Connettiti con noi

Calcio

I calciatori e i loro demoni: quanti campioni rovinati dal vizio

Matteo Luciani

Published

on

E’ di più di un anno fa la triste immagine di un Paul Gascoigne che scende da un taxi completamente stravolto dopo l’ultimo ricovero in ospedale a causa dei suoi ormai arcinoti problemi legati al consumo di alcol. ‘Gazza’ ci era cascato di nuovo. E dire che circa un anno prima aveva rilasciato un’intervista ai tabloid inglesi, mentre era intento ad effettuare dei lavori di manutenzione all’interno della propria casa, in cui si mostrava sicuro di aver dribblato l’avversario più difficile della sua vita una volta per tutte.

Purtroppo, la storia ha dimostrato per l’ennesima volta il contrario. Campione eccezionale sul campo (ne sanno qualcosa i tifosi della Lazio), Gascoigne è ricordato da diversi ex compagni come un autentico fenomeno anche al di fuori del rettangolo verde, grazie alle sue doti di inguaribile bontempone.

La dipendenza dall’alcol, tuttavia, è esplosa con tutta la propria forza al termine della carriera dell’ex centrocampista inglese, rovinandogli completamente l’esistenza.

‘Gazza’, comunque, è soltanto l’ultimo caso di vecchia gloria del calcio mondiale rovinata dai propri vizi, che si tratti di alcol, sostanze stupefacenti o fragorose cadute dal punto di vista economico.

L’esempio più lampante di ciò resta, senza dubbio, George Best. “Ho speso molti soldi per alcool, donne e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato”: questo il must nella vita di colui che sembrò essere il più vicino a Pelé prima dell’avvento di Maradona. Un enfant prodige che a soli diciassette anni si era preso la maglia numero sette del Manchester United ed aveva iniziato a strabiliare i calciofili di tutto il mondo grazie a dribbling incredibili e giocate da circo.

Il successo irruppe prepotentemente nella vita del nordirlandese, che decise così ben presto di gettare alle ortiche il proprio talento in favore di una vita assolutamente sregolata. A ventisette anni, Best era già praticamente un ex calciatore. L’autodistruzione era iniziata. La morte lo colse a soli 59 anni, dopo un lungo periodo di ricoveri in varie cliniche specializzate nella lotta alla dipendenza dall’alcol.

Sempre in Gran Bretagna, altri esempi di uomini in lotta con i propri demoni interiori conducono a Stan Bowles, ex giocatore britannico e tra i più talentuosi degli anni settanta, ed il leggendario capitano dell’Arsenal, durante gli anni 90 ed i primi 2000, Tony Adams, che dopo gli Europei del 1996 ammise pubblicamente i suoi problemi con l’alcol raccontandoli in una biografia: “Fuorigioco – La mia vita con l’Alcool”. Quest’ultimo, per fortuna, rispetto a ‘Gazza’ e a Best, è riuscito poi a salvare se stesso in tempo ed a creare addirittura un’associazione per calciatori colpiti dal suo stesso problema.

Come non ricordare, inoltre, il caso del già citato ‘Pibe de Oro’: Diego Armando Maradona. Il più grande calciatore della storia insieme a Pelé. Maradona deliziò i tifosi del Napoli per oltre sei anni, fino al maledetto 17 marzo del 1991. Si gioca Napoli-Bari. Il match termina 1-0 per i partenopei ma nel controllo antidoping successivo alla partita l’argentino viene trovato positivo alla cocaina. Fine dei sogni di gloria per i tifosi azzurri, che tornano sulla terra dopo quasi un decennio in cui si erano trovati in paradiso grazie a ‘El Diego’, e per lo stesso Maradona, che proverà a tornare al calcio giocato tra Siviglia, Newell’s Old Boys e Boca Juniors ma verrà macchiato da una seconda squalifica per uso di efedrina, sostanza stimolante proibita, durante i Mondiali del 1994.

