Non c’è un vero motivo che ti spinge dentro quel quadrato. Lo fai per passione, cultura, onore. Lo fai e basta. Consapevole che potrebbe succedere il peggio. Lo fai e mai nulla sarà così bello che condividere quel brivido con il tuo avversario, colui che, come te, ha fatto gli stessi sacrifici per arrivare lì e sognare il successo.

I tuoi occhi incrociano quelli del tuo contendente fino a quando i colpi cominciano ad appannare la vista. E solo un arbitro, il terzo incomodo sul ring, ha il dovere di tenere in equilibrio verso l’alto l’asticella delle regole e del buon senso. Quando uno dei due pugili non è più nelle condizioni ottimali per onorare l’avversario, il match va fermato.

Un aspetto, quest’ultimo, che forse non è stato pienamente garantito a Nick Blackwell, il campione britannico dei medi che lo scorso 26 marzo è finito dritto in coma farmacologico in seguito all’incontro con Chris Eubank jr, più volte a segno con i montanti sulla testa fino alla decima ripresa. E così le polemiche sull’operato dell’arbitro Victor Loughlin non si sono fatte attendere da ogni parte del mondo.

La notizia è che Blackwell, classe 1990, ha lottato e vinto il match più importante, quello con la vita. E dopo una settimana di coma si è risvegliato, ha parlato con i suoi familiari. Ha vinto il suo titolo personale, quello che difficilmente gli sarà sottratto in un altro incontro di boxe. Perché chi pratica la nobile arte sa bene il rischio che corre, ma nessun avversario e nessun arbitro avrà mai il diritto di decidere il tuo ko oltre le sedici corde del ring.

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