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Giochi di palazzo

Nicolai Lilin: “I tifosi russi sono abituati a combattere come i 300 di Sparta, gli altri sono solo hooligans. Ma da russo mi vergogno”

Maria Scopece

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La prima fase degli Europei di Francia 2016 si conclude registrando la recrudescenza del tifo. Se il fenomeno hooligans sembrava ormai superato negli anni ’90 i fatti di Marsiglia e di Lille hanno fatto emergere che qualcosa scricchiola in Europa, dalla Gran Bretagna all’Europa dell’Est fino ad arrivare alla Russia. Di tutto questo ne abbiamo parlato con lo scrittore e tatuatore Nicolai Lilin che nel sua romanzo d’esordioEducazione siberiana” (ed Einaudi) racconta come la violenza sia stato pane quotidiano nella Russia nella quale è cresciuto.

Nelle prime partite di Euro 2016 si sono registrati diversi episodi di scontri fino a una vera e propria guerriglia urbana, come a Marsiglia e Lille, che hanno visto come protagonisti i tifosi russi. Perché le tifoserie russe sono così violente?

In questo caso io vedo l’esagerazione dei media occidentali  e la necessità di demonizzare qualcosa che è legato a Putin. Non voglio fare l’avvocato del diavolo e difendere chi delinque però penso che in questo caso ci sia la volontà di creare un polverone per una situazione che in realtà è comune perché ultras violenti ci sono ovunque. In Italia abbiamo avuto un omicidio un po’ di tempo fa. Credo siano soltanto balordi, la nazionalità non conta. Tra l’altro le dinamiche di Marsiglia sono anche un po’ strane, i russi erano in pochi, chissà come si sono sentiti chissà se sono stati provocati. In ogni caso il loro comportamento non è giustificabile. La tifoseria violenta è un fenomeno trasversale, tra l’altro in Unione Sovietica questo tipo di subcultura che invita sfogare le proprie frustrazioni all’interno dello stadio è arrivato solo dopo la caduta del muro di Berlino. Prima da noi i ragazzi giovani si confrontavano nelle periferie delle città per il controllo del territorio.

Però al Vélodrome abbiamo visto qualcosa in più rispetto alle violenze dei teppisti da stadio alle quali siamo abituati ad assistere. E i violenti che hanno caricato gli inglesi erano russi.

Perché i tifosi inglesi non fanno il servizio militare. I tifosi violenti russi sono più organizzati, la loro metodologia ha vinto perché da ragazzi hanno imparato ad essere parte di un gruppo, hanno imparato a muoversi come si muovevano i 300 spartani. Invece gli altri sono solo hooligans. Comunque io da russo provo un senso di vergogna e credo che i maleducati perdano ogni nazionalità, sono tutti uguali.

Il fatto che in Russia sia in corso un conflitto può aver influenzato in qualche modo queste frange di violenti?

Mi scusi in che senso? Quale guerra c’è in Russia?

Quella contro l’Ucraina.

Ma no.. (ride). Questo è un altro modo distorto di vedere la realtà che abbiamo in Occidente. In Russia non c’è alcuna guerra perché sul suolo russo non si combatte. Combattono gli ucraini contro gli ucraini. A volte i giornalisti occidentali non sono precisi. Quando l’Unione Sovietica è crollata ha lasciato un mescolamento di nazionalità. Ad esempio io sono nato in Moldavia, in una zona chiamata Transnistria di etnia russa. Il nazionalismo scatenatosi contro di noi ci ha portato ad una guerra nel 1992, per fortuna abbiamo vinto e la nostra regione si è separata anche se non l’ha riconosciuta nessuno. Stessa cosa succede in Ucraina dove il Governo di Kiev strizza l’occhio all’Occidente che, con Nato e Usa in testa, è molto interessato a creare instabilità ai confini con la Russia. Questo perché agli Usa la Russia fa paura come fanno paura gli accordi economici ed energetici con l’Europa. Quello che sta succedendo in Ucraina è dovuto agli interessi statunitensi e anche della Gran Bretagna. Ma quella non è una guerra russa perché non ci sono militari russi su suolo ucraino, combattono solo ucraini che non accettano il colpo di Stato. Dunque non credo che i tifosi russi abbiano legami con il conflitto ucraino.

Il Procuratore di Marsiglia ha parlato di persone ben addestrate. Se non ci sono contiguità con la guerra in Ucraina dove possono essersi addestrate?

Bisogna precisare due cose importanti, quando voi occidentali parlate della Russia e dei russi siete abituati ad analizzarli alla luce della vostra cultura. Dimenticate che in Russia c’è il servizio militare obbligatorio, ogni uomo russo ha fatto 3 anni di servizio militare. Nell’esercito ai nostri ragazzi viene insegnato a combattere utilizzando armi da fuoco, armi bianche e il proprio corpo. Poi in Russia sono molto sviluppate le arti marziali come il Sambo, un combattimento a mani nude che prevede un misto di tecniche. Questo lo sa fare un uomo medio, perciò quando parlate di russi sappiate che state parlando di un paese che genera combattenti. Per i russi è normale saper combattere perché è un paese che è sempre stato sotto attacco. Il Procuratore di Marsiglia dovrebbe sapere di chi sta parlando, qui non si parla di una cultura che produce pace e amore, qui si parla di una cultura che produce combattenti.

Quella di cui parla sembra una cultura con una forte impronta virile. Forse bisogna considerare anche questo elemento per avere un quadro più chiaro.

In Occidente, grazie a Dio, siamo tutti più aperti, qui c’è anche una virilità omosessuale. Io sono cresciuto in Unione Sovietica dove si finiva ammazzati per l’omosessualità. A me fa effetto vedere alcune pubblicità, per esempio quella dei collant in Francia, ecco vedere uomini con collant mi sembra strano. Ci sono modi diversi di vedere la virilità, dipende dalla cultura e dalla provenienza e nessuno ha ragione e nessuno ha torto. Chi si addestra a combattere con i propri simili per difendere la propria terra ha lo stesso diritto di rivendicare e difendere la propria virilità di un ragazzo occidentale cresciuto in una cultura più aperta o un omosessuale che rivendica la propria identità attraverso altre forme.

Vladimir Markin, portavoce del Comitato investigativo, insiste sulla virilità e ha twittato: “Quando vedono un uomo normale che si comporta come dovrebbe restano sorpresi”. Ecco come viene gestito in Russia il maggior ricorso alla violenza?

La Russia è un paese dove noi abbiamo una diversa cultura di rapporto. Ad esempio qui in Italia quando le persone parlano si toccano con le mani. In Russia non succede e questo ci assicura che la violenza non esploda nelle strade. Tra l’altro noi di solito utilizziamo la violenza in maniera buona, se qualcuno si comporta male in strada anche i semplici passanti possono intervenire. Certo se c’è una rissa si chiama la polizia che in Russia interviene molto severamente. I nostri poliziotti non sono come i poliziotti italiani, sono molto più duri, hanno le mani più libere, se non si rispetta l’ordine pubblico prendere una manganellata in testa è la cosa più semplice che ti possa succedere perché i nostri poliziotti sparano anche. Ricordo che anni fa nella Piazza Rossa un gruppo di tifosi ha provato a creare disordini, la squadra di reazione immediata della polizia li ha fermati in maniera molto severa, diverse persone sono finite in ospedale, e questo è un fattore deterrente. Inoltre da noi le pene carcerarie sono molto severe, frequenti sono anche i pestaggi in carcere.