Nel Barcellona degli anni Ottanta, insieme allo stesso Maradona, giocò il terzino spagnolo Julio Alberto, considerato uno dei migliori laterali della storia blaugrana. Nel 1993, però, dopo il ritiro dall’attività agonistica, Julio Alberto finì solo, senza lavoro, amici e denaro. Egli chiese, così, aiuto proprio a Maradona, che a sua volta lo spagnolo aveva supportato durante il suo turbolento periodo seguito alla positività alla cocaina. L’idolo di Napoli, tuttavia, a detta di Julio Alberto, non ricambiò il favore, lasciando lo spagnolo in condizioni economiche e psicologiche disastrose.

Un’altra carriera buttata, che da queste parti purtroppo conosciamo bene, riguarda l’ex interista Adriano. Il potente centravanti brasiliano fece sognare i tifosi nerazzurri durante l’estate del 2001 quando, appena giunto nel Belpaese, realizzò un gol pazzesco su punizione in un’amichevole contro il Real Madrid. Era nata una stella. Prestito alla Fiorentina prima ed al Parma poi, raffiche di gol ed, infine, il ritorno a Milano nel gennaio del 2004. Un anno e mezzo di livello, poi il brusco calo. Nessuno riuscì a spiegarsi i motivi di tale involuzione fino a quando sulla stampa emersero i problemi personali dell’Imperatore: fiumi di alcol ed una vita non proprio da atleta. E’ la fine del fenomeno brasiliano a soli 24 anni. Proverà a tornare a grandi livelli tra Brasile ed un nuovo, fugace, passaggio in Italia (alla Roma) ma sarà tutto inutile: la luce ormai si è spenta. Sarà lui stesso, successivamente, a raccontare il proprio incubo ed il suo progressivo tracollo nella depressione, inghiottito dal lusso e dagli eccessi di Milano. Uno stile di vita che lo ha portato addirittura alla voglia di farla finita. “Mi mancava la famiglia, avevo smesso di credere in Dio. Chiamai mia madre per dirle che stavo pensando al suicidio“, le parole di Adriano a Globoesporte.


Ai tempi dell’Inter, compagno del brasiliano fu, tra gi altri, l’olandese Andy Van der Meyde, sgusciante ala offensiva cresciuta nell’Ajax. Sembrava un predestinato, uno dei calciatori designati a diventare tra i migliori del pianeta ma, una volta giunto all’ombra della Madunina, si perse completamente. Pareva il classico esempio di promessa non mantenuta, invece dietro la sua storia si celava molto di più: alcol, droga ed eccessi. L’olandese ha poi raccontato in una biografia il suo declino sportivo e privato.  “Dopo una settimana a Milano stavo male, mi consumava la nostalgia, era un ambiente fatto di eccessi con il presidente che dopo ogni vittoria allungava ai giocatori fino a 50 mila euro a testa. Un inferno personale che continuò anche nell’esperienza in Premier League: “All’Everton mi proposero uno stipendio di 37 mila euro a settimana, più del doppio di quello che percepivo all’Inter. Ci andai di corsa e la prima cosa che feci fu comprare una Ferrari e andare a sbronzarmi al News Bar, uno dei locali più in voga di Liverpool. La mia giornata terminò in uno strip-club. Andavo pazzo per le spogliarelliste. Fu lì che conobbi Lisa e me ne innamorai subito. Bere e sniffare cocaina era una cosa all’ordine del giorno“. Nel suo libro, Van der Meyde confessa di aver bevuto anche prima di andare agli allenamenti e di aver spesso utilizzato farmaci per vincere l’insonnia e stare accanto alla figlia Dolce, colpita da una grave malattia all’intestino. “Rubavo medicine dallo studio medico del club, utilizzavo cocaina, capii che dovevo scappare da Liverpool o sarei morto“. Oggi, il suo sogno è quello di allenare i più giovani, probabilmente anche per evitare che possano commettere i suoi stessi errori e rovinarsi una carriera promettente.

