Noi e loro, noi contro loro: quella tra calcio e Jihad è una storia lunga, spesso ambigua, ma dai riflessi cristallini. Quel tipo di riflesso che è capace di restituirti solo un ottimo specchio. Perché al grido di noi contro il mondo, il calcio e la Jihad sono da oltre vent’anni spesso mescolati, fino a sembrare davvero uno lo specchio dell’altra, tra promesse di gloria e promesse di eternità. Non meraviglia la tetra notizia dei giorni scorsi, che ha reso di pubblico dominio come Khalid El Bakraoui, il kamikaze della metropolitana di Maelbeek, a Bruxelles, avrebbe usato l’identità dell’ex giocatore dell’Inter Ibrahim Maaroufi: non può meravigliare, e quello del calciatore terrorista non è mai stato un ossimoro da barzelletta. Da Trabelsi a Burak Hakan, è lunga la lista di calciatori, di età diverse, livelli diversi e terre diverse, che negli ultimi anni hanno abbandonato il pallone e i sogni di fama e gloria, o quelli della semplice emancipazione da una realtà complicata per una legittimazione economica e sociale col calcio, scegliendo di imbracciare il kalashnikov. Tanti hanno lasciato la loro squadra per una squadra d’altra risma, senza che questo comportasse per loro troppe differenze.

Del resto, in Medio Oriente si respira calcio quanto e forse più che in Europa: era così vent’anni fa, è così ancora di più oggi, con il mondiale qatariota ormai a portata visiva, e il tentativo sempre più incisivo di portare star del football o ex tali negli Emirati. Ma la passione anche da parte dei militanti delle regioni più fondamentaliste della fascia islamica per il pallone a scacchi parte da più lontano, da una profondità maggiore, fino a sfiorare l’antropologia.Ai terroristi di quelle zone il gioco deve sembrare un intrattenimento perfetto: una passione tradizionalmente maschile e asessuata, dallestensione globale e spesso oggetto di dispute tra tribù contrapposte, racconta il giornalista giramondo britannico Simon Kuper nel suo magnum opus, Football against the Enemy. I dittatori locali, che nel resto del mondo sono una razza in via di estinzione, sfruttano il calcio per ottenere prestigio. E in quelle dittature, se cercate dissenso, andate allo stadio. Il caso più clamoroso è rappresentato da quella partita in cui un rigore assegnato alla squadra della famiglia Gheddafi, a Tripoli, il 9 Luglio del 1996, scatenò una rivolta dalle profondissime connotazioni politiche. I tifosi iniziarono a cantare slogan contro il Colonello, le guardie del corpo dei suoi figli cominciarono a sparare, ma la contestazione non si fermò, si spostò in strada, dove la gente tirava sassi contro le auto e continuava a cantare contro Gheddafi. Per alcune fonti, fu di cinquanta morti il bilancio di quella giornata storica. Perché il calcio sa essere un varco importante, in un verso, ma anche nel verso opposto. Ma questa è un’altra storia.

Quella relativa a calcio e terrore è una storia fatta da tante facce, quasi sempre dai giovanissimi lineamenti, quasi sempre con tante prospettive davanti a sé. Che spesso non bastano. Perché se è vero che il primo e più noto caso è quello di Nizar Trabelsi, il centravanti di Bin Laden, che attese la fine della sua carriera nel calcio europeo (Fortuna Dusseldorf  e Standard Liegi tra le altre) per arruolarsi con Al-Qaeda, e che dopo l’arresto due giorni dopo l’11 settembre, l’estradizione negli USA e 12 anni di prigione nei quali non mancò di ribadire Amo Osama bin Laden, lo considero mio padre, oggi è un uomo libero, diverso e più inquietante è il discorso relativo a Burak Hakan. Era una stellina del calcio tedesco: a 17 anni era stabilmente nel giro della Nazionale, da mediano, assieme a Sami Khedira e Kevin Prince Boateng. Aveva talento, Burak Hakan, tanto talento. “Soldi e carriera non erano importanti per lui, disse il fratello alla Bild, raccontando che a un certo punto  il suo sogno dal calcio passò ad essere “quello di aiutare i suoi fratelli musulmani. Marcus Olm, suo allenatore ai tempi dell’Hannover, ricorda che non importava se si stesse allenando o se si trovasse in trasferta, doveva pregare cinque volte al giorno. Burak Hakan, un giorno del 2013, stanco di pregare e basta, partì per la Siria. Morì ad Azaz, al confine con la Turchia, in un raid dell’esercito siriano. Aveva 26 anni.

Si presentava con il passamontagna e un kalashnikov in braccio, in un video di propaganda risalente a due anni fa, con il nome di Abu Issa Al-Andalusi, un altro sedicente ex calciatore che, spiegava la voce fuori campo, “cresciuto con Ronaldo, ha giocato per l’Arsenal, ma poi ha abbandonato il calcio, i soldi e lo stile di vita europeo per amore di Allah. Ha giocato per l’Arsenal a Londra, ma si è reso conto che quella genere di vita non era per lui, così ha lasciato tutto ed è partito per la jihad due anni fa. Il clamore e la viralità della notizia fecero sì che in un primo momento fosse frettolosamente identificato in Lassana Diarra, che se ne stava bel bello nel campionato russo, e che fu costretto a smentire. Il destino sa essere beffardo quanto becero: pochi mesi dopo, mentre era in campo allo Stade de France contro la Germania con la maglia della Nazionale Francese, Diarra avrebbe perso la cugina durante gli attacchi di Parigi.

Quello della particolare devozione da parte del terrorismo islamico per i Gunners è comunque un’altro capitolo interessante, ambientato in quel terreno scivoloso e accidentato tra leggenda e realtà. I ben informati raccontano di una passione di Osama bin Laden per lArsenal, risalente ai primi anni ’90. Quel che è accertato è che, durante la sua permanenza per tre mesi a Londra, nel 1994, bin Laden andò a veder giocare l’Arsenal per quattro volte.

Lo stesso percorso di Al-Andalusi, dal Portogallo a Londra, infine alla Siria, fu peraltro compiuto da cinque giovanissimi calciatori portoghesi, (tra questi ci sarebbe anche il 22enne Fabio Pocas, un passato nel vivaio dello Sporting Lisbona) arruolatisi per la Jihad un anno e mezzo fa. Più o meno lo stesso periodo nel quale moriva in Siria il 23enne Nidhal Selmi, promessa del calcio tunisino, arruolatosi per il califfato di al-Baghdadi.

Per lungo tempo i terroristi sono stati affascinati dal calcio. Per loro si tratta di qualcosa di più che un semplice passatempo, scrive ancora Simon Kuper. Le due strade hanno una serie di somiglianze. Far parte di una squadra di calcio è un tipo di legame maschile non del tutto diverso da quello che si stringe facendo parte di una cellula del terrorismo islamico. In entrambi i gruppi, giovani uomini tendono a sviluppare un atteggiamento da «noi contro il mondo». Non sorprenderà che una squadra di calcio palestinese della moschea Jihad a Hebron avesse il doppio ruolo di incubatrice per attentatori suicidi: cinque dei suoi calciatori si fecero esplodere per attaccare obiettivi israeliani.

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Il calcio come passaggio, come metafora, il calcio come dimensione. Come filtro attraverso cui vedere le cose. Anche per un terrorista islamico. Soprattutto per un terrorista islamico. Bene e Male. Attacco e difesa. Spirito di squadra ed appartenenza. Su un nastro, un membro di Al-Qaeda raccontava di aver visto gli attacchi al World Trade Center trasmessi in televisione. La scena mostrava una famiglia egiziana seduta in salotto. Esplosero di gioia. Avete presente quando c’è una partita di calcio e la vostra squadra vince? Lespressione di gioia era la stessa. La visione del mondo manichea del terrorista aveva incrociato la visione del mondo manichea del tifoso di calcio. Questo, tanto quanto qualsiasi cosa avessi visto altrove, era giocare al calcio contro il nemico.

Già, l’11 settembre 2001. Allora, meno di tredici anni prima dell’autoproclamazione dello Stato Islamico, Osama bin Laden si presentò al mondo, in maniera fragorosa. Qualche tempo dopo, il mondo occidentale era piombato nel terrore dal quale non si è più risvegliato, e i tifosi dell’Arsenal cantavano il loro nuovo coro.

“Osama, woah-woah,

Osama, woah-woah,

hes hiding in Kabul,

he loves the Arsenul.

(Si nasconde vicino a Kabul

gli piace lArsenal

Osama oh oh

Osama oh oh)

cantavano i supporters dei Gunners. Con buona dose di goliardia, con discreta carica esorcizzante. Ed inquietante percentuale di verità.

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