Tra due anni ci saranno mondiali in Russia. I tifosi stranieri ora sanno che dovranno comportarsi bene.

Credo che i tifosi che vanno in trasferta a vedere il calcio devono pensare solo allo sport e a guardare le partite perché chi va in giro a cercare i guai rischia di trovarli.

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27 Commenti

27 Comments

  1. Andrea

    giugno 27, 2016 at 12:17 pm

    Lilin (che russo non è) paragona i russi agli spartani per insinuare l’idea di una superiorità fisica e morale rispetto al mondo occidentale fiacco e corrotto.
    Lo si nota in tutti i suoi libri, in ogni articolo e in tutte le interviste.
    Parla di “combattenti”, di “arti marziali” e di “punizioni dure in carcere” per esaltare le giovani menti accecate dai suoi tatuaggi esotici.
    Bene, io in transnistria ci sono stato (due volte), le storie di cui parla Lilin sono fantasie, direi che è ora di smetterla di dare spazio a questo solone.

    • Ale

      giugno 28, 2016 at 9:29 am

      Nella Federazione russa il cosiddetto паспорт è il passaporto interno, cioè una carta d’identità in cui è segnata cittadinanza (in ru. гражданство) e etnia (in ru. национальность). Si può essere ucraini, georgiani, ebrei, calmucchi, italiani, con cittadinanza russa. Cioè: la cittadinanza è una cosa, l’etnia è un’altra. Questo per dire che eventualmente Lilin è cittadino della Transnistria di etnia russa. Dunque, è russo. Dire che non lo è corrisponde a un falso storico.

    • GIANLUCA P

      giugno 28, 2016 at 1:16 pm

      http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/12/lilin-la-bufala-che-venne-dal-freddo-2/109502/

      Lilin vende un prodotto: sé stesso. Enfatizzare certi stereotipi sulla Russia gli serve per mantenere alto l’interesse sul suo personaggio. La realtà, però, è ben diversa.
      La Russia, gli Spetsnaz, il Systema, l’integrità e la mascolinità russa, la durezza, sono tutte cose che aiutano a vendere il prodotto “russo”, a renderlo più interessante agli occhi di chi russo non è. E sono tutte cose a cui lui continuerà sempre a fare riferimento, più o meno direttamente, perché a chi ascolta deve dare l’impressione che quello è il suo passato, che è lui è stato davvero nelle forze speciali, che sa di cosa parla, eccetera.

  2. alex

    giugno 27, 2016 at 6:16 pm

    Andrea ,Lilin non ha esaltato le gesta di nessuno .Se realmente sei stato in Russia capiresti veramente l’essenza del suo discorso.Crescere in Russia e crescere in Italia sono due cose totalmente differenti,i Russi sono abituati combattere ,e questo lo si denota per esempio nelle donne Russe,dove devono lottare sempre per avere dei diritti ,da secoli la Russia e’ sempre sotto attacco ,e quando sei sotto attacco non ti resta che lottare come hanno fatto contro i Tedeschi a Stalingrado .In Russia c’ e’ un vecchio proverbio che racchiude l’orgoglio e la forza di un popolo.Dice questo :MUORI MA FALLO!!!! Distinti saluti.

  3. godar stalli.

    giugno 27, 2016 at 6:26 pm

    Alcune precisazioni possono aiutare nella lettura.
    1) Lilin non è Russo
    2) Lilin non è nemmeno cresciuto in Russia, ma in Repubblica Moldava
    3) Lilin, a differenza di quanto ha dichiarato, non ha mai fatto parte dell’Armata Rossa. Lilin è nato nel 1981 e l’Armata Rossa non esiste più dal 1989.
    4) Il contenuto di “educazione siberiana” che vorrebbe essere una sorta di autobiografia è puramente inventato.
    5) Lilin in realtà non si chiama nemmeno Lilin, ma Veržbickij

    • Francesco

      giugno 28, 2016 at 1:09 am

      solo in Italia poteva avere successo un tipo del genere

  4. Daniele from UK

    giugno 27, 2016 at 9:00 pm

    Cito: “Ma quella non è una guerra russa perché non ci sono militari russi su suolo ucraino, combattono solo ucraini che non accettano il colpo di Stato”.
    Immagino che i separatisti le armi e i proiettili per respingere da tre anni l’esercito ucraino le coltivino negli stessi campi dove crescono le patate per la vodka. Ma poi perchè continua a definirsi russo visto che è nato in Transnistria quando ancora faceva parte della Moldavia? gran bel personaggio che ha tirato su la Mondadori, giusto gli italiani potevano abboccare.

    • Ale

      giugno 28, 2016 at 9:36 am

      Altro falso storico: Lilin non è nato in Moldavia, ma in un Unione Sovietica. Lei sa dove sono nati Gogol’, Cechov, Achmatova, Limonov, ecc.? Cioè, stiamo parlando della LETTERATURA RUSSA in lingua russa? Sono tutti nati in Ucraina. Ma non si sentivano affatto cittadini di un eventuale stato ucraino, ma russi. Erano russi. Lo stesso vale per Lilin. Etnia e nazionalità sono due cose diverse. Un concetto che in Italia non esiste, in Russia e nelle ex repubbliche sovietiche, repubbliche baltiche incluse, è ancora attualissimo.

      • Daniele from UK

        giugno 28, 2016 at 2:00 pm

        sì, ha ragione, non avevo considerato la cccp, è probabile che abbia avuto il passaporto interno. quei passaporti però sono decaduti con la fine dell’unione, e i passaporti trasnistriani non sono riconosciuti in europa. siccome all’epoca di educazione siberiana (che mi era pure piaciuto,…) aveva dichiarato di aver rinunciato alla cittadinanza russa, mi pare chiaro che il suo continuare a definirsi russo ha uno scopo di costruzione del personaggio, come gli avrà detto di fare qualche agente per vendere le sue fantasie (chiunque abbia fatto perlomeno la naja come si deve sa quante panzane Lilin racconta in caduta libera sui suoi formidabili tiri….). se poi ne facciamo questione di “etnia”, mio nonno paterno era altoatesino quando questa regione era ancora parte dell’impero austroungarico, ma non per questo vado a raccontare di essere “etnicamente” germanico…tra l’altro l’esempio che fai è in contraddizione con la tua affermazione. Gogol’ lo conosco bene avendolo studiato all’università ed era nato in poltava quando questa era ancora parte dell’impero russo. Quindi se Lilin è russo perchè nato in cccp e per “etnia”, allora anche Gogol era da considerarsi solo russo e non ucraino. guarda poi che su Cechov e Limonov ti sbagli di grosso, sono nati in Russia e sono russi a tutti gli effetti, mai stati ucraini. per il resto, l’unica cosa che mi preme è sottolineare come giusto gli italiani potevano eleggere un personaggio creato ad arte da un editore potente a “esperto” di questo e di quello….