Dalle parti di Milano, sponda interista, passò per una fugace apparizione anche l’ex Lazio e Parma Matias Almeyda. Un guerriero in campo, uno che viene spesso ricordato ancora oggi per i suoi modi tutt’altro che teneri di affrontare gli avversari sul rettangolo verde. Eppure, lo spettro dell’eccesso ha colpito anche giocatori che a prima vista sembrerebbero insospettabili, proprio come lui. In un’autobiografia, come Van der Meyde, Almeyda ha raccontato alcune tra le fasi più difficili della sua vita: “Una volta ad Azul, il mio paese, ho bevuto cinque litri di vino come fosse Coca Cola e sono quasi finito in coma etilico. Ho fatto 5 ore di flebo, quando mi sono svegliato ho visto tutta la mia famiglia intorno al letto, ho pensato che fosse il mio funerale”.

Quanti ancora gli esempi di sudamericani che, giunti nel mondo dorato del calcio europeo dopo un’infanzia e adolescenza in povertà, non sono stati in grado di resistere alle tentazioni. Dall’ex parmense Faustino Asprilla al leggendario portiere colombiano Renè Higuita, passando per Romario ed il funambolico Garrincha. Quest’ultimo, ricordato per essere stato probabilmente il miglior esterno offensivo della storia, fu distrutto a sua volta dall’alcol. La valanga di soldi guadagnati durante la propria carriera finì ben presto e l’ex campione verde-oro trascorse la maggior parte del tempo dopo il ritiro dal calcio nella povertà totale.

Sempre in Sudamerica, ma in questo caso dal Cile, proviene Ivan Zamorano, passato anche nel nostro paese per vestire la maglia dell’Inter e divenuto celebre a Milano per il suo 1+8 sulla maglia (dal momento che la casacca numero 9 fu ceduta a Ronaldo una volta giunto in Serie A). L’ex campione cileno, dal 1992 al 1996, militò anche nel Real Madrid. Una carriera, insomma, che gli avrebbe permesso di continuare a vivere sonni tranquilli, dal punto di vista economico, decisamente per molto tempo. Alla fine, tuttavia, Zamorano si è ritrovato sul lastrico, tanto che due colossi bancari reclamano ancora oggi dall’ex centravanti più di due milioni e mezzo di euro.

In Germania, negli anni Ottanta, militò Souleyman Sané, calciatore ghanese che vestì le maglie di diverse squadre della Bundesliga. Sané guadagnò durante la propria carriera oltre due milioni di euro. L’inizio della caduta per lui risale ad un investimento fallimentare da circa 150.000 euro. In breve tempo, l’ex giocatore africano ha poi perso tutto ed attualmente vive grazie ad un sussidio economico pari a 1.500 euro al mese.

Una triste storia, stavolta piuttosto recente, infine, giunge dall’Inghilterra. Adam Johnson, a soli diciotto anni, dimostrò sui campi della Premier League tutto il proprio valore come esterno offensivo con la casacca del Middlesbrough. Nel 2010, arrivò addirittura la chiamata del ricco Manchester City dello sceicco Mansour. Sembrava il principio di una carriera trionfale ed invece si rivelò l’inizio della fine per Johnson. Tre anni all’Etihad Stadium senza grossi acuti e la sensazione di aver perso quel treno che passa una volta sola nella vita. Johnson finisce al Sunderland, squadra della sua città, dove dimostra comunque di essere rimasto un buon profilo di calciatore. Nel marzo del 2015, però, la notizia terribile: Johnson viene arrestato con l’accusa di aver molestato una ragazza di appena 15 anni. E’ la fine, dell’uomo prima che del calciatore. Il Sunderland lo caccia ed un anno dopo arriva la sentenza: sei anni di prigione, che l’ex talento inglese sta attualmente scontando.

Comments

comments

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

Mario Kempes racconta i Mondiali 1978

Paolo Valenti

Published

on

Mario Kempes fu l’eroe della nazionale argentina che nel 1978 conquistò il suo primo titolo mondiale, trascinando l’Albiceleste nella seconda fase del torneo. Oggi apprezzato commentatore della ESPN latinoamericana, Kempes ci ha rilasciato questa intervista esclusiva, nella quale ricorda l’atmosfera che si respirava nel giugno del 1978 all’interno della Seleccion di Menotti.

Mario, sai che prima del Mundial in Argentina alcuni non volevano che in nazionale andassero i calciatori che giocavano all’estero. Eri disturbato da quelle affermazioni?

No, non mi dava fastidio. In nazionale eravamo solo in tre a giocare all’estero, quindi non si può certo dire che l’Argentina avesse un numero esagerato di “stranieri”.

Qual era la squadra che temevate di più all’inizio di quel mondiale?

Temere nessuna. Direi più che altro che portavamo rispetto verso molte di quelle che avevamo avuto modo di veder giocare. Noi eravamo dei “novizi” in quel mondiale, nonostante qualcuno avesse già giocato in Germania nel 1974.

Quali furono i meriti di Luis Menotti?

Io credo che Menotti abbia dovuto fare un gran lavoro per far capire alla gente che quella era la selezione migliore, nonostante nelle sette partite che facemmo non si vide un gran gioco. Quella era la formazione più equilibrata e alla fine lui riuscì a trovare il tipo di gioco che cercava.

Nonostante la pressione che da un mondiale, riuscivate a scherzare, a trovare dei momento di svago?

Eravamo una squadra con molta meno esperienza di altre per cui non ci fu molto spazio per le risate. Tra un allenamento, la partita, il risposo dopo una partita e poi ancora l’allenamento successivo non ci fu materialmente il tempo per gli scherzi.

Dopo la morte del fratello, come riuscì Luque a ritrovare la voglia di giocare con voi?

Tra l’appoggio che gli assicurammo noi e la grande forza interiore che aveva, Leopoldo riuscì a superare il lutto e a concentrarsi sul mondiale.

Bertoni, in un’intervista rilasciata poche settimane prima del mondiale, disse che aveva sognato di fare il gol decisivo nella finale. Era un aneddoto che aveva raccontato anche a voi?

Io non sapevo di quell’intervista perché allora non vivevo in Argentina, però pare che andò proprio così e che la sua “visione” spettacolare divenne realtà.

Cosa pensasti quando l’Olanda prese il palo al 90°?

Non avemmo modo di pensare a nulla visto che il tempo che intercorse tra il tiro e il momento in cui il pallone colpì il palo durò solo decimi di secondo. Fu come festeggiare un goal: per quello servono quarantacinque secondi mentre per festeggiare un palo avversario ne bastano dieci.

Cosa sarebbe successo se quel pallone fosse entrato? Sarebbe cambiato qualcosa anche dal punto di vista politico-sociale?

Io credo che il problema della vittoria dell’Olanda sarebbe stato unicamente sportivo, socialmente e politicamente non sarebbe cambiato nulla. Quello che sarebbe davvero cambiato è che noi adesso non saremmo qui a fare questa intervista.

Cosa daresti per rivivere quella notte?

Purtroppo non sono cose che si possono ripetere. Però credo che aver giocato la finale di un mondiale, averla vinta per l’Argentina ed aver segnato due gol, tutto in una sola notte, sia più che sufficiente!

Aveva un segreto la vostra nazionale?

Ci sarebbero molte cose di cui potrei parlare, però credo che fu importante per noi argentini rimanere concentrati solo sul futbol, parlare tutto il giorno solo di quello. In quel modo diventammo sempre più forti e credemmo sempre di più nel gruppo. Certo, l’eventualità della sconfitta rimaneva ma noi beneficiammo molto di quella “concentrazione”, tanto da diventare campioni.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Lazio, l’amarezza di una sera non cancella il valore di una stagione

Tommaso Nelli

Published

on

Sulla spiaggia lascia sempre qualcosa, la mareggiata. Detriti e bellezze, monili e chincaglierie. Da esaminare con attenzione, non appena le onde si placano. Per capire cosa tenere e cosa no. Vale anche per l’immaginario arenile di Formello. Dove se è comprensibile l’amarezza per la mancata qualificazione alla Champions League, sarebbe ora insensato trascurare i tesori depositati dai dieci mesi di una tempesta quasi perfetta.

A cominciare dalla Supercoppa Italiana, quarta della storia e seconda dell’era Lotito, vinta lo scorso agosto, al 93’, contro la Juventus, in un 3-2 cuore e orgoglio. Proprio il confronto con i bianconeri (sette scudetti e quattro coppe Italia consecutive) è la seconda perla del forziere biancoceleste. Perché la Lazio è stata l’unica, fra Italia ed Europa, ad averli battuti due volte (2-1 a Torino, con rigore respinto da Strakosha a Dybala al 97’). Nemmeno il Real Madrid c’è riuscito. Tra i gioielli, anche il miglior attacco della Serie-A (89 reti, 2.34 a partita), Immobile capocannoniere (29 gol), ma, soprattutto, una stagione da protagonista quando il copione iniziale aveva scritturato un ruolo da comparsa. Perché dei 28,9 milioni sborsati durante l’estate 2017, 11,5 erano andati per Pedro Neto e Bruno Jordão, lusitani freschi maggiorenni spediti a maturare in “Primavera”. Il restante budget perlopiù tra Marusic, pescato nella “Jupiler Pro League” (Serie-A belga) ma ben presto titolare, e Lucas Leiva, giunto dal Liverpool tra lo scetticismo generale salvo far dimenticare, in meno di un mese, quel Biglia ceduto per 17 milioni al Milan. Che ne aveva spesi ben 194 per arrivare sesto, a otto punti dai capitolini, senza mai lottare per quella Champions League suo obiettivo dichiarato e per la quale la Lazio ha invece combattuto fino a dieci minuti dalla fine del campionato. Con grinta e con ardore, sconfinando dalla normalità che l’avrebbe voluta alla periferia dell’empireo nell’eccezionalità di poterlo abitare. Una sfida che ha visto un club a dimensione economica locale fare leva sullo spessore umano dei suoi atleti per battersi alla pari contro società alimentate da capitali asiatici e americani. Una sfida che ha restituito al calcio una vena di romanticismo.

E aver generato sentimento e passione è un’altra gemma dell’annata laziale. Merito di una squadra che mai si è risparmiata, andando a volte anche oltre le proprie possibilità, e che ha sempre espresso un calcio spumeggiante. Dove ha brillato Luis Alberto, oggetto misterioso fino a dodici mesi fa, come sagace raccordo tra Immobile e il centrocampo; dove si è esaltato un futuro campione come Milinkovic-Savic; dove è stato lanciato un giovane d’avvenire come Luis Felipe. Alla prima stagione della carriera su tre fronti, Simone Inzaghi ha superato l’esame con ottimi voti. Perché la Lazio ha reso sia in campionato (terminato a pari punti con l’Inter che aveva annunciato aspettative di “Grande Europa” e a “-5” dalla Roma semifinalista di Champions), sia nelle coppe: semifinale di coppa Italia persa al settimo rigore e quarti di finale di Europa League, la migliore italiana di una manifestazione che prosciuga energie perché si gioca il giovedì sera, spesso in luoghi lontani (Kiev) o senza aeroporto (tipo Arnhem o Waregem). Tra i pregi del tecnico piacentino, aver tirato fuori il massimo da tutto il gruppo e averlo tenuto unito, recuperando un Felipe Anderson che in inverno, dopo qualche panchina di troppo, sembrava prossimo alla rottura.

Proprio il brasiliano è la chiave per aprire il baule delle chincaglierie. Dove si trova una rosa con un grosso limite per avere ambizioni in tre competizioni: l’ampia distanza, in termini di qualità, tra i titolari e le alternative.  A parte Felipe Anderson, unico alla pari della formazione maggiormente impiegata, soltanto Caceres, arrivato però a gennaio, Murgia e Lukaku si sono dimostrati all’altezza della situazione. Troppo poco per affrontare 55 partite (1,5 a settimana), impegni con le nazionali esclusi. Lucas Leiva, di fatto, non ha avuto un sostituto, perché il designato, Di Gennaro, causa anche problemi muscolari, ha disputato poco meno di 200 minuti. Anche Strakosha ha rifiatato soltanto in due occasioni. Un’inezia per un portiere del frenetico calcio odierno. Infine, sarebbe occorso anche un sostituto tecnico di Immobile. Perché Caicedo è sì un centravanti, ma di posizione, che non attacca lo spazio in velocità. Nani, invece, una seconda punta.

Dalla qualità alla mentalità. Altro limite. Alla Lazio è mancato il colpo dello scorpione, cioè saper iniettare all’avversario il veleno nel momento decisivo. A Salisburgo, sullo 0-1, fallì il raddoppio con Luis Alberto e poi crollò, subendo 3 gol in 6 minuti. Contro il Milan, in semifinale di coppa Italia, ai rigori, sull’1-0, per due volte non approfittò delle parate di Strakosha sui tiri di Rodriguez e Montolivo. In campionato, ha raccolto appena 2 punti all’Olimpico contro avversari alla sua portata come Spal, Bologna e Genoa, sprecando l’impossibile nel match-ball contro un Crotone poi retrocesso. La Champions League doveva arrivare dalle rive dello Ionio, senza aspettare un’ultima partita nella quale la motivazione del “Grande Traguardo”, ottimo omeopatico contro la stanchezza (vedi successi di fila contro Fiorentina, Samp e Torino), è stata insufficiente per stringere i denti anche nel quarto d’ora finale. Dove, al contrario, la squadra, come a Salisburgo, ha perso lucidità ed è andata in tilt al cospetto di un Inter tutt’altro che irresistibile. Da Strakosha a capitan Lulic, da De Vrij a Inzaghi: perché, sapendo d’Immobile autonomo per massimo 70’, non ha inserito Caicedo invece di chiudere senza punte di ruolo? E perché non la grintosa esperienza di Caceres, bensì Bastos, per Radu?

Nel quarto posto annegato tra gli ultimi flutti, anche più di un errore arbitrale a sfavore. Come il gol di mano di Cutrone nella sconfitta di San Siro o i calci di rigore non dati a Immobile (contro il Torino e a Cagliari) e a Lucas Leiva (contro la Juventus, all’Olimpico, sullo 0-0). Episodi che, più che sulla bontà del Var, portano a chiedersi come tanta solare visibilità sia potuta sfuggire all’occhio umano.

Dal recente passato al prossimo futuro. Dal tramonto di questa stagione la Lazio dovrà conservare il raggio verde funzionale alla nuova alba: ovvero quel felice connubio di solidarietà e spensieratezza tra giocatori e staff tecnico che l’ha spinta fino alle colonne d’Ercole del sogno. Senza di esso in uno spogliatoio sono inutili anche i migliori calciatori al mondo. Quindi scegliere prima la persona del giocatore. Perché, come scrisse Sallustio nel Bellum Iugurthinum, Concordie parvae res crescunt, discordie maximae dilabantur” (Nella concordia le piccole cose crescono, nella discordia le più grandi svaniscono). E dalle parti di Formello gli antichi hanno sempre esercitato un certo fascino.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Giornata della Diversità: Rifugiati FC, l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Paolo Valenti

Published

on

Per la Giornata Mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo che si celebra oggi, vi raccontiamo la storia di una scuola calcio negli Stati Uniti che ha capito che il mondo non è di un colore solo.

Tempo fa, passeggiando davanti alla libreria di casa, mi è capitato di incrociare lo sguardo sul dorso di un libro che avevo letto una decina d’anni fa: Rifugiati Football Club, scritto dal giornalista Warren St. John, al tempo reporter del New York Times. Georgia on my mind mi è venuto da pensare. Perché? Perché, proprio come l’episodio che ha coinvolto Donald Trump alla Mercedes Benz Arena lo scorso Gennaio, anche la storia vera narrata nel libro è ambientata in questo stato del sud degli Stati Uniti. Non ad Atlanta bensì a Clarkston, cittadina a una quindicina di miglia di distanza dalla capitale, nella quale Luma Mufleh, una donna giordana dal carattere adamantino, fondò la squadra dei Fugees, i rifugiati, nel giugno del 2004.

Da quattordici anni Clarkston era diventata un centro di accoglienza designato dalle organizzazioni internazionali per rifugiati, i quali si ritrovavano lì a dover inventare un futuro dignitoso per le loro vite. Come in ogni sradicamento, l’integrazione era il più grande problema da risolvere. Non solo nel paese di accoglienza ma anche nel contesto di relazione tra rifugiati che, provenienti dai luoghi più disparati, erano espressione di usanze e culture spesso in rotta di collisione. In un tessuto sociale così articolato e fragile, il carattere determinato e l’inclinazione all’impegno di Luma Mufleh trovarono nel calcio un potente strumento di condivisione delle uguaglianze e rispetto delle differenze che convinse i ragazzi a seguire regole spesso difficili da accettare per giovani alla ricerca di identità e speranza nel futuro: rinunciare al fumo e all’alcool, rispettare gli orari e l’allenatore, profondere sempre il massimo impegno. Regole di buon comportamento da seguire anche fuori dal campo di gioco per non perdersi nelle insidie della vita di chi è povero e straniero.


E’ così che ragazzi originari di Etiopia, Sudan, Liberia, Bosnia, Somalia, Congo, Iraq, Afghanistan (paesi che, presumibilmente, rientrano nella presunta definizione “shithole” per cui  Trump si sarebbe nuovamente, maldestramente accaparrato i titoli di apertura dei giornali degli ultimi giorni) hanno trovano una via per raggiungere i loro scopi. Una storia vera che mostra quel volto dell’America che oggi i media non riescono a riportare, travolti dalle continue escursioni nel campo della tracotanza di un Presidente che probabilmente la storia ricorderà come uno degli sbagli più grossi generati dalla democrazia americana. Un racconto che aiuta a svelare il volto più nobile dell’America, fatto di valori positivi e di speranza nel futuro che rende gli Stati Uniti non tanto un luogo geografico quanto, soprattutto, uno spazio nascosto nel cuore di ogni persona. Ed è rasserenante pensare che di questi valori lo sport, il calcio in questo frangente, sia riuscito a farsi strumento di traduzione nel quotidiano. Un calcio lontano anni luce dal carrozzone multimilionario che riempie i palinsesti delle televisioni di tutto il mondo ma che di quel carrozzone rimane pilastro fondamentale senza il quale tutto verrebbe a cadere. Un calcio capace di rispondere coi valori dello sport alle inevitabili difficoltà della convivenza tra popolazioni diverse, in grado di dare una risposta concreta alle sterili dichiarazioni di politici chiusi in una visione ottusa della realtà.

Una storia di sport, quella di Luma Mufleh, che è continuata negli anni diventando storia di speranza per tante giovani vite sopravvissute alla guerra: la sua organizzazione no profit Fugees Family (www.fugeesfamily.org) gestisce tutt’oggi programmi di scuola calcio e assistenza all’istruzione destinati a bambini rifugiati provenienti dalle più disparate nazioni. A dimostrazione che il calcio vero non si gioca a Stamford Bridge o al Santiago Bernabeu ma in ogni angolo del mondo dove è capace di generare felicità e speranza.

Comments

comments

Continua a leggere

Trending