Salisburgo e Lipsia: due città geograficamente divise da un confine nazionale e ben 577 chilometri.

Nel calcio, però, sono decisamente più vicine, potremmo dire che si trovano esattamente sotto lo stesso ‘tetto’: quello del colosso Red Bull.

La compagine austriaca viaggia serena verso la conquista dell’ennesimo titolo in patria mentre i tedeschi sono la vera rivelazione della Bundesliga, con un secondo posto ormai acquisito ed una lotta per il Meisterschale (che, peraltro, la matematica ancora permette di sognare) durata a lungo contro l’inarrivabile Bayern Monaco di Ancelotti. Decisamente niente male per una neopromossa.

Proprio qui, però, casca l’asino. Grazie ai tanti soldi immessi nei due club da Red Bull, le squadre volano e sorge, così, il rischio che possano incontrarsi nella prossima edizione della Champions League.

Un evento che non può accadere a termini di regolamento, visto che la UEFA proibisce a due club con la medesima proprietà di partecipare contemporaneamente alla Champions League, e che avrebbe condannato i tedeschi. Perché proprio il Lipsia? E’ presto detto. Fra le due, avrebbe avuto la precedenza il Salisburgo dato che al termine del proprio campionato occuperà una posizione migliore di quella dei ‘cugini’ (a meno di una clamorosa e, francamente, assai complessa rimonta del RB Leipzig nei confronti del Bayern di Ancelotti).

Nell’articolo 15 del regolamento UEFA c’è scritto che due club di Champions non possono avere la stessa proprietà. Ancora più nel dettaglio: lo stesso investitore non può immettere nelle due società più del 30% del giro d’affari delle stesse. Proprio per questo la società teutonica sembrava spacciata.

Già, sembrava: andiamo a capire il perché dell’uso del tempo imperfetto.

Come detto, ricevendo entrambi i club grossi finanziamenti da Mateschitz, numero uno di Red Bull, per il regolamento ci sarebbe un rischio di conflitti di interesse.

In realtà, però, sono proprio gli stretti affari fra i due club ad annullare questa regola. Se si considerano, per esempio unicamente gli ultimi 8 mesi, il Lipsia ha acquistato dal Salisburgo i calciatori: Keita, Upamecano, Schmitz e Bernardo.

I trasferimenti appena citati permettono che gli investimenti di Mateschitz nel club austriaco siano inferiori al 30% del giro d’affari della società, la quale quindi può serenamente aggirare la regola.

Fatta la legge, trovato l’inganno (non solo in Italia a quanto pare).

C’è da aggiungere, inoltre, che Red Bull finanzia sì entrambi i club, ma se a Salisburgo è la proprietaria della società, a Lipsia (almeno formalmente) fa solo da sponsor.

Semaforo verde e grande gioia in casa Mateschitz, dunque, in previsione della prossima stagione calcistica.

Il ‘caso Red Bull’, comunque, non è di certo un unicum nel mondo del calcio e lo sappiamo bene anche da queste parti.

In Italia, per quanto concerne i casi di multiproprietà di squadre militanti in diversi campionati più vicini temporalmente a noi, si staglia la figura di una famiglia su tutti: i Gaucci, proprietari fino al 2001 di Perugia e Viterbese e poi di Perugia e Catania (fino al 2004).

Personaggio decisamente importante nel calcio di casa nostra tra gli anni Novanta e Duemila, anche Franco Sensi fu proprietario di ben tre club: Roma (che condusse allo storico Scudetto del 2001), Palermo (seppur con presidenza lasciata a Sergio D’Antoni) che portò dalla serie C1 alla serie B e poi cedette a Zamparini, ed, infine, Nizza.

Oggi, il caso più eclatante riguarda certamente Claudio Lotito, patron della Lazio dall’estate del 2004 e della Salernitana (condotta, dopo il fallimento, dalla serie D alla serie B) dall’estate del 2011.

Le storie di questo genere, però, sono veramente tante. Eccone alcuni esempi.

Prima del clamoroso crac finanziario avvenuto nel 2003, la Parmalat del presidente del Parma Tanzi aveva anche il controllo del Palmeiras, in Brasile dove militò per un periodo uno dei calciatori simbolo dei gialloblu degli anni d’oro: Faustino Asprilla.

Attualmente, invece, in Europa, c’è la ‘nostra’ famiglia Pozzo, proprietaria di Udinese, Watford e, fino a pochi mesi fa, del Granada (ceduto, poi, ai cinesi di Desport).

Un caso che in Inghilterra ha fatto discutere, invece, è quello del proprietario del Manchester City, lo sceicco di Abu Dhabi Mansour, comproprietario di una franchigia della MLS (New York City FC), di una squadra in Australia (Melbourne Heart) e proprietario del 20% di un club giapponese (Yokohama). La causa scatenante delle polemiche riguardò uno dei calciatori più importanti degli ultimi anni: Frank Lampard. Questi, infatti, dopo essere stato scaricato da quel Chelsea in cui aveva trascorso praticamente l’intera vita calcistica, accettò la proposta di New York; qualche mese dopo, però, tornò in Premier League, proprio al City, in prestito dai NYFC. Per molti, in primis il tecnico dell’Arsenal Wenger, si trattò di una furbata per aggirare le regole del Fair Play finanziario e di una mossa pericolosa, che avrebbe potuto aprire scenari preoccupanti per eventuali altri club satellite in futuro (su questa scia, vedasi il caso, mai chiarito del tutto, Chelsea-Vitesse).

La stessa Red Bull è proprietaria di altre due squadre nel mondo: i New York Red Bulls e Red Bull Brazil; ma le multiproprietà nel calcio toccano il proprio apice in un altro territorio: America settentrionale e centrale.

Negli Stati Uniti, anno 2004, viene fondato il C.D. Chivas dallo stesso proprietario del Chivas de Guadalajara messicano e del Deportivo Saprissa in Costa Rica.

In Messico, TV Azteca ha acquistato l’altra squadra di Guadalajara, l’Atlas, che risulta essere la seconda squadra di sua proprietà dopo il Monarcas de Morelia. Televisa, altro colosso televisivo del medesimo paese, è invece proprietario del Necaxa e dell’America. Alle società già citate, si aggiunge America Movil, proprietario del 30% del Grupo Pachuca, che controlla Leon e Pachuca.

Infine, trattasi di partnership e non di multiproprietà per Atletico Madrid e Fiorentina che ‘controllano’ indirettamente squadre indiane (rispettivamente Kolkata e Pune) o per il Parma con l’NK Gorica sloveno.

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