Risale al 1995 il primo incontro ufficiale tra Ron Dennis e Lewis Hamilton. Nello stesso anno in cui Michael Schumacher raccoglie l’eredità lasciata vacante da Ayrton Senna e firma un contratto biennale con la Ferrari, il Presidente della McLaren intravede nel piccolo Hamilton un campione. Il ragazzino entra sotto l’ala protettiva del Grande Capo nel 1998, quando Mika Hakkinen riporta il titolo a Woking, e nel giro di pochi anni vince tutto quello che c’è da vincere nelle categorie inferiori. Il grande salto è datato 2007. Fernando Alonso ha da poco deciso di lasciare Flavio Briatore e la Renault (da bi-campione del mondo) con l’obiettivo di rinnovare e rinnovarsi, di vincere anche lontano dalla sua comfort zone. La McLaren, che è la vettura più competitiva, non considera una cosa: Hamilton non è una seconda guida.

Lewis Hamilton non ha mai nascosto le sue ambizioni. E le ombre della Spy Story, che non offuscano in maniera alcune le difficoltà del Team nel gestire due punte di diamante ancora troppo grezze, si riflettono di conseguenza anche in pista. E’ sempre il 2007. Hamilton è il cattivo ragazzo della storia: è spavaldo, arrogante, fastidioso. Il predestinato arrivato di prepotenza sulla vettura più competitiva per dare freschezza e riportare la F1 agli albori dopo l’addio – poi rivelatosi arrivederci – di Schumacher. Nel mezzo c’è Fernando Alonso, con cui arriva a giocarsi il mondiale all’ultima gara, ma c’è anche Kimi Raikkonen, che è poi quello ad approfittarne. Il primo anno di Lewis in Formula 1 è caratterizzato da una furibonda rivalità con il compagno di scuderia, da dichiarazioni fuori dagli schemi, dalla più presuntuosa delle sconfitte al fotofinish.

Non si può in alcun modo estrapolare Lewis Hamilton dal contesto in cui è nato. Quando l’anno dopo vince il mondiale all’ultima curva, con il box Ferrari in lacrime, diventa il più giovane campione del mondo della storia. Entra nell’Olimpo dei più grandi non senza qualche difficoltà, non senza l’insostenibile peso della responsabilità di doverlo fare a tutti i costi. La carriera di Hamilton, prima dell’Era dell’ibrido, è una continua promessa non mantenuta. Il campione ferito nell’orgoglio che senza la vettura più competitiva del pacchetto di mischia si ritrova a inseguire, a sbagliare, a concludere poco, piano piano si stanca. Sono gli anni della fatica, della redenzione, gli anni della Brawn GP, della Red Bull, di Sebastian Vettel. E mentre Fernando Alonso si sballotta da una parte all’altra per provare a vincere con la Ferrari, Hamilton – pur vincendo almeno una gara tutti gli anni – vive nell’anonimato.

Nel giro di tre anni, e di tre stagioni semi-trionfali, il matrimonio con la Mercedes si è rivelato quasi sempre roseo. Anche se l’amicizia con Nico Rosberg si è sfaldata. Nel complesso sono arrivati due titoli mondiali, Lewis ha lentamente cucinato a fuoco tutti gli avversari, ha sfruttato nella miglior maniera possibile una macchina fuori-categoria, ha vinto, stravinto e dominato in lungo e in largo, abbattendo praticamente ogni record e volando alle spalle di Schumacher. Con 53 vittorie è il secondo di sempre. Il 2016, però, è stato un anno di scelte e di nodi da sciogliere, un anno che ha detto tanto del Lewis Hamilton essere umano e altrettanto del Lewis Hamilton pilota.

Sono ormai passati più di 20 anni dal primo incontro tra Ron Dennis e Lewis Hamilton. L’ex Presidente della McLaren, che ha creduto nel talento del ragazzino di Stevenage sin dal principio, ha praticamente detto addio alla Formula 1. Hamilton, dalla sua, ha detto addio a Nico Rosberg. La stagione della discordia, paradossalmente iniziata male e finita peggio, è stata per Hamilton la più difficile sotto tutti i punti di vista. E’ diventato il personaggio che si è costruito, appariscente e fuori dagli schemi, con dedizione ha provato a farsi volere bene da tutti, ma alla fine è riuscito solo a confermarsi come un pilota estremamente talentuoso che, come tutti i più vincenti, fatica propria ad accettare la sconfitta.

E’ riuscito ad ottenere la sua personalissima vittoria, in fondo, anche se ha dovuto rinunciare alla fetta più grossa della torta. E’ riuscito a far mollare lo sterzo al suo eterno compagno di scuderia, che allo stremo delle forze ha deciso di ritirarsi proprio sul più bello. Non è stata una stagione facile, per nessuno. Le promesse della Ferrari si sono rivelate burle, la crescita della Red Bull insufficiente, così la Mercedes ha dovuto lavare i panni sporchi in casa sin dalla prima, in Australia. Hamilton ha sbagliato, tanto, ha pagato la sfortuna, ma anche la straordinaria regolarità del compagno, bravo e preciso, freddo e deciso. La rottura in Malesia è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, la gara in Giappone quella che di fatto ha dato il titolo a Rosberg, la sceneggiata ad Abu Dhabi quella che allo stesso tempo è stata croce e delizia per gli addetti ai lavori. Le problematiche affrontate dall’inglese, a livello soprattutto mentale, sono state effettivamente tante. La fragilità, spesso mascherata da malizia, ha giocato un ruolo importante. Lo stesso Hamilton che, presuntuoso e sicuro di sé, ha dichiarato di non avere paura degli avversari si è spesso nascosto dietro un dito nei momenti di difficoltà.

E il dado è tratto. Il nuovo regolamento – che dovrebbe comunque livellare significativamente le cose – non dovrebbe cambiare le carte in tavola. Allora nemmeno il prossimo compagno di scuderia dovrebbe rappresentare un pericolo, nemmeno Fernando Alonso – che ha deciso di rimanere in McLaren – dovrebbe mettere in discussione la leadership delle Mercedes. Tutto dovrebbe tornare alla normalità. Il fantasmagorico mondo luccicante di Lewis Hamilton, almeno per ora, dovrebbe essere al sicuro.

 

 

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