        • Ale

          giugno 28, 2016 at 2:59 pm

          In Russia attualmente sul passaporto interno (ovvero la nostra carta d’identità) è scritta cittadinanza ed etnia. Se lei fosse russo ci sarebbe scritto: cittadinanza russa, etnia altoatesina. Dunque si può anche rinunciare alla cittadinanza ma questo non vuol dire rinunciare all’etnia.
          Per quel che riguarda la letteratura, Limonov è nato, è vero, a Dzeržinsk ma poi sin da subito si è trasferito con la famiglia a Charkov, dove è cresciuto, mentre Cechov è nato proprio a Taganrog, oggi Federazione russa, ma sino al 1924 Ucraina (era parte del governatorato di Doneck). Tanto che nella prima gioventù ha dovuto faticare per parlare un russo corretto. Veniva da una famiglia di umili origini con un nonno-servo della gleba che aveva riscattato la servitù, ed era dunque diventato un cittadino libero. Gogol’ invece, pensi un po’, era polonofobo (eppure senza saperlo discendeva da una famiglia polacca appartenente alla Szlachta), si vantava di avere origini ucraine ma poi ne ripudiava la lingua, perché appunto l’ucraino era la lingua del popolo, mentre il russo (o eventualmente il polacco) quella delle classi alte. Gogol’ infatti non è stato né uno Skovoroda né uno Ševčenko o un Kuliš (ma lei ovviamente sa di cosa sto parlando, essendo un russista, giusto?)

          • Daniele from UK

            giugno 28, 2016 at 10:00 pm

            va bene, quindi diciamo che Lilin è cittadino italiano di etnia russa.
            per il resto, insisto a dire che ti stai sbagliando. all’epoca di Cechov Tangarog era russa, è entrata nella repubblica socialista ucraina solo nel 1920 per questioni di amministrazione e Cechov era morto ben prima della I guerra mondiale. poi, non so dove tu abbia preso le tue informazioni, ma il più grande slavista italiano, Ettore Lo Gatto nella sua opera magna Profilo della letteratura russa riporta chiaramente come Cechov non abbia mai scritto nè parlato una sola parola di ucraino neppure quando era a Yalta e aveva servitori ucraini. considerando uno scrittore ucraino è errato.
            Non sono un russista ma un filologo e ricercatore in letteratura comparata, e tuttavia non vedo cosa c’entri citare poeti e autori diversi in merito al fatto che nè Cechov nè Gogol’ sono considerati autori ucraini.

          • Ale

            giugno 29, 2016 at 9:40 am

            Gentile Daniele, quindi abbiamo scoperto che non è un russista, probabilmente non legge il russo ma legge di letteratura russa in italiano. E s’informa dal “più grande” russista italiano, ovvero Lo Gatto. Purtroppo si da il caso che Lo Gatto sia stato uno dei primi russisti dell’epoca moderna, il primo che ha scritto una storia della letteratura, un testo che va bene per una conoscenza superficiale della letteratura russa. 40 anni dopo, neli Novanta, la Utet ha pubblicato Civilità letteraria russa, in 2 voll. Forse a leggere la Utet non farebbe un soldo di danno. Per quel che riguarda la geografia, invece, vedo profonde lacune. Le ripeto: Taganrog è diventata russa nel 1924, prima era ucraina (cioè del governatorato di Doneck, che faceva parte dei governatorati della regione chiamata Malorossija). Per quel che riguarda le conoscenze linguistiche di Cechov, può leggere un volumetto uscito da qualche mese, scritto dal più importante studioso e traduttore di Cechov, Fausto Malcovati (http://www.marcosymarcos.com/libri/il-medico-la-moglie-lamante/). Vedrà che ripete le stesse mie parole. Su Gogol’ le vorrei ricordare il finale del 1 volume delle Anime Morte, in cui l’autore parla dell’incerto futuro della Russia (e non dell’Ucraina) con l’immagine di una troica. Gogol’ s’interessava di folklore e di storia della Malorossija, una serie di elementi compaiono in racconti (i primi) e articoli (in Arabeski). Ma si sentiva russo. Come un cittadino di Roma che vive nel Lazio ma che non si sente appartanente a una “nazione” romana o laziale, ma italiano, e tuttavia rivendica le proprie origini. La chiudo qui. Non le sfodero i miei titoli, è meglio.

          • Ale

            giugno 29, 2016 at 9:56 am

            Postilla: a rileggere la sua risposta, pare che io abbia scritto che Cechov parlava ucraino. Cechov da piccolo parlava un russo colloquiale pieno di ucrainismi. Per questo studia moltissimo, e arriva a livelli molto alti. Io lo leggo in russo.

  5. claudio

    giugno 27, 2016 at 9:22 pm

    L’intervistato ha detto l’esatto opposto di quello che avete scritto nel titolo dell’articolo. Siete dei malati e dei violenti, pensate solo a far del male, anche solo con le parole e con una stupida propaganda offensiva e diffamatoria, a chi (in questo caso la Russia) disturba le mire di dominio globale dei vostri padroni

    • Utente

      Utente

      giugno 27, 2016 at 11:46 pm

      Buonasera Sig. Claudio, se presterà maggiore attenzione, rileggendo l’intervista, noterà che l’estratto utilizzato per il titolo dell’articolo ripropone in buona fede parte della risposta alla seconda domanda. Qui nessuno è violento e per quanto riguarda le malattie, stiamo tutti abbastanza bene. Non vogliamo diffamare nessuno né tanto meno offendere, cosa che a Lei forse riesce con troppa facilità. Per quanto riguarda la Russia, se avesse voluto approfondire il tema della propaganda “offensiva e diffamatoria” per la quale si è così caldamente esposto, avrebbe potuto optare per i contributi che abbiamo suggerito in fondo all’intervista e avrebbe scoperto che condanniamo le stesse cose di cui Lei ci accusa.
      Per il dominio globale, ci stiamo attrezzando ma la vedo dura. Per i padroni, Le consiglio di ritrovare padronanza di se stesso, almeno quando commenta su questo blog.
      Cordialmente,
      Matteo

