Dopo Chris Andersen e Matt Bonner, anche un altro big man dell’NBA sembra prossimo al ritiro. Stiamo parlando di Nikola Pekovic, centro  di 2.11 metri in forza ai Minnesota Timberwolves. Ma a differenza di Birdman e del Red Mamba, giocatori over 35, Pekovic è un classe ’86 e teoricamente la sua carriera dovrebbe essere lungi dal concludersi.

Eppure in una recente intervista il lungo montenegrino non ha lasciato spazio alle interpretazioni: “Sto lottando contro gli infortuni da ormai due anni e ora sono psicologicamente distrutto. Quest’anno per due mesi ho cercato di fare tutto il possibile per recuperare, ma a volte è semplicemente impossibile riuscirci. Non riesco a correre senza sentire dolore.

 Fin dal suo approdo in NBA nel 2010, gli infortuni lo hanno tormentato, costringendolo a saltare innumerevoli partite di Regular Season. Dal 2014 questi problemi si sono acuiti, a causa della stazza enorme – 140 kg circa –  che, partita dopo partita, ha indebolito le sue articolazioni, al punto da provocare continui infortuni a tendini e caviglie. Tant’è che nell’aprile 2015 si è dovuto sottoporre ad un’operazione al tendine d’Achille destro. Ma i dolori hanno continuato a perseguitarlo, sicché i Timberwolves non hanno potuto far altro che annunciare la sua assenza per tutta la stagione 2016/2017.

La carriera oltreoceano di Pekman è stata tutt’altro che emozionante. Approdato nel 2010 in una squadra priva di ambizioni come i Timberwolves, non ha mai potuto neanche lontanamente sperare di competere per il titolo. Né ha mai potuto mettere in mostra tutto il suo potenziale, a causa degli infortuni. Ma è stato proprio quell’immenso potenziale a renderlo un vincente in Europa: 3 campionati serbi , 2 Leghe Adriatiche e una Coppa Korac con la maglia del Partizan Belgrado, due campionati greci e un’Eurolega con il Panathinaikos di Obradovic, insieme a gente del calibro di Spanoulis e Diamantidis.

Cosa rendeva Pekovic così forte in Europa? Il connubio di forza fisica e profonda conoscenza dei fondamentali. L’atletismo non è mai stato il suo forte, ma i suoi movimenti in post-basso, uniti alla sua stazza, lo rendevano spesso immarcabile. Un giocatore molto tecnico, ma privo di grazia: la sua era un tecnica bruta, fatta di “sportellate” col lungo avversario, tanto inelegante quanto efficace.

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E si sa, negli ultimi anni in America i lunghi sono apprezzati soprattutto per le schiacciate e le prodezze aeree. Il repertorio del montenegrino prevedeva tutt’altro e  questo sarebbe potuto diventare un piccolo problema nel suo rapporto con i tifosi. Eppure Pekman, seppur per poco, seppe farsi amare anche dal pubblico americano: con quel suo aspetto minaccioso, quasi truce, venne presto accostato ad un gangster mafioso. E fu così che nacque il suo soprannome: The Godfather. Con tanto di musichetta del “Padrino” che risuonava nel palazzetto ad ogni sua giocata!

E forse quel soprannome era più che azzeccato. Perché mentre i Timberwolves sono nei bassifondi della Western Conference, Pekovic è stato avvistato più volte in Europa, a godersi il suo quinquennale da 60 milioni di dollari, in compagnia di loschi personaggi della malavita slava. Assolutamente nulla di comprovato, Pekman non è certamente diventato un padrino dell’Est Europa! Ma vederlo in certi ambienti fa comunque uno strano effetto.

Per ora, se anche dovesse ritirarsi, il trentunenne montenegrino non resterebbe certo con le mani in mano. Pochi mesi fa è diventato proprietario del Top Hill, celeberrima discoteca di Budva, in Montenegro, tappa fissa dei DJ più famosi del panorama internazionale.

Inoltre, dal settembre 2015 è presidente del Partizan Belgrado, a seguito delle dimissioni dell’idolo virtussino Predrag Danilovic, dovute al dissesto finanziario in cui versava – e versa tutt’ora – il club serbo.

In fin dei conti, pur lontano dai parquet  Pekovic si è trovato più di qualche impegno per “ammazzare il tempo”. Certo, rivederlo di nuovo in campo, con il suo fare intimidatorio da gangster e la sua tecnica impressionante, sarebbe un sogno per molti. Soprattutto per chi ha potuto ammirarlo in Europa. Ma gli infortuni hanno messo i bastoni fra le ruote a questo sogno. E probabilmente Pekman stesso ha capito una triste verità: forse il basket giocato non è più la sua primaria ragione di vita.

 

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