E’ di più di un anno fa la triste immagine di un Paul Gascoigne che scende da un taxi completamente stravolto dopo l’ultimo ricovero in ospedale a causa dei suoi ormai arcinoti problemi legati al consumo di alcol. ‘Gazza’ ci era cascato di nuovo. E dire che circa un anno prima aveva rilasciato un’intervista ai tabloid inglesi, mentre era intento ad effettuare dei lavori di manutenzione all’interno della propria casa, in cui si mostrava sicuro di aver dribblato l’avversario più difficile della sua vita una volta per tutte.

Purtroppo, la storia ha dimostrato per l’ennesima volta il contrario. Campione eccezionale sul campo (ne sanno qualcosa i tifosi della Lazio), Gascoigne è ricordato da diversi ex compagni come un autentico fenomeno anche al di fuori del rettangolo verde, grazie alle sue doti di inguaribile bontempone.

La dipendenza dall’alcol, tuttavia, è esplosa con tutta la propria forza al termine della carriera dell’ex centrocampista inglese, rovinandogli completamente l’esistenza.

‘Gazza’, comunque, è soltanto l’ultimo caso di vecchia gloria del calcio mondiale rovinata dai propri vizi, che si tratti di alcol, sostanze stupefacenti o fragorose cadute dal punto di vista economico.

L’esempio più lampante di ciò resta, senza dubbio, George Best. “Ho speso molti soldi per alcool, donne e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato”: questo il must nella vita di colui che sembrò essere il più vicino a Pelé prima dell’avvento di Maradona. Un enfant prodige che a soli diciassette anni si era preso la maglia numero sette del Manchester United ed aveva iniziato a strabiliare i calciofili di tutto il mondo grazie a dribbling incredibili e giocate da circo.

Il successo irruppe prepotentemente nella vita del nordirlandese, che decise così ben presto di gettare alle ortiche il proprio talento in favore di una vita assolutamente sregolata. A ventisette anni, Best era già praticamente un ex calciatore. L’autodistruzione era iniziata. La morte lo colse a soli 59 anni, dopo un lungo periodo di ricoveri in varie cliniche specializzate nella lotta alla dipendenza dall’alcol.

Sempre in Gran Bretagna, altri esempi di uomini in lotta con i propri demoni interiori conducono a Stan Bowles, ex giocatore britannico e tra i più talentuosi degli anni settanta, ed il leggendario capitano dell’Arsenal, durante gli anni 90 ed i primi 2000, Tony Adams, che dopo gli Europei del 1996 ammise pubblicamente i suoi problemi con l’alcol raccontandoli in una biografia: “Fuorigioco – La mia vita con l’Alcool”. Quest’ultimo, per fortuna, rispetto a ‘Gazza’ e a Best, è riuscito poi a salvare se stesso in tempo ed a creare addirittura un’associazione per calciatori colpiti dal suo stesso problema.

Come non ricordare, inoltre, il caso del già citato ‘Pibe de Oro’: Diego Armando Maradona. Il più grande calciatore della storia insieme a Pelé. Maradona deliziò i tifosi del Napoli per oltre sei anni, fino al maledetto 17 marzo del 1991. Si gioca Napoli-Bari. Il match termina 1-0 per i partenopei ma nel controllo antidoping successivo alla partita l’argentino viene trovato positivo alla cocaina. Fine dei sogni di gloria per i tifosi azzurri, che tornano sulla terra dopo quasi un decennio in cui si erano trovati in paradiso grazie a ‘El Diego’, e per lo stesso Maradona, che proverà a tornare al calcio giocato tra Siviglia, Newell’s Old Boys e Boca Juniors ma verrà macchiato da una seconda squalifica per uso di efedrina, sostanza stimolante proibita, durante i Mondiali del 1994.

Nel Barcellona degli anni Ottanta, insieme allo stesso Maradona, giocò il terzino spagnolo Julio Alberto, considerato uno dei migliori laterali della storia blaugrana. Nel 1993, però, dopo il ritiro dall’attività agonistica, Julio Alberto finì solo, senza lavoro, amici e denaro. Egli chiese, così, aiuto proprio a Maradona, che a sua volta lo spagnolo aveva supportato durante il suo turbolento periodo seguito alla positività alla cocaina. L’idolo di Napoli, tuttavia, a detta di Julio Alberto, non ricambiò il favore, lasciando lo spagnolo in condizioni economiche e psicologiche disastrose.

Un’altra carriera buttata, che da queste parti purtroppo conosciamo bene, riguarda l’ex interista Adriano. Il potente centravanti brasiliano fece sognare i tifosi nerazzurri durante l’estate del 2001 quando, appena giunto nel Belpaese, realizzò un gol pazzesco su punizione in un’amichevole contro il Real Madrid. Era nata una stella. Prestito alla Fiorentina prima ed al Parma poi, raffiche di gol ed, infine, il ritorno a Milano nel gennaio del 2004. Un anno e mezzo di livello, poi il brusco calo. Nessuno riuscì a spiegarsi i motivi di tale involuzione fino a quando sulla stampa emersero i problemi personali dell’Imperatore: fiumi di alcol ed una vita non proprio da atleta. E’ la fine del fenomeno brasiliano a soli 24 anni. Proverà a tornare a grandi livelli tra Brasile ed un nuovo, fugace, passaggio in Italia (alla Roma) ma sarà tutto inutile: la luce ormai si è spenta. Sarà lui stesso, successivamente, a raccontare il proprio incubo ed il suo progressivo tracollo nella depressione, inghiottito dal lusso e dagli eccessi di Milano. Uno stile di vita che lo ha portato addirittura alla voglia di farla finita. “Mi mancava la famiglia, avevo smesso di credere in Dio. Chiamai mia madre per dirle che stavo pensando al suicidio“, le parole di Adriano a Globoesporte.


Ai tempi dell’Inter, compagno del brasiliano fu, tra gi altri, l’olandese Andy Van der Meyde, sgusciante ala offensiva cresciuta nell’Ajax. Sembrava un predestinato, uno dei calciatori designati a diventare tra i migliori del pianeta ma, una volta giunto all’ombra della Madunina, si perse completamente. Pareva il classico esempio di promessa non mantenuta, invece dietro la sua storia si celava molto di più: alcol, droga ed eccessi. L’olandese ha poi raccontato in una biografia il suo declino sportivo e privato.  “Dopo una settimana a Milano stavo male, mi consumava la nostalgia, era un ambiente fatto di eccessi con il presidente che dopo ogni vittoria allungava ai giocatori fino a 50 mila euro a testa. Un inferno personale che continuò anche nell’esperienza in Premier League: “All’Everton mi proposero uno stipendio di 37 mila euro a settimana, più del doppio di quello che percepivo all’Inter. Ci andai di corsa e la prima cosa che feci fu comprare una Ferrari e andare a sbronzarmi al News Bar, uno dei locali più in voga di Liverpool. La mia giornata terminò in uno strip-club. Andavo pazzo per le spogliarelliste. Fu lì che conobbi Lisa e me ne innamorai subito. Bere e sniffare cocaina era una cosa all’ordine del giorno“. Nel suo libro, Van der Meyde confessa di aver bevuto anche prima di andare agli allenamenti e di aver spesso utilizzato farmaci per vincere l’insonnia e stare accanto alla figlia Dolce, colpita da una grave malattia all’intestino. “Rubavo medicine dallo studio medico del club, utilizzavo cocaina, capii che dovevo scappare da Liverpool o sarei morto“. Oggi, il suo sogno è quello di allenare i più giovani, probabilmente anche per evitare che possano commettere i suoi stessi errori e rovinarsi una carriera promettente.

Dalle parti di Milano, sponda interista, passò per una fugace apparizione anche l’ex Lazio e Parma Matias Almeyda. Un guerriero in campo, uno che viene spesso ricordato ancora oggi per i suoi modi tutt’altro che teneri di affrontare gli avversari sul rettangolo verde. Eppure, lo spettro dell’eccesso ha colpito anche giocatori che a prima vista sembrerebbero insospettabili, proprio come lui. In un’autobiografia, come Van der Meyde, Almeyda ha raccontato alcune tra le fasi più difficili della sua vita: “Una volta ad Azul, il mio paese, ho bevuto cinque litri di vino come fosse Coca Cola e sono quasi finito in coma etilico. Ho fatto 5 ore di flebo, quando mi sono svegliato ho visto tutta la mia famiglia intorno al letto, ho pensato che fosse il mio funerale”.

Quanti ancora gli esempi di sudamericani che, giunti nel mondo dorato del calcio europeo dopo un’infanzia e adolescenza in povertà, non sono stati in grado di resistere alle tentazioni. Dall’ex parmense Faustino Asprilla al leggendario portiere colombiano Renè Higuita, passando per Romario ed il funambolico Garrincha. Quest’ultimo, ricordato per essere stato probabilmente il miglior esterno offensivo della storia, fu distrutto a sua volta dall’alcol. La valanga di soldi guadagnati durante la propria carriera finì ben presto e l’ex campione verde-oro trascorse la maggior parte del tempo dopo il ritiro dal calcio nella povertà totale.

Sempre in Sudamerica, ma in questo caso dal Cile, proviene Ivan Zamorano, passato anche nel nostro paese per vestire la maglia dell’Inter e divenuto celebre a Milano per il suo 1+8 sulla maglia (dal momento che la casacca numero 9 fu ceduta a Ronaldo una volta giunto in Serie A). L’ex campione cileno, dal 1992 al 1996, militò anche nel Real Madrid. Una carriera, insomma, che gli avrebbe permesso di continuare a vivere sonni tranquilli, dal punto di vista economico, decisamente per molto tempo. Alla fine, tuttavia, Zamorano si è ritrovato sul lastrico, tanto che due colossi bancari reclamano ancora oggi dall’ex centravanti più di due milioni e mezzo di euro.

In Germania, negli anni Ottanta, militò Souleyman Sané, calciatore ghanese che vestì le maglie di diverse squadre della Bundesliga. Sané guadagnò durante la propria carriera oltre due milioni di euro. L’inizio della caduta per lui risale ad un investimento fallimentare da circa 150.000 euro. In breve tempo, l’ex giocatore africano ha poi perso tutto ed attualmente vive grazie ad un sussidio economico pari a 1.500 euro al mese.

Una triste storia, stavolta piuttosto recente, infine, giunge dall’Inghilterra. Adam Johnson, a soli diciotto anni, dimostrò sui campi della Premier League tutto il proprio valore come esterno offensivo con la casacca del Middlesbrough. Nel 2010, arrivò addirittura la chiamata del ricco Manchester City dello sceicco Mansour. Sembrava il principio di una carriera trionfale ed invece si rivelò l’inizio della fine per Johnson. Tre anni all’Etihad Stadium senza grossi acuti e la sensazione di aver perso quel treno che passa una volta sola nella vita. Johnson finisce al Sunderland, squadra della sua città, dove dimostra comunque di essere rimasto un buon profilo di calciatore. Nel marzo del 2015, però, la notizia terribile: Johnson viene arrestato con l’accusa di aver molestato una ragazza di appena 15 anni. E’ la fine, dell’uomo prima che del calciatore. Il Sunderland lo caccia ed un anno dopo arriva la sentenza: sei anni di prigione, che l’ex talento inglese sta attualmente scontando.

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