      • claudio

        giugno 28, 2016 at 10:26 am

        Buongiorno, Sig. Matteo. Innanzitutto, La ringrazio per la Sua risposta. Forse esprimersi con sincerità e passione, come faccio io, è un comportamento che appare idealista e folle, in un mondo nel quale per lo più si preferiscono l’ipocrisia ed il “cerchiobottismo”: se alcune mie espressioni feriscono la sensibilità di qualcuno, me ne scuso, non intendo offendere nessuno. Se leggo Il Fatto Quotidiano è perchè condivido molti dei valori e dei contenuti di coloro che vi scrivono se ci riflettiamo,(non è giusto e non è razionale, ma ognuno di noi preferisce leggere cose che lo fanno stare bene, concetti coerenti con la propria sensibilità, ed io leggo sempre Il Fatto).. Per questo mi ha amareggiato leggere un titolo che afferma di riferire il pensiero di un russo dicendo “I tifosi russi sono abituati a combattere (quindi: tutti i tifosi russi sono abituati a fare a botte, crescerebbero nella cultura della violenza), gli altri sono solo hooligans (quindi, fra i tutti che sono abituati a fare a botte, ce ne sono alcuni che sono pure dei banditi esagitati e fuori controllo), ma da russo mi vergogno (quindi, dice il titolo: un intellettuale russo rappresentativo -se non fosse rappresentativo, il suo pensiero neppure verrebbe riportato sui giornali- si vergogna della Russia: si fa pensare al lettore, che legge dei flash, degli slogan, non perde due ore su una pagina come sto facendo io, che i russi devono vergognarsi di sè stessi). Se Lei si ferma, studia, riflette (anche nel corso di anni, una struttura intellettuale non si crea in pochi giorni, nessuno Le mette fretta), si rende conto che alla fine il titolo era solo un modo per lasciare intendere ai lettori che i russi sono violenti, che in Russia c’è una cultura della violenza, e che la parte buona della società russa si vergogna di tale situazione. Invece, l’intervistato diceva l’esatto opposto. Diceva che se uno sparuto gruppo di russi ha combattuto contro un numero enormemente maggiore di inglesi è perchè è stato provocato; che in Russia gli uomini vengono addestrati a combattere, per lo più durante il servizio militare; che di esagitati e delinquenti ce ne sono in Russia come in ogni Paese ; che in Russia la Polizia reprime con decisione gli atti di vandalismo, di modo che chi vuole commettere atti di distruzione o antisociali ci pensa due volte, perchè la Polizia protegge con veemenza i cittadini e l’ordine pubblico (così, del resto, è anche negli Usa: tanto per spiegarLe, a Lei che è così saggio ed intelligente, in Russia le cause di sfratto e l’esecuzione dello sfratto quasi non esistono: se qualcuno occupa casa tua senza un valido titolo e senza pagare, chiami la Polizia, che va a casa, concede all’occupante 15 giorni di tempo -o fino alla primavera se siamo in inverno, non lasciano una persona nella neve, anche se sta commettendo il reato di occupazione abusiva di immobile- per andar via, dopo di che, se l’occupante abusivo non se ne va, la Polizia va a casa, lo prende di peso e lo sbatte fuori, e se l’occupante, dopo aver commesso il reato di occupazione di immobile, pretende pure di sbraitare o minacciare, si prende più di quattro schiaffi: la legge si rispetta, non è che la Giustizia sta lì a farsi raccontare tante stupidaggini e poi alla fine finisce tutto a barzelletta , come succede da noi: la legge tutela i cittadini che rispettano la legge e punisce chi delinque, mentre da noi accade in contrario). Quindi, se riflette con lucidità, capirà, prima o poi, che il titolo è diffamatorio, anche perchè all’inizio dell’intervista Lilin ha detto che i media hanno montato la storia degli Hooligans in ragione della loro tendenza a demonizzare qualunque cosa sia legata a Putin (in altre parole, a fini di propaganda anti Russia e filo Usa), quindi, l’esatto opposto di quanto riportato dal titolo. Lilin dice che le azioni degli hooligans sono vergognose, e che un russo medio, che è una persona perbene e che è pronto anche ad esporsi fisicamente, a fare a botte per problemi altrui, se vede delle ingiustizie, non accetta e non condivide tali condotte, non dice che i russi si devono vergognare di sè stessi, come lascia intendere il titolo. Nel corso dell’intervista, il “giornalista”, che dovrebbe parlare di calcio e cultura, fa domande che non sono domande, ma accuse, tipo “I violenti che hanno attaccato gli inglesi erano russi” (parole chiave: russi-violenti, non inglesi-violenti, come se gli hooligans non avessero fatto a botte con altri hooligans, ma avessero picchiato donne e bambini); “Gli hooligans russi sono influenzati dal fatto che la Russia è in guerra?”, e quando l’intervistato, ridendo, gli risponde “Ma sei fuori? Quale guerra sta facendo la Russia”, il giornalista incalza “E dove, se non in Ucraina, sono stati addestrati gli hooligans russi?”, come se lo Stato russo addestrasse violenti per poi inviarli per il mondo, a seconda delle esigenze, a fare guerre, a guardare partite e quant’altro. Quella del giornalista è violenza, è un malato desiderio di trasferire la guerra ucraina nella vita quotidiana nostra e dei russi, negli stadi francesi (che c’azzecca la guerra con la partita di calcio? ) di creare conflitti e divisioni al fine di generare odio e violenza, perciò definisco violento chi lo ha scritto. Una diagnosi più precisa richiederebbe ulteriori accertamenti, ma una malattia questo tipo di giornalismo ce l’ha, per questo lo definisco malato (il giornalismo, non il giornalista, che merita rispetto e, nonostante le empietà da lui commesse, merita le garanzie riconosciute dalla Convenzione per i diritti dell’Uomo, e che pertanto rispettiamo): o si tratta di carenza intellettiva, e non credo proprio, perchè sul Fatto scrivono persone molto intelligenti e preparate, o si tratta di mala fede e di subalternità a poteri forti -ed è questa l’ipotesi che ho ritenuto plausibile, per cui ho parlato di “padroni” (brutta parola? va bene, diciamo “committenti”, va meglio?), e li ho individuati in coloro che scatenano guerre e disordini in ogni parte del mondo al fine di ottenere il dominio su ogni angolo del globo e dello spazio-. Infine, Sig. Matteo, Lei mi consiglia di leggere altri articoli del Fatto che sono immuni dai difetti dell’articolo che commentiamo (e lo farò), senza pensare che è illogico proporre di premiare o almeno assolvere l’autore di un pessimo articolo in ragione dei meriti degli autori di altri articoli che invece sono buoni. In realtà, poi, Lei non dice nulla in merito all’articolo che stiamo commentando, al punto che mi viene il dubbio che il Matteo che scrive sia uno di quei politici astuti e consumati che dicono mezze frasi, lasciando intendere che dietro le stesse ci siano chissà quali contenuti, mentre invece c’è solo il vuoto. Cordialità

