Come direbbe Antonello Venditti “c’è un cuore che batte nel cuore di Roma”. Un cuore grande che però si potrebbe aggiungere, rischia seriamente di fermarsi. E’ il cuore di tutti quei cittadini romani che sono legati alla storia dello sport capitolino e ad alcuni suoi impianti storici. Non c’è soltanto l’Ippodromo di Tor di Valle, del quale, proprio su queste colonne, abbiamo raccontato lo stato di fatiscenza ed incuria. Che rappresenta oggi lo stato del più ampio degrado in cui versa l’intera area di Tor di Valle. La quale però, grazie al progetto sul nuovo stadio della Roma, potrebbe finalmente essere riqualificata. Ma nella Capitale, a parte l’Ippodromo di Tor di Valle, sembra esserci più in generale, un problema serio con l’impiantistica sportiva. Dove sono diverse le strutture sportive (o ex strutture), che negli anni sono state completamente abbandonate. E oggi sono diventate, proprio come l’ex Ippodromo, un esempio di incuria e fatiscenza.

Di tutta questa situazione, i campioni più rappresentativi (in negativo) sono anche i casi che rattristano di più: il campo Testaccio (antica casa dei colori giallorossi) e lo Stadio Flaminio. Due strutture legate alla storia calcistica delle due squadre romane. Ed è questo il cuore che batte nel cuore di Roma e che, purtroppo, corre il rischio di fermarsi. Del campo Testaccio, proprio su queste colonne, scriveva Valerio Curcio il 23 dicembre scorso. Informandoci sullo stato dell’arte di quella che ad oggi, può essere tranquillamente definita una discarica a cielo aperto nel cuore di Roma. Laddove se prima c’era il vecchio terreno di gioco, storica casa dei colori giallorossi, quella dei tempi di Amedeo Amadei e memorabile teatro di un Roma Juventus 5-0, oggi ci sono solo arbusti ed erbacce. A tal punto di diventare, come scrive il Corriere della Sera, per lo più un bosco per sbandati. Una struttura, che dopo essere stata restituita ai cittadini (era il 2000), nel 2006, l’allora giunta Veltroni, avviò i lavori di trasformazione della struttura facendola rientrare nel cosiddetto PUP (piano urbano dei parcheggi). I lavori vennero assegnati ad un’impresa privata che avrebbe dovuto realizzare un parcheggio seminterrato per circa 70 automobili. Impegnandosi allo stesso tempo, a ripristinare il campo da gioco. Un progetto (quello del parcheggio) mai terminato anche a causa di alcuni ritrovamenti archeologici nel sottosuolo (il campo si trova a pochissimi metri dal famoso Monte dei Cocci). A tal punto di convincere, nel 2012, la giunta Alemanno sotto la spinta dell’allora delegato allo Sport, a ritirare la concessione edilizia per provare a restituire il campo Testaccio ai cittadini di Roma. E da lì sarebbe iniziata una battaglia legale dinanzi al TAR in seguito all’impugnazione, da parte dell’impresa concessionaria, del provvedimento di revoca della concessione edilizia. Una battaglia che nel 2015 il Comune di Roma è riuscito a vincere in via definitiva, dopo la conferma della sentenza del TAR e la revoca definitiva della  concessione edilizia. Senza che tuttavia fosse però dato un seguito a quella vittoria con un serio progetto di riqualificazione di Campo Testaccio. E il resto è cronaca di oggi.

Lo stadio Flaminio è l’altro grande esempio dello stato di abbandono in cui versano alcune strutture storiche dello sport capitolino. Un impianto che fino a qualche anno fa era ancora utilizzato per ospitare le partite dell’Atletico Roma per quanto riguarda il calcio e come casa del “Sei nazioni” per le partite di rugby. Una struttura, di cui è proprietaria il Comune di Roma, e che per un segno del destino, è stata inaugurata lo stesso anno dell’Ippodromo di Tor di Valle, nel 1959. E che però, a differenza dell’ex Ippodromo, non sembra destinata a beneficiare di alcuna opera di riqualificazione. Ma proprio come la tribuna dell’ex Ippodromo (per la quale la Sopraintendenza del Comune ha aperto una procedura per l’apposizione di un vincolo di natura architettonica), anche lo stadio Flaminio sarebbe un bene da preservare. Infatti, come prevede l’articolo 10 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, è consideratoun bene di interesse artistico e storico, messo sotto tutela a partire dal 2008. Del quale, attualmente, detengono la proprietà intellettuale e i diritti morali, gli eredi dell’architetto Antonio Nervi che lo ha progettato.

Ed è anche per questo motivo, per i vincoli ai quali sarebbe legato, che il Flaminio non risulta così appetibile agli occhi degli imprenditori. In particolar modo al presidente della Lazio Claudio Lotito. Nonostante un’ampia fetta della tifoseria biancoceleste farebbe carte false per vedere giocare la propria squadra del cuore dentro l’impianto di viale Tiziano. E’ proprio di ieri la notizia di un’altra petizione dei tifosi biancocelesti (dopo l’imponente raccolta firme, oltre 25mila del 2008) partita con l’hashtag #amostostadio, in alternativa all’altro (#famostostadio) lanciato dalla Roma per lo stadio a Tor di Valle. Ma è stata proprio la Lazio, con un comunicato ufficiale dei giorni scorsi, a chiudere subito a questa possibilità : Il Comune non ci rifili lo stratagemma dello stadio Flaminio si legge nella nota diffusa dall’ufficio diretto da Arturo Diaconale. Da Formello sono stati chiari: il Flaminio non ci interessa.  Da qui la domanda: che fine farà?

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