, che ricordiamo essere nominativi.

PREVENDITE DISPONIBILI DALLE ORE 11 DEL 12 APRILE su ctbox.it – ticketmaster.it – ticketone.it e nei circuiti abituali.

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9 anni dal Terremoto dell’Aquila: un Premio per non dimenticare e ripartire

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L’intervista a cura di Umberto Braccili, giornalista Rai3 e autore di “Macerie dentro e fuori”, il libro che ha contribuito al Premio AVUS.

Ieri pomeriggio all’Aquila la PREMIAZIONE della miglior Tesi sulla prevenzione sismica.

E’ Sergio Bianchi, genitore di uno studente universitario morto sotto le macerie il 6 APRILE 2009, a premiare a L’Aquila nell’Auditorium del Castello.

ILARIA CAPANNA, laureatasi in Ingegneria civile presso il Dipartimento di Ingegneria dell’UNIVAQ con la Tesi “Risposta sismica di strutture snelle in muratura”.

Di seguito l’intervista a SERGIO BIANCHI, Presidente di “AVUS 2009” che da cinque anni premia con 3000 Euro le migliori tesi.

Dialogare con i giovani attraverso questo premio cosa significa per voi che avete perso un figlio sotto le macerie?

 In questi cinque anni abbiamo ricordato i nostri figli attraverso giovani in gamba. Stringere la mano a Ilaria Capanna, la premiata di questa edizione, significa per noi affidare un mondo migliore a forze fresche e non contaminate. Il nostro dolore viene da chi non ha fatto bene il proprio dovere. Non ha informato, ha costruito male quei condomini diventati quella notte le bare per i nostri figli.

Che hai nel cuore dopo nove anni dal sisma de l’Aquila ?

Un cuore pieno di macerie. La ricostruzione di una città è diversa da quella dell’animo. Per le mura basta attendere il finanziamento, per le macerie dentro non esiste una escavatrice che faccia largo a qualche emozione.

Un figlio non risorge, purtroppo, dopo una sentenza della magistratura che attesta le responsabilità?

Noi abbiamo perso l’essere del nostro cammino in questa vita. Nulla ci avrebbe potuto dare indietro i nostri gioielli. La magistratura, come si dice in questi casi, ha fatto il suo corso. Sulle sentenze finali penali c’è il timbro “prescrizione”. Pensa che nel  processo alla protezione civile la nostra onlus non è stata ammessa. I giudici hanno motivato il no perchè noi dovevamo dimostrare il nesso tra le rassicurazioni della commissione e il comportamento dei nostri figli. Avevamo bisogno di una carta che dimostrasse che Nicola era tranquillo poiché era stato tranquillizzato dalle parole degli scienziati e rappresentanti della protezione civile. Assurdo! Anche il processo è stato surreale. Tutti condannati in primo grado, tutti assolti in secondo grado, tranne uno che ai microfoni di una tv locale consigliò per stare tranquilli “ un buon bicchiere di vino rosso d’Ofena”

I vostri figli, sostenete, erano stati tranquillizzati dai messaggi lanciati ?

 La tragedia si consumò il lunedì Santo quando le università dovevano essere già chiuse. I ragazzi erano rimasti a L’Aquila e qualcuno ripartì la sera della domenica perché aveva un esame. Se i nostri figli avessero minimamente avuto dubbi sulla situazione che aveva registrato più di 400 scosse dall’inizio dell’anno probabilmente avrebbero scelto di restare a casa e allungare le vacanze di Pasqua. Erano purtroppo tutti tranquilli e purtroppo noi con loro.

Dicevi che i vostri processi sono stati tutti prescritti.

 In un procedimento l’ingegnere ha ammesso di non aver svolto dei calcoli per l’adeguamento del tetto di un condominio. Condannato in primo grado, poi niente.

Tu come vedi lo Stato?

Come controparte e questo non è umano. Pensa che ora è il momento dei processi in sede civile quelli per i risarcimenti che a me non interessano. Tra poco dovremmo sottoporci ad una perizia psicologica da allegare agli atti dove si deve dimostrare che la morte di mio figlio Nicola ha provocato dolore all’intera famiglia. Diceva Angelo Lannutti, un genitore attivissimo nella nostra associazione che è morto da poco per un tumore: “ Se muore il papà la moglie si chiama “vedova” e i figli “orfani”. Se muore un figlio nessun dizionario sa catalogare un papà, una mamma e dei fratelli”. Angelo è morto ad Ottobre.  Non riesco a togliermi dalla testa che il dolore che ha provato dalla morte di Ivana ha influito sulla sua malattia.

Dal dolore è nato un percorso

Sì, prima il libro “Macerie dentro e fuori” che abbiamo presentato in tutta Italia e con i proventi poi, questo è il quinto anno, un premio di laurea per la  migliore tesi sulla prevenzione sismica. Doniamo quel che abbiamo al vincitore, un assegno ogni anno di 3000 euro, denaro utilissimo per chi esce dal mondo universitario  e aspetta un lavoro. Abbiamo detto forte in tutti gli incontri in giro per l’Italia ai giovani di rifiutare certi atteggiamenti di alcuni professionisti del passato, di staccarsi da una mentalità che io definisco “marcia”,  quella che ti permette di non fare i calcoli per un nuovo tetto e poi farla franca davanti alla giustizia. Abbiamo detto che è il sapere che deve governare il mondo e non il profitto.

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Crita: quando l’artigianato si fonde con il territorio nasce sempre qualcosa di bello

Angela Failla

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Si parla tanto di cervelli in fuga e poi, per fortuna, ci sono delle belle realtà. Loro sono Davide, Livio e Matthias tre amici che, nel 2017, hanno deciso di mettersi in gioco iniziando un progetto tutto nuovo. Dalle loro idee e dal loro entusiasmo è nata Crita. Un brand giovanile, dal sapore siciliano, che guarda alla Sicilia e alle sue tradizioni. Un modo per omaggiare la bellissima città di Caltagirone, conosciuta in tutto il mondo proprio per le bellissime maioliche e, al tempo stessa congiungerla a realtà culturali nuove, come l’Austria. E quando l’artigianato incontra la tradizione di un territorio la risposta è sempre vincente.

Due siciliani e un austriaco che, per realizzare la prima collezione, si sono ispirati propri agli elementi emblematici della tradizione calatina: le Teste di moro e i vasi in terracotta. I pezzi Crita vogliono essere proprio quel connubio tra l’arte dei ceramisti calatini, che con le loro mani modellano volumi barocchi carichi di sapore mediterraneo, e una visione più nordica fatta di maggiore semplicità e minimalismo. Ogni singola testa, ogni singolo vaso, viene interamente concepito e realizzato a mano a Caltagirone. Un processo meticoloso, fatto di arte e pazienza. Dietro ogni singolo pezzo c’è tutta la passione di chi ama il proprio mestiere e lo trasmette con la abilità in ogni creazione, rendendo ogni oggetto unico e irripetibile. Una ricerca costante di nuove forme, di colori innovativi e di un concept che vuole trasformare gli oggetti in personaggi dotati di una loro storia. Pezzi colorati, particolari,  teste dal collo lungo quasi fossero usciti da Modigliani, che stanno bene sia su una consolle ottocentesca che su un sideboard degli anni ’50. Un sogno che si pone come obiettivo quello di far conoscere ancora di più le ceramiche di Caltagirone nel mondo puntando, però, sull’unicità delle cose fatte a mano e sul rapporto diretto con le realtà locali. Pezzi che si rifanno al passato senza però restarne eccessivamente sedotti.

METTIAMOCI LA FACCIA è il titolo della prima collezione, un ghigno simpatico che strizza l’occhio alle teste di moro siciliane e che sembra quasi dire che loro la faccia ce l’hanno messa per davvero!

 

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