        • Utente

          Utente

          giugno 28, 2016 at 11:41 am

          Sig. Claudio grazie a Lei per le spiegazioni in merito alle sue esternazioni nel commento precedente, anche se credo che le Sue argomentazioni siano andate ben oltre l’intento dell’intervista. Senza dilungarmi troppo, Le ripeto che il titolo è solo un estratto preso da parole pronunciate dall’intervistato e riguardano, chiaramente, solo i fatti di Euro 2016, senza allargare il campo alla situazione russa in generale. Quando si parla di 300 spartani e delle vergogna provata dal popolo russo sui tifosi in Francia, colui che risponde si riferisce ovviamente solo a loro e non ad un popolo per intero. Lilin è stato molto disponibile e, se avesse trovato diffamatorio quanto da noi scritto, siamo certi che sarebbe stato il primo a farcelo notare. Sono certo e assolutamente d’accordo sulla campagna diffamatoria che si fa della Russia e dell’utilizzo sbagliato che si fa delle questioni riguardanti lo sport (che è l’argomento che ci interessa) per screditare il Paese in questione e Le ripeto che su questo tasto siamo stati abbastanza chiari in altri articoli. Se le domande Le sono sembrate incalzanti, dovrebbe pensare che questo è proprio il ruolo del giornalista: incalzare l’intervistato con domande provocatorie per avere risposte “scomode” che aprono alla riflessione credo sia una delle qualità dell’intervistatore e di certo non devo difendere né ammonire l’autore per le domande che ha ritenuto più interessanti. Sulla qualità del pezzo non metto bocca perché ognuno è libero di pensarla come vuole, ma Le ricordo che trattandosi di un’intervista, il protagonista della stessa sta lì “apposta”,se mi passa il termine, per smentire e controbbattere. Concludo dicendo, di nuovo, che non abbiamo padroni ma siamo liberi di testa e soprattutto liberi da linee redazionali di regime come vuole sottolineare Lei a più riprese. Infine, il Matteo che scrive, come dice Lei, non ha mai partecipato alla vita politica della Nazione e per quanto riguarda l’astuzia da Lei rilevata nella mia persona (oltre all’intelligenza e cultura sempre da Lei ravvisate) La ringrazio molto e mi sento lusingato pur avendo una considerazione personale di soggetto normale che cerca solo di proporre contenuti originali e generare una discussione costruttiva. Per la vuotezza delle mie parole, a questo punto Le consiglio, a malincuore, di non commentare più così da evitare di dover srotolare tutta la sua conoscenza sulla questione russa, rischiando di parlare di sfratti in un articolo che parla di tutt’altro, e rischiando, soprattutto, che quanto da Lei esaustivamente elencato finisca inghiottito nella vacuità delle mie argomentazioni.
          Saluti

          • claudio

            giugno 28, 2016 at 12:55 pm

            Mi dispiace di non poter accogliere il Suo invito, perchè continuerò ad esprimere il mio pensiero, se ne verrà concessa la libertà su questo sito, altrimenti lo farò altrove. Il riferimento agli sfratti rientrava nell’ambito di un ragionamento, toccato anche nell’articolo, sull’uso della violenza in uno Stato, sulle finalità anche positive, o comunque meritevoli di tutela, che può avere la violenza e su quelle negative che può avere la non violenza, ed anche su come la non violenza può essere una forma di violenza (ad esempio quando, senza motivo, si dice a qualcuno di chiudere la bocca). Saluti

    • Utente

      Utente

      giugno 28, 2016 at 1:08 pm

      Per carità Sig. Claudio! Lei è liberissimo di commentare e rispondere a qualsiasi articolo che noi proponiamo, anzi ne siamo contentissimi. Il riferimento era dato dal fatto che Lei ritenesse la mia risposta in buona sostanza aria fritta e, quindi, da qui il mio consiglio a non dare seguito a qualcosa che Lei considerava vuota, per Sua stessa ammissione. Lungi da me chiuderLe la bocca senza motivo come velatamente, e neanche troppo, vorrebbe far apparire. Sperando che anche da parte sua venga osservata la stessa cura nell’essere così spontaneamente pronto a darmi del politicante astuto servo dei poteri forti, senza nemmeno conoscermi. E soprattutto senza che nessuno dall’altra parte abbia mai appellato Lei con aggettivi triti e ritriti come quelli, e mi dispiace dirlo, da Lei utilizzati. Buona giornata

  6. Giuliano

    giugno 27, 2016 at 10:09 pm

    Sono dei cafoni, il cui contributo alla società è meno di zero.

  7. Evghenii

    giugno 27, 2016 at 11:20 pm

    Non ho letto per intero nessun libro di Lilin, ma posso dirvi che questo personaggio spara un sacco di favole, che vanno bene per vendere agli italiani le barzellette di quartiere. Sono nato in URSS e cresciuto in Moldova e Transnistria. Certe cose di Lilin corrispondono alla realtà, certe altre evidenziano il suo pensiero filorusso. Ma affermare che in Ucraina non ci sono militari russi è come dire che in Italia non ci sono i poveri, siamo seri Lilin, sai benissimo che in Ucraina i russi ci sono eccome. Non ufficialmente certo. E sai anche che quando un russo ha bevuto un pò di vodka si sente il padrone del mondo. Ma la realtà è un altra cosa.

    • Ale

      giugno 28, 2016 at 9:44 am

      Che significa: cresciuto in Moldova e Transnistria? Io sono nato e cresciuto a Roma, non direi mai: sono nato e cresciuto a Roma e a Latina.
      Io credo che la differenza tra un romanzo e un’autobiografia è la stessa che passa tra un uomo e una donna. Lilin scrive romanzi, non autobiografie. Il soggetto dei suoi romanzi è l’ego abnorme alla Limonov, non il realismo socialista. Non ha le stesse doti di un Limonov, e forse come scrittore russo il suo valore sarebbe stato meno di niente – e lui dice apertamente di non riuscire a tradurre quello che pubblica in italiano nella lingua “madre”, ma è comunque – e rimane – un narratore russo.

  8. Aldo De Bartolomeo

    giugno 28, 2016 at 6:03 am

    Linin…… solo aria fritta e un mucchio di fesserie quasi tutte scritte ma molte anche dette

  9. Giosuè

    giugno 28, 2016 at 9:23 am

    affermare che si tratti di una guerra tra Ucraini e una palese menzogna, buona soltanto per i creduloni con i paraocchi …

  10. GIANLUCA P

    giugno 28, 2016 at 11:17 am

    La biografia di Lilin è inventata di sana pianta, lo sanno anche i sassi, ma incredibilmente ci sono ancora testate giornalistiche che gli danno spazio, facendogli pubblicità.
    Se il giornalista non si preoccupa di verificare l’attendibilità delle sue fonti, che giornalista è?
    Qual’è il criterio che vi ha portato ad intervistare lui e non un altro, magari davvero esperto delle questioni russe e del fenomeno in questione? Fare una vera attività di ricerca avrebbe richiesto troppo tempo?
    Tra l’altro le risposte alle domande sono a dir poco imbarazzanti. Ne viene fuori una persona ignorante, razzista, omofoba ed esaltata. Ma nonostante ciò l’intervistatore non gliene chiede conto. Vista la qualità delle domande, però, non me ne sorprendo più di tanto.

  11. ANdrea

    giugno 28, 2016 at 12:47 pm

    Buongiorno, sempre Andrea, quello della prima risposta.
    Una domanda per la redazione.
    Ma perché il Fatto Quotidiano non si occupa di uno come Lilin, magari con un bel reportage e considerazioni intelligenti (di cui siete capaci) in modo da chiarire questo personaggio, capire chi è, cosa vuole e come mai piace tanto?
    Io lo trovo volgare e bugiardo, ma ho l’impressione che abbia molto successo… E non mi sembra (fra armi, esaltazione della russia e tutto il resto) decisamente una persona a cui lasciare spazio senza pagare pegno…
    Cordiali saluti

  12. Andrea

    giugno 29, 2016 at 12:52 pm

    Redazione?

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Calcio

Da Gil a Wanda Group: Atletico Madrid, tutto tranne che un Miracolo Sportivo

Massimiliano Guerra

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Con la vittoria dell’Europa League contro il Marsiglia, l’Atletico Madrid si è portato a casa l’ennesimo trofeo del suo nuovo corso. Con il Cholo Simeone lo score ci racconta che nei 7 anni in cui l’ex Lazio e Inter siede sulla panchina di Griezmann e soci, la squadra ha ottenuto 6 trionfi senza contare le due finali di Champions per mano del Real Madrid.

Quando si parla di Atletico Madrid, si apprezza il fatto che i colchoneros riescano sempre in patria a battersi con due colossi economici e sportivi come Real Madrid e Barcellona, riuscendo in qualche occasione anche ad avere la meglio e a sottrarre a questi due potenze lo scettro di Campione di Spagna come accadde nel 2015. Non solo, in Europa l’Atletico ha raggiunto traguardi importantissimi conquistando due finali Champions in 4 anni e  vincendo anche tre Europa League e una Supercoppa europea. Risultati incredibili per una società che solo 17 anni fa retrocedeva in Segunda Division ed era sull’orlo del precipizio finanziario a causa della scellerata gestione dell’allora presidente Jesus Gil. Molti hanno parlato di un miracolo ma, analizzando più o meno a fondo la storia recente del club di Madrid, capiremo che non è cosi. Anzi, l’Atletico Madrid sta diventando ogni anno che passa una vera e propria potenza finanziaria grazie al patron Cerezo, ma soprattutto, al nuovo socio di minoranza, il Gigante cinese Wanda Group.

Da Gil alla Doyen- Nel 2000 la situazione economica dell’Atletico Madrid era disastrosa. Retrocesso nella seconda divisone spagnola, l’Atletico, anche dopo la morte del presidente Gil e l’arrivo di Cerezo come patron del club, vide notevolmente aumentare il proprio debito e assottigliarsi le possibilità di crescita. Il debito dell’Atletico ammontava a 514 milioni di euro, di cui circa 215 milioni nei confronti del fisco spagnolo. Qui arriva la prima svolta nella storia recente del club: nell’estate del 2011 vengono ceduti i migliori giocatori come Aguero (venduto  al Manchester City per 45 milioni) che sommate alle altre cessioni permettono all’Atletico di incassare più di 80 milioni di euro. Sembra inevitabile il ridimensionamento ma il club rilancia investendo ben 90 milioni sul mercato per prendere giocatori del calibro di Radamel Falcao dal Porto per 40 milioni. Un rilancio inaspettato che può essere spiegato solo in un modo : la collaborazione con la Doyen Sport di cui abbiamo già parlato molte volte qui su Io Gioco Pulito. Il fondo Doyen era una TPO (Third party ownership) che ultimamente la FIFA ha deciso di mettere fuori legge nel calcio. Ecco cosa succedeva: l’Atletico comprava Falcao per 40 milioni di euro. Di questi 40 solo una parte era pagata dall’Atletico che poteva usufruire di un anticipo per l’acquisto da parte della Doyen, che però in cambio richiedeva  il 55% dei diritti di registrazione del calciatore. Questo voleva dire che al successivo trasferimento il 55% della somma incassata dall’Atletico sarebbe andata direttamente nelle casse della Doyen Sport. Un metodo che è stato usato anche nel caso della cessione di Diego Costa al Chelsea. In quel caso fu proprio il presidente Cerezo ha dichiarare che dei 38 milioni solo la metà sarebbero stati incassati dal club iberico.  Un metodo che ha permesso all’Atletico di mantenersi ad alti livelli, riuscendo anche a risanare il bilancio, grazie anche alle continue partecipazione alla Champions e alle vittorie in campo internazionale e non solo. Un metodo nebuloso che ha destato grandi polemiche e di cui poi la Fifa si è dovuta per forza occupare.

Arriva Wanda – Nel Dicembre 2014 la Fifa mette definitivamente al bando le TPO e l’Atletico è costretto a cambiare strategia. Essendo riuscito a limitare di molto il debito con il fisco portandolo ad 80 milioni, l’Atletico diventa comunque una società appetibile e attrae l’attenzione di un importantissimo investitore cinese Wang Jianling proprietario del gigante cinese Wanda Gruop. Wang Jianling è l’uomo più potente di Cina con un patrimonio stimato sui 38 miliardi di dollari ed è anche uno dei collaboratori più stretti del Governo Cinese per quanto riguarda la sviluppo del calcio cinese nel mondo. Il primo Aprile 2015 Wanda Gruop entra ufficialmente nell’Atletico Madrid con il 20% delle quote. Per capire la potenza del Gruppo Wanda, basti pensare che nello stesso tempo ha deciso di rilevare Infront (detentrice dei diritti Tv in Italia) e di stringere una partnership con la FIFA con l’obiettivo di sviluppare il movimento calcio in Cina e magari riuscire a portare in Mondiali lì nel 2030. I vantaggi per l’Atletico grazie a questo nuovo socio sono tangibili: dopo l’acquisizione del 20% delle quote Wang ha subito avviato il progetto per potenziare le Academy dell’Atletico, con la costruzione di nuovi impianti all’avanguardia, con un investimento da 30 milioni di euro, con lo scopo di portare in Spagna 90 giovani calciatori cinesi e gettare le basi per costruire la nuova nazionale cinese. Dopo l’ingresso in società del Wanda Group è diventato molto intenso anche il rapporto tra l’Altetico Madrid ed il Guangzhou, squadra cinese di proprietà del gruppo, portando ulteriori fondi nelle casse dei biancorossi con operazioni di mercato al quanto creative. Una su tutte quella che portò Jackson Martinez dall’Atletico Madrid al Guangzhou per ben 42 milioni di euro. Una cifra spropositata per un giocatore che era finito ai margini del progetto tecnico di Pablo Simeone. Soldi freschi che servono quindi ad aiutare le casse societarie che intanto, grazie ai grandi risultati sul campo, crescono sempre più. Se infatti prendiamo la classifica per fatturato dei club europei stilata da Deloitte per la stagione 15-16, l’Atletico Madrid è in netta ascesa con un incremento di ben 60 milioni rispetto ad un anno prima.

STADIO NUOVO – A conclusione di un processo di crescita così importante non poteva che esserci la costruzione del nuovo stadio di proprietà, il Wanda Metropolitano. Una struttura iper-moderna e tecnologica, molto simile all’Allianz Arena, che sorge alla Peineta (17 km dal Vicente Calderon) ed è più grande (da 54mila a 66mila posti, 7.500 dei quali Vip), moderna e lussuosa, con sauna e piscina negli spogliatoi. Per ora prende ovviamente il nome del gruppo cinese ma si sta lavorando per poter vendere i naming rights a qualche altro sponsor per poter massimizzare i guadagni su un’investimento così importante. Il blocco del mercato imposto all’Atletico Madrid risalente all’estate scorsa per aver infranto il regolamento sulla compravendita di calciatori di età inferiore ai 18 anni è sembrato solo un intoppo nel percorso di crescita esponenziale del club. Una sanzione del genere per club “normali” sarebbe stato un colpo ferale, mente per una società come l’Atletico che ormai è entrata nel Gotha dei club più ricchi del mondo è stato solo un semplice rallentamento che forse, può aver facilitato anche il lavoro di un grande tecnico come Simeone. E a Gennaio la fine del blocco e il ritorno di Diego Costa hanno fatto il resto. Tutto questo quindi a conferma che l’Atletico Madrid può essere considerato tutto tranne che un miracolo sportivo, perché alle sue spalle negli ultimi anni si sono mossi gruppi e investitori potentissimi che hanno fatto sì che una società in difficoltà come quella dei colchoneros possa ora considerarsi una delle più grandi del mondo.

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Giochi di palazzo

La sicurezza sul Lavoro: perché occorre Giocare Pulito

Marco Fiocchi

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Pubblichiamo oggi, la prima puntata di un’indagine inchiesta molto importante. Affrontiamo un altro ambiente dove “giocare pulito” è fondamentale. Parleremo di Formazione alla Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro.

Lo faremo affidandoci all’analisi e al parere di un vero esperto del settore: il Direttore del  CEFMECTP di Roma e Provincia Ing. Alfredo Simonetti.

Ci spiegherà perché è diventato tanto delicato questo argomento, nel sistema di produzione. Come si è sviluppato e quali sono i problemi principali che affronta.

Aziende, formatori, docenti, lavoratori, dirigenti, imprenditori. Studenti, ma anche gente comune. Perché tutti abbiamo bisogno di conoscere certe normative. L’importanza della trasparenza che tanto interessa i nostri lettori. La vigilanza a cui tutti siamo chiamati a collaborare.

Ed infine una conclusione sul futuro prossimo, non remoto. Verso cosa stiamo andando? Quanto sarà importante misurarsi con le nuove tecnologie (Droni, IA, 3D, BIM, Realtà Aumentata)? Quanto la preparazione a non temerle, ma anzi a “saperle” usare con la stessa vigilanza e sicurezza potrà aiutare l’intero sistema di produzione?

La parola ad Alfredo per la prima puntata di questo approfondimento.

Il potere ha un solo dovere: assicurare la sicurezza sociale delle persone.

(Benjamin Disraeli)

Sono sempre troppi i giorni in cui gli organi e gli strumenti dell’informazione e della comunicazione si devono occupare, dandone notizia, di incidenti sul luogo di lavoro e troppo maledettamente spesso la notizia porta con sé l’orribile puzzo della morte. E puntualmente ci si interroga sui perché e sui per come; su quali siano state le cause e su come le cause si sarebbero potute evitare, prevedere, anticipare. Poi scattano le indagini, le inchieste: È stata aperta un’inchiesta per fare luce sulla tragedia, ecc. Quante volte abbiamo ascoltato questa frase.

Innegabile il sussulto che tutte le volte ci aggredisce alzando il livello della rabbia e dell’indignazione, elevando l’attenzione sulla necessità di azioni forti e concrete, a contrasto di fatti e accadimenti inaccettabili tanto più quando sono l’odioso “prodotto malsano” del lavoro.  Il lavoro appartiene a tutti; il lavoro è la componente strumentale per rendere la vita un elemento sociale; il lavoro è il mezzo – forse il meccanismo – attraverso il quale le persone assimilano il concetto di socializzazione trasferendo sé stessi oltre l’isolamento.

Di lavoro non si può morire; di lavoro non si può soffrire; di lavoro non si può far soffrire. E di lavoro non ci si deve neppure ammalare. Negli anni più recenti la legislazione ha fatto notevolissimi passi in avanti per accelerare la diffusione di una consapevolezza allargata sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Uno dei passaggi nodali è stato il riconoscimento di questo tema da argomento a concetto. Si tratta di un avvicinamento significativo verso la comprensione e l’universalizzazione del principio di rispetto verso la persona sia come elemento singolo che come oggetto sociale. Evidentemente questo tema/concetto avvolge e si articola su più piani di interesse fino a diventare territorio comune a tutti gli strati della quotidianità.

Non solo l’aspetto meramente sociologico, ma anche l’ambito della produttività risente virtuosamente delle norme che definiscono giuridicamente gli aspetti della Formazione e della Sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il mondo dell’imprenditoria, negli anni più recenti, ha scalato diverse posizioni nella classifica della qualità complessiva dei sistemi produttivi all’interno delle proprie realtà imprenditoriali. Risultati che si sono resi possibili soprattutto grazie alla sempre più efficace giurisprudenza in merito e alla sua corretta applicazione, ma non solo.

Una buona formazione è garanzia di successo. È la cinghia di trasmissione tra le “intuizioni” del legislatore, quindi l’Istituzione, e il contesto produttivo. E a loro volta quelle che abbiamo definito intuizioni, sono il frutto di ricerca costante e continua finalizzata alla definizione di regole sempre più chiare e di facile applicazione. Perché talvolta le presunte negligenze si annidano proprio nella cripticità interpretativa delle norme o negli anfratti di cervellotiche burocrazie.

O, peggio ancora, quando le zone grigie prodotte da un linguaggio eccessivamente contorto diventa alibi per autoassolversi per la mancata applicazione delle norme. I principi della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro sono codici di convivenza civile e di emancipazione sociale, e la conoscenza è l’arma più efficace contro l’indifferenza e la sottovalutazione del problema.

L’istituto della formazione è, pertanto, la piattaforma su cui si posano non solo i principi della doverosa ed ineludibile tutela individuale, ma anche gli indirizzi programmatici di un paese civile e la visione del suo futuro. Diventa quindi indispensabile avere certezza sul profilo delle competenze e sulla qualità dei formatori.

Una buona conoscenza della normativa in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro aumenterebbe la percezione dell’esigenza della prevenzione nei confronti degli elementi di rischio. Ed è per questa ragione che quanto più estesa sarà la platea dei consapevoli, tanto più efficace, facile e diffusa sarà la pratica del ricorso alla formazione. Molto si è fatto, e molto rimane ancora da fare.

La strada, però, è quella giusta. Istituzioni e cittadini convergono sempre di più verso l’obiettivo tracciato dagli estensori della legislazione vigente: quello del raggiungimento del rischio zero. Da una parte c’è la ricerca costante, un incubatore sempre attivo e pieno di intelligenze e tecnologie. Dall’altra, ma con logica di continuità, si trovano i soggetti applicatori delle norme – i formatori – e poi i fruitori, nessuno escluso perché in tutti c’è la richiesta, talvolta non perfettamente conscia, di sicurezza.

 

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Calcio

Palestina-Israele, anche il calcio alle prese con l’Intifada

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Lo spostamento dell’Ambasciata Americana a Gerusalemme ha buttato benzina sul fuoco del conflitto tra Israele e Palestina e gli scontri sulla striscia di Gaza hanno portato morte e distruzione su un territorio ormai sfiancato da una guerra che si sta portando via tutto. Anche il calcio è da anni martoriato da questo dramma senza fine e non si vedono spiragli di miglioramento. 

La lite Palestina-Israele è come una macchia d’olio, si allarga senza trovare argini. Già chiamarla lite è piuttosto scorretto, ma un termine vale l’altro non essendocene nessuno che può davvero rappresentare la situazione. Il 18 ottobre del 2016 l’UNESCO approvò una risoluzione che cita i luoghi santi di Gerusalemme solo con il nome arabo, scatenando l’ira di Israele, che già prima della votazione aveva annunciato la sospensione dei rapporti con l’organo ONU. Il direttore generale dell’UNESCO, Irina Bokova fu accusata dagli israeliani di “fornire supporto al terrorismo islamico”. La questione è politica ma tocca la cultura, tocca qualsiasi cosa: lo sport e il calcio ovviamente non sono rimasti esclusi. La discussione in ambito FIFA nelle ultimi anni si è fatta piuttosto accesa.

Nel 2015 i palestinesi avevano avuto l’occasione per richiedere la sospensione di Israele dalla FIFA, ma Jibril Rajoub, Presidente della Federazione Calcio della Palestina, aveva all’ultimo rinunciato facendo infuriare tanti suoi connazionali. Il motivo che in quel momento poteva portare a sanzioni contro gli israeliani era la presenza di alcune loro squadre calcistiche all’interno delle colonie in territorio palestinese. Seguendo il diritto internazionale, Israele non può utilizzare il suolo degli storici avversari arabi se non per il bene di quella popolazione o per ragioni strettamente legate alla difesa. Sembra quindi illegittima la presenza di club sportivi in quella zona. In più, bisogna ricordare lo Statuto FIFA che prevede che “un’associazione calcistica membro non può disputare partite nel territorio di un’altra federazione membro senza l’esplicito consenso della stessa”. A norma di legge, c’erano e ci sono tutti i motivi per richiedere il trasferimento delle squadre israeliane all’interno dei confini riconosciuti.

A rilanciare la polemica è stata una lettera inviata alla FIFA nel settembre del 2016, firmata da 66 parlamentari europei e contenente un appello chiaro: bisogna vietare ai club israeliani di giocare in stadi o campi sportivi costruiti all’interno dei territori occupati in Cisgiordania. Giusto per ricordare: Israele ha costruito in Cisgiordania (suolo palestinese) delle colonie, che però sono considerate illegittime dal diritto internazionale (diverse risoluzioni ONU hanno chiesto/ordinato alle istituzioni israeliane di restare all’interno dei confini stabiliti e di abbandonare questi insediamenti). Le prese di posizione dell’ONU non hanno prodotto alcun tipo di effetto e il calcio è stato più volte chiamato ad esprimere un giudizio che è di carattere estremamente politico, dovendo scegliere se appoggiare lo status quo o invocare l’applicazione del diritto.

La lettera che ha riacceso la miccia, quella degli europarlamentari, fu frutto di rapporto pubblicato da Human Rights Watch riguardo i limiti posti da Israele alle attività sportive in Palestina. Sotto gli occhi di tutti il caso di Rio 2016, dove gli atleti palestinesi si presentarono senza attrezzature perché requisite dalle autorità israeliane prima della partenza. Ma il rapporto va oltre, citando le restrizioni al movimento degli sportivi che vogliono andare da Gaza alla Cisgiordania per competizioni nazionali, o che vogliono uscire dalla Palestina per gare internazionali. Inoltre, c’è il divieto continuo di importare materiali dall’estero e l’impossibilità di arrivare nelle zone palestinesi per tecnici ed esperti che aiuterebbero lo sport locale a crescere.

E la preoccupazione costante del governo di Gerusalemme è che la richiesta partita dalla FPA (la federazione calcistica palestinese) alla FIFA di revocare l’adesione delle squadre dei territori occupati al campionato israeliano sulla base di quanto stabilito proprio dallo Statuto della FIFA prima o poi venga accolta.

La richiesta della federazione palestinese negli anni ha trovato anche il sostegno di oltre 120 associazioni nel mondo tra cui anche l’italiana UISP (Unione Italiana per lo Sport per Tutti) le quali, attraverso una lettera, chiesero alla FIFA il rispetto delle norme contenute nel suo Statuto lamentando allo stesso tempo una violazione dello stesso da parte della federazione israeliana. Tra coloro che aderirono all’appello, oltre alla UISP, anche personalità politiche come l’ex Relatore Speciale ONU Richard Falk, l’ex ministro brasiliano per i Diritti Umani Paulo Sérgio Pinheiro, il ministro dello Sport sudafricano Thulas Nxesi e inoltre, esponenti del mondo dello spettacolo come i registi britannici Ken Loach e Paul Laverty, o dello sport come  l’ex calciatore peruviano Juan Carlos Oblitas Saba, o l’ex atleta oggi membro del Congresso peruviano Daniel Fernando Abugattás Majluf. Tra questi proprio Oblitas Saba, ha dichiarato che “nessun Paese può essere al di sopra delle Risoluzioni ONU”auspicando che sulla questione ci sia “la massima trasparenza” da parte della FIFA.

Ma l’“Intifada del pallone” non è solo una questione politica e di diritto. Negli anni purtroppo non sono mancati i morti. Come i 4 ragazzi palestinesi impegnati in una partita di calcio uccisi nel 2012 dall’esercito israeliano; oppure i 2 calciatori palestinesi uccisi nel 2014 in un controllo avvenuto nella West Bank, in quello che l’esercito di Tel Aviv ha sempre considerato “un incidente”. Fatti che inevitabilmente hanno finito per richiamare l’attenzione degli addetti ai lavori. Nel 2012 infatti, come scrisse anche il sito L’inkiesta, non furono pochi i calciatori che si schierarono a favore della Palestina chiedendo il boicottaggio dell’Europeo U21 che la UEFA aveva assegnato ad Israele. E prima ancora, ricorda sempre L’Inkiesta, lo stesso Michel Platini, quando era presidente dell’UEFA aveva paventato l’esclusione di Israele dall’organizzazione se avesse continuato ad impedire al calcio palestinese di svilupparsi.

Ma la FIFA, che cosa ha fatto per risolvere la questione? Per il momento, nulla. Se non lasciare sostanzialmente le cose così come sono, senza prendere alcun provvedimento. Se non per la costituzione nel 2015 di un Comitato di monitoraggio su Israele e Palestina che però alla fine ha “monitorato” ben poco. A differenza invece di quanto fece nel 2015 quando la stessa FIFA decise di “punire” la nazionale di calcio palestinese vietandole di ospitare tra le mura casalinghe dello stadio di Ramallah le partite valide per le qualificazioni di mondiali. In quel caso la decisione venne presa in seguito alla richiesta dell’Arabia Saudita di non inviare i suoi giocatori in Cisgiordania. Questo perché, fecero sapere da Ryad, per raggiungere Ramallah la comitiva avrebbe dovuto attraversare alcuni check-point dell’esercito israeliano. Un rischio, visto che all’epoca i rapporti tra l’Arabia Saudita e Israele erano tesissimi, per il fatto che l’Arabia non riconosceva l’esistenza dello Stato israeliano. E allora, pensarono bene i sauditi, meglio non rischiare. La FIFA li accontentò, ma a rimetterci fu ancora una volta la Palestina. Per la quale oltre al danno dei calciatori morti ammazzati, arrivò pure la beffa di non poter giocare nel proprio stadio.

La questione calciofila, come quella politica, sembra non aver fine: il pallone che mai come in questo contesto poteva essere uno strumento per appianare tensioni antichissime, è divenuto negli anni veicolo per inasprirle, se possibile. E le speranze per una pacificazione della zona sempre più flebili.

di Simone Nastasi e Lorenzo Siggillino

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