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Nel 1954 si chiudeva il cerchio di sofferenza di chi era divenuto ospite, sempre più precario, in casa propria: l’esodo istriano fu una delle tante pagine tragiche originate dall’ottusità e dalla follia che fecero da combustibile al secondo conflitto mondiale.

Costretto a fuggire con i propri averi in un sacco, con al fianco i genitori e i fratelli a completare il triste quadro, un giovanissimo e promettente pugile d’Isola d’Istria di nome Giovanni  lasciava la bella casa di famiglia per un incerto futuro che partiva da un fangoso campo di raccolta per profughi.

Nino, com’era chiamato, conosceva bene la strada fino a Trieste. La faceva da anni, in bicicletta, per andarsi ad allenare; cinquanta chilometri al giorno per migliorarsi, per sfruttare quell’immenso talento che gli permetteva di dominare la scena pugilistica giovanile delle terre dalmate e giuliane.

Dall’Accademia Pugilistica Triestina, quindi, egli riprese la difficile strada, tutta in salita, del deportato.

Il suo record d’incontri, immacolato sin dall’esordio, si macchiò in Turchia nel 1956, a fronte di un verdetto molto contestato; in quello stesso anno dovette sopportare l’esclusione dai giochi di Melbourne e, soprattutto, la morte della madre, la cui improvvisa dipartita rischiò di fiaccarne il grande spirito combattivo.

Al contrario, incassati i duri colpi di quell’anno infausto, Giovanni “Nino” Benvenuti inanellò una nuova, infinita serie positiva che gli permise di partecipare alla splendida olimpiade romana del 1960, una delle più belle e ricche edizioni di tutti i tempi.

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Benvenuti, esule istriano ventiduenne, scese di categoria per stare nei welter e dominò la competizione davanti ai propri connazionali, aggiudicandosi uno splendido oro che gli valse, inoltre, il riconoscimento come miglior pugile della kermesse, ulteriore gratificazione data la concorrenza, nei mediomassimi, di un certo Cassius Clay, il futuro Muhammad Ali.

Entrato dalla porta principale nel professionismo, continuò la progressione vincente di una carriera che già si era dipanata nel massimo fulgore tra i dilettanti, conquistando il titolo italiano dei pesi medi e, soprattutto, tornando nei superwelter per strappare e difendere il titolo mondiale in due epici incontri, entrambi del 1965, con Sandro Mazzinghi, altro grandissimo pugile italiano.

Conseguito, l’anno successivo, il titolo EBU dei medi, vinto in Germania sul detentore Jupp Elze, il quale tre anni più tardi avrebbe tristemente trovato la morte sotto i colpi di Juan Carlos Duran, Benvenuti volò in Corea del Sud per mettere in palio il proprio titolo mondiale dei superwelter.

In un ambiente infuocato, davanti al presidente coreano, il pugile di casa Ki-Soo Kim diede battaglia per gran parte dell’incontro, finendo per trovarsi in difficoltà con l’avanzare delle riprese quando, con la grande stanchezza, la superiore classe di Benvenuti cominciò a palesare il segno del divario tra lui e l’asiatico.

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Nel momento di massimo forcing del pugile italiano, durante il tredicesimo round, una forte esplosione squassò l’aria e zittì il pubblico, fermando l’azione del nostro campione: le molle angolari che reggevano le corde si erano violentemente schiantate, lasciando il ring senza perimetro e costringendo l’arbitro a fermare il match.

I dieci minuti d’interruzione furono l’insperata salvezza per il coreano, che riuscì ad arrivare al termine ed ebbe un pesante aiuto da due dei tre giudici. Con una sanguinosa split decision terminava la lunghissima serie di vittorie del nostro atleta.

Gli eventi di Seoul non fermarono la rincorsa alla grandezza di Nino, che presto avrebbe incontrato l’avversario con il quale, in una trilogia di leggendari match, avrebbe fatto leva su arene infuocate, chilometri di carta stampata, sangue e sudore per entrare di diritto nella storia del pugilato.

Emile Griffith, campione dei pesi medi, si vide strappare la cintura in un Madison Square Garden entusiasta, se la riprese nel Queens in virtù di una decisione maggioritaria ed infine la restituì all’italiano dopo altre soffertissime quindici riprese, il 4 marzo del ’68. I tre incontri si erano disputati nell’arco di soli undici mesi.

Raggiunto il tetto del mondo, Nino Benvenuti difese i propri titoli per quattro volte, fino allo schianto sull’invalicabile muro argentino di nome Carlos Monzon.

Alla fine della rivincita persa con Escopeta, due settimane dopo il proprio trentatreesimo compleanno, Nino Benvenuti decise di appendere i guantoni al chiodo e chiudere una carriera immensa.

Il bell’aspetto, la personalità gioviale ed espansiva ne favorirono il lancio nel cinema ed in televisione.

Sposatosi due volte, Nino è padre di sei figli.

Da anni è una presenza fissa a bordo ring nei match più importanti che si svolgono in Italia eppure io, che raramente salto una riunione di richiamo e che non posso nemmeno contare le volte che l’ho visto commentare gli incontri dal vivo, non sono mai riuscito a parlargli.

Una volta, credo quattro o cinque anni fa, non ricordo se si trattasse di Padova per l’Europeo tra Boschiero e De Vitis o di una piazza romagnola per un incontro di Signani, lo incrociai all’uscita dai bagni.

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Essendo egli dell’età di mio padre, avevo sino ad allora avuto la sensazione che, incontrandolo, avrei provato quel misto di tenerezza e affetto che normalmente si nutre per chi si avvii verso l’ottantina.

Mi feci rispettosamente da parte, ricevendo da lui il cordiale e franco sorriso di un uomo senza età e mi resi conto che quella dritta figura e quelle mani forti appartenevano ancora ad un pugile di tutto rispetto e non erano connotato di chi si potesse definire ‘anziano’.

Guardandolo tornare alla postazione televisiva, non mi fu difficile immaginare lo stesso ragazzo col ciuffo ribelle che lasciava silenzioso la propria terra, che correva ogni mattino alle gelide folate di bora, che affrontava con rabbia e lealtà i mille combattimenti, che costringeva l’intera nazione a svegliarsi nel cuore della notte affinché potesse sognare con le sue grandi imprese d’oltreoceano.

La prossima volta che lo incontrerò, gli chiederò di stringermi la mano, perché nella sua storia di riscatto, c’è l’alito vitale di quella religione che noi chiamiamo pugilato.

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