Tra poco più di due mesi, a Pyeongchang in Sud Corea si disputeranno i ventitreesimi Giochi Olimpici Invernali. Un appuntamento atteso da tutti gli appassionati con enorme interesse, come ovvio e con un po’ di preoccupazione vista la vicinanza col confine della Nord Corea tanto al centro delle cronache ultimamente per esperimenti nucleari vari e scaramucce, per ora solo verbali, con gli Stati Uniti.

Per le rappresentative italiane nelle varie discipline l’obiettivo sarà quello di tornare a conquistare una medaglia d’oro dopo il clamoroso zero di Sochi 2014, dove arrivarono solo due argenti e sei bronzi, e il risicato singolo oro di Vancouver insieme a un argento e tre bronzi. Due Olimpiadi disastrose dopo un periodo eccezionale che ci aveva visti stabilmente nelle prime posizioni del medagliere dietro alle superpotenze del settore da Albertville 92 (4-5-4) a Torino 2006 (5-0-6) passando per i trionfali giochi norvegesi di Lillehammer dove erano arrivati sette ori, cinque argenti e otto bronzi. Poi il ritorno al passato, vengono alla memoria i per noi tristissimi Giochi di Lake Placid 1980 dove per gli azzurri erano arrivati solo due argenti.

Andiamo ancora più indietro però per vedere quale fu la prima medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali per un atleta azzurro. Arrivò tardi, nella prima edizione post Seconda Guerra Mondiale, St. Moritz 1948, dopo una serie di “mourinhiani” zeru tituli da Chamonix 1924 a Garmisch 1936.

Arrivò in una disciplina, lo skeleton, tornata olimpica da poco, Salt Lake City 2002, dopo essere stata disputata solo nel 1928 e nel 1948 in occasione dei Giochi di St. Moritz, vera culla della disciplina. Arrivò per merito di un fruttivendolo di Bianzone, un piccolo paese in provincia di Sondrio, Nino Bibbia, classe 1922.

Il padre, appunto fruttivendolo, aveva l’abitudine di salire a St. Moritz valicando il Passo del Bernina per andare a vendere i prodotti della terra al mercato, e aveva iniziato presto a portarsi dietro il piccolo Nino, fino alla decisione, quando il figlio aveva quindici anni, di trasferire la famiglia in Svizzera, scelta che permise al ragazzo di non partire per il fronte durante la Seconda Guerra Mondiale.



Pur lavorando duramente nell’attività di famiglia Nino è un grande sportivo, gareggerà nel salto con gli sci, nella combinata nordica, e troverà anche il tempo di far parte di una squadra di hockey su ghiaccio. Poi quasi per caso scopre il budello di ghiaccio, la leggenda dice a bordo di una casetta della frutta, a livello di divertimento, poi nel 1946 il passaggio all’agonismo e il titolo svizzero, non però nello skeleton, ma nello slittino. Poco prima del Natale 1947, dice sempre la leggenda, ma questo episodio è quasi certamente reale, un cliente gli propose di scambiare una cassa di Chianti che aveva sul carro con cui consegnava la verdura con uno skeleton, e fu la svolta della sua vita: iniziò a lanciarsi sulla mitica Cresta Run, la pista di St. Moritz dove un paio di mesi dopo si sarebbero disputate le prime Olimpiadi del dopoguerra, certo senza pensare di potervi prender parte.  I dirigenti della squadra nazionale italiana, in ricostruzione dopo i drammatici anni del conflitto erano però alla ricerca di qualcuno all’altezza di rappresentare la loro federazione ai Giochi nel bob e nello skeleton, e il Conte Bonacossa segnalò loro questo scavezzacollo valtellinesi che univa alle doti di spericolato funambolo anche una grande serietà verso gli impegni presi. Nino accettò entusiasta, e disputò per prima la prova di bob a due sulla pista della Celerina, chiudendo all’ottavo posto insieme al compagno Edilberto Campadese.

Il 3 febbraio però inizia la prova di skeleton, prevista sull’interminabile distanza delle sei discese lungo l’amatissima Cresta Run. Le prime tre prove partono dalla partenza più bassa, detta Junction, circa a due terzi del tracciato, Nino se la cava sempre meglio, quarto tempo nella prima discesa, secondo nella successiva e primo nella terza, chiudendo la giornata al secondo posto assoluto.

Le gare del 4 febbraio partono in cima alla pista, e, dice sempre la leggenda mai prima di allora Nino era sceso partendo da lì. Scoprirà lungo il budello di essere perfettamente a sua agio a partire dalla cima: stabilirà per tre volte il miglior tempo di manche conquistando un incredibile oro olimpico. Secondo lo statunitense John Heaton, già argento vent’anni prima nelle Olimpiadi di st. Moritz del 1928, e terzo il britannico Crammond. Nei giorni successivi Bibbia partecipò anche al bob a quattro chiudendo al sesto posto.

Negli anni seguenti Nino Bibbia divenne il Re della Cresta Run, gareggiò ancora per trent’anni, vincendo 231 corse sulla pista e tre titoli mondiali, nel 1955, 1959 e 1965, a 43 anni, più otto titoli svizzeri e otto Grand National, gara storica che si teneva sul Cresta Run fin dalla sua costruzione nel 1885., che  vinse per l’ultima volta nel 1972 a cinquant’anni. Con lo skeleton naturalmente non si guadagnava e dunque Nino per vivere proseguì l’attività del padre, gestendo per molti anni la sua bottega di frutta e verdura nel centro del Dorf di St. Moritz. E’ stato presente invitato con tutti gli onori  alle Olimpiadi di Torino 2006, dove una curva della pista di Cesana Pariol era a lui dedicata ed ha vissuto fino al 2013, quando  novantunenne è mancato nell’ormai sua St. Moritz

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