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Nel Museo dell’Avvocato Gabriele Pescatore, il “Signor Roma” del Collezionismo

Federico Baranello

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“Un tifoso della Roma a Porta Portese non trova granché, in quanto le cose più belle se le accaparra Gabriele Pescatore che dice di alzarsi presto la mattina e invece, secondo me, dorme lì” (Cit. Il Romanista, M. Izzi, 3 novembre 2011).

Gabriele Pescatore è un avvocato di quarantasette anni, sposato con Barbara e padre di quattro splendidi figli. È un grande appassionato di musica tanto da scrivere su una rivista molto nota del settore: “Il Mucchio Selvaggio”, la più antica rivista italiana di Rock fondata nel 1977. Qui è Consulente alla Redazione e si occupa di Colonne sonore e Sonorizzazioni. Nel suo DNA c’è un gene, quello che si occupa del collezionismo, che ha assunto una dimensione sconosciuta ai più: grandissimo collezionista di vinili, ne possiede oltre 15.000 (avete letto bene, non è un errore), ma per noi è soprattutto il più grande collezionista di memorabilia dell’A.S. Roma.

Gabriele ci riceve nella sua abitazione: vinili e cimeli giallorossi ci danno il benvenuto. C’è profumo di storia nell’aria. C’è la passione come motore trainante. Passioni, quella per il calcio e per la Roma, trasmesse dal papà: “Mio padre, professore di Diritto Commerciale alla Sapienza, era un grande appassionato di calcio. Andavamo a vedere tutte le partite all’Olimpico” ci confida Gabriele, “…anche quando non giocava la Roma perché, se amavi il calcio, non c’erano alternative all’epoca. E noi amavamo davvero questo gioco e in TV se ne vedeva poco. Io sono il più grande di tre fratelli e a cinque anni cominciai a frequentare lo stadio insieme a mio padre e i suoi amici. Era ancora il periodo della Rometta quando ricevetti il mio primo abbonamento in Monte Mario, stagione 1977/78”. Come tutte le collezioni esiste un inizio: “Ho cominciato tenendo tutti i biglietti delle partite cui andavo. Così… semplicemente per conservare un ricordo. Poi cominciai a farmi portare i biglietti da chi andava in trasferta. Conservavo gelosamente anche i giornaletti distribuiti all’Olimpico, come “Roma Mia”. Quando ero bambino, attendevo con ansia tutta l’estate per vedere il nuovo abbonamento, ero curiosissimo. Trascorrevo l’estate a chiedermi come sarebbe stato quello nuovo. A metà anni ‘80 ho cominciato a frequentare i mercatini a Roma e poi anche in altri parti d’Italia. Si trovavano oggetti in grande quantità. Non era così raro nemmeno trovare foto anni ’40. Oggi sarebbe impensabile. Ricordo anche che allo stadio scattavo foto alle tifoserie avversarie che poi scambiavo o con altre foto riguardanti il tifo giallorosso o comunque con biglietti, sciarpe, gagliardetti, programmi etc. Inserivo gli annunci sul Guerin Sportivo e SuperTifo che avevano appunto una sezione per i collezionisti. Ciò mi permise di farmi conoscere ovunque in Italia e all’estero. Certo gli scambi non erano velocissimi all’epoca. Ci voleva tempo. All’estero poi era necessario anche qualche mese, aumentando in me il fascino del collezionare. Anche gli annunci che facevo pubblicare sul periodico “Porta Portese” avevano un grande riscontro e ricevevo un bel numero di telefonate. Con tale metodo trovai cose interessantissime. Diciamo che negli anni ’80 e primi ’90 si aveva la possibilità di poter recuperare molti “pezzi”: non eravamo in molti a collezionare e le cifre, dal punto di vista economico, non erano esagerate. A metà anni 90 arrivò Ebay e tutto il mondo sembrava fare una sola cosa: collezionare. Fu un momento incredibile. Il mondo era in preda ad un profondo cambiamento; il collezionismo non poteva fare eccezione. Tutto diventò molto più veloce e ognuno di noi, da quel momento, è riuscito a impreziosire la propria collezione con oggetti provenienti anche dal punto più sperduto del mondo”.

Gabriele è pieno di passione mentre ci racconta la storia della sua vasta collezione dedicata alla Roma. Noi siamo persi, non sappiamo su cosa puntare lo sguardo, dove focalizzare l’attenzione. Una quantità di memorabilia incredibile anche solo da immaginare. I biglietti, il suo “Primo Amore”, partono dagli anni ’30. Possiamo trovare un Roma – Juventus del 31/32, giocata a Campo Testaccio e conclusasi 2-0 con una doppietta di Bernardini. C’è anche un curiosissimo biglietto di Bologna – Roma del 32/33, in concomitanza con l’adunata nazionale degli Alpini allo Stadio Littoriale. E ancora un Palermo – Roma del 1934 e un Derby della stagione 42/43. E poi un curiosissimo biglietto della partita di Mitropa Cup del 29 giugno 1955 tra Vojvodina e Roma giocata a Novi Sad. E questi sono solo alcuni. C’è poi anche il tagliando relativo all’amara serata del Maggio 1984. Era il 30 Maggio…la partita più importante e la più triste. Fa troppo caldo per pensarci…

 

“Non è una collezione statica” continua Gabriele, “ogni partita devi ingegnarti per capire come poter trovare il biglietto o il programma, come ad esempio quelli della tournée americana appena conclusa”.

Gabriele ci mostra gli abbonamenti. Sono di una bellezza rara, che lascia senza parole. “Un giorno mi telefonò un mio amico che conosceva perfettamente la mia passione. Mi disse che c’era un negoziante nei pressi del Colosseo che aveva appeso nel suo locale alcuni abbonamenti e foto a partire dagli anni ’40. Credo di essere uscito da casa mentre dall’altro capo del filo ancora stavano parlando. Arrivato sul posto, il negoziante mi raccontò che era un abbonato di vecchia data e che contestualmente al rinnovo annuale comprava una foto della squadra. Ricordo anche una lunghissima trattativa per alcune tessere appartenute a Luigi Freddi, giornalista e politico, vicesegretario dei fasci italiani all’estero e responsabile della politica cinematografica italiana e nonché fondatore di Cinecittà. Tali tessere mi sono costate un’intera estate di trattativa. La più estenuante in assoluto”. I nostri occhi si posano su di un Capolavoro: “E’ un abbonamento della stagione 1936/37. Da questa stagione la società decise di abbandonare i cartoncini preferendo della plastica rigida, una sorta di vinile sottile in cui fa bella mostra di se la Lupa Capitolina sormontata dal fascio littorio. Ogni tessera veniva poi anche siglata dal Commendator Biancone che, così facendo, ne garantiva l’autenticità”. Gabriele però ha un piccolo cruccio: ”Alla mia collezione manca l’abbonamento del 1951/52, l’anno della “B”. Prima o poi lo troverò”.

 

Alcuni oggetti della collezione sono stati esposti durante le Mostre di Testaccio del 2007 e del 2014. Buona parte della collezione è invece visibile all’indirizzo www.museodellaroma.it. Un sito dove è possibile ammirare oggetti riferibili alla squadra capitolina mai visti prima. Un museo virtuale che, come lo stesso Gabriele ci dice e scrive nella sua Home Page, è “una personalissima esperienza e una dimostrazione d’amore verso i colori giallo ocra e rosso pompeiano…per far comprendere agli appassionati delle cose antiche e ai patiti del moderno, ai cultori del football degli avi come a quelli cresciuti con le imprese di Francesco Totti negli occhi, ai tifosi (non solo della Roma) che visiteranno le decine di sudate pagine, che senza il rispetto della Tradizione e del Passato non vi può essere Futuro degno di tale nome”.

Tradizione, Passato e Futuro sono parole scritte con la lettera maiuscola. Non un caso.

Un museo in cui si può navigare tra le diverse sessioni: dischi, figurine, gagliardetti, spartiti musicali e pubblicazioni di tutti i tipi ed epoche. Programmi delle partite e foto dei giocatori, ma anche tanti documenti storici come carte intestate, cartoline, certificati azionari, contratti e perfino menù. Non basta, anche le “Relazioni sociali”, tessere, adesivi, medaglie, distintivi, bandiere, sciarpe. È presente anche una sezione dedicata alla Polisportiva.

 

”Con le vecchie foto mi diverto molto” prosegue Gabriele, “perché non sempre è facile identificarle e collocarle nella partita corretta. Allora bisogna rivedere i tabellini, chi ha giocato quel giorno, oppure bisogna riconoscere qualcosa in lontananza come un campanile, una montagna alle spalle del campo. Un gran lavoro insomma, ma anche di grande soddisfazione”.

Cerchiamo di scoprire quale è il pezzo forte della collezione, alla domanda Gabriele non ha dubbi: “Certamente un labaro completamente ricamato, consegnato dal Capitano della Fortitudo-Pro Roma Attilio Ferraris IV a quello del Bologna F.B.C., il nazionale Geppe Della Valle. L’occasione fu l’incontro valido per la sesta giornata del girone di andata del Campionato di Prima Divisione (Girone B) disputato presso il campo dello Sterlino il 14 novembre 1926 e conclusosi con la vittoria dei felsinei per 2 a 1. E’ un labaro di grandi dimensioni (cm 55×50). Ricordo anche che lo pagai un milione…di lire chiaramente. Un pezzo che ha un valore inestimabile non fosse altro perché l’ha avuto in mano Ferraris IV”. