Più veloce, più alto, più forte. Il motto olimpico decoubertiniano, che vale ancor di più per chi deve superare anche limiti fisici in nome della gloria paralimpica, ha trovato un interprete di lusso. Abdellatif Baka, algerino di 22 anni, ha firmato il nuovo record del mondo dei 1500 nella categoria T13, riservata ad atleti con deficit visivo (ma senza guida, prevista invece per la T11 e la T12). Ha corso in 3’48”29, un tempo che gli avrebbe dato l’oro anche nella finale per i normodotati.

L’Algeria conquista il primo oro alle Paralimpiadi di Rio, e solo per 25 centesimi il fratello Fouad non completa uno straordinario trionfo familiare. Chiude solo quarto, dietro l’etiope Tamiru Demisse e il keniota Henry Kirwa. Tutti i primi quattro vanno più forte di Matthew Centrowitz, primo oro olimpico Usa sulla distanza dal 1908, dal trionfo di Mel Sheppard (che vinse anche 800 e staffetta), convinto di essere stato avvelenato perché scartato alle prove per dirigenti della polizia di New York, che sarà poi uno degli avvocati difensori sconfitti di Bruno Hauptmann, condannato per il rapimento del figlio di Charles Lindbergh.

Figlio d’arte, il padre ha corso i 1500 a Montreal 1976 e ora allena la squadra di atletica dell’American University, Centrowitz ha vinto la finale più lenta sulla distanza dal 1932, anche per la sciagurata tattica di gara del tre volte campione del mondo e campione olimpico del 2008 Asbel Kiprop, imbattibile con le lepri a scandire l’andatura, molto meno a interpretare una corsa tattica.

L’americano ha chiuso in 3’50”00 una finale in cui si entrava con 3’40”. Ha vinto con un tempo che non sarebbe bastato nemmeno per qualificarsi alla semifinale. «Peccato non esserci stato ad agosto» ha ammesso Baka: difficile dargli torto.

Al di là di Pistorius, argento mondiale nella staffetta 4×400 e primo atleta amputato alle Olimpiadi, non è il primo caso di campione paralimpico che sfodera prestazioni anche migliori dei normodotati. Il caso più eclatante rimane Markus Rehm, portabandiera tedesco nella cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi di Rio. Amputato a una sola gamba, è Blade Jumper, il saltatore sulle lame. Ha un personale nel lungo di 8.40, record del mondo nella categoria T44. Con questa misura sarebbe stato oro olimpico a Londra e a Rio, almeno grazie al braccio spinto indietro da Lawson che ha lasciato il titolo a Jordan Henderson (8.38): l’americano porterà poi la sua prima medaglia olimpica alla nonna paralizzata a letto dal morbo di Azheimer.

Rehm, primo al Grand Prix di Glasgow quest’anno, aveva il minimo per andare ai Giochi con i normodotati  ma la Iaaf gliel’ha impedito. Non ci sono ricerche che dimostrano i vantaggi delle protesi, ma l’atleta, è questa la tesi un po’ da comma 22, non ha provato l’assenza di tali vantaggi. C’era anche un italiano fra gli scienziati che hanno condotto le analisi, Paolo Taboga, raccontava Claudio Arrigoni sulla Gazzetta dello Sport. “Gli atleti con protesi rallentano meno, risultando più efficaci al momento dello stacco, quelli non amputati sono più veloci nella rincorsa” spiegava.

Anche in Italia abbiamo il nostro baby prodigio, Raffaele Di Maggio, 15 anni e un deficit intellettivo-relazionale che lo condiziona dalla nascita. Legge e scrive con difficoltà, ha una forma di dislessia, è goffo ma corre come nessuno: ai campionati del mondo Inas per le persone con disabilità intellettiva ha vinto i 60 metri piani in 7”11. È il recordo italiano tra i cadetti: tutti, normodotati compresi. E potrebbe correre ancora più forte: secondo Orazio Scarpa, l’insenante di educazione fisica che l’ha avviato alla corsa, non è nemmeno uno sprinter puro, è un futuro duecentista o quattrocentista. Potrebbe salire più alto, fino alla Nazionale assoluta.

Ma il vero superman dello sport rimane Matt Stutzman, americano senza braccia eppure fuoriclasse assoluto del tiro con l’arco. Lo sorregge con la gamba e scocca la freccia con la bocca. È l’unico arciere al mondo, in assoluto, che abbia mai centrato un bersaglio posto a 310 yard di distanza (poco più di 283 metri). I limiti sono davvero solo un’illusione.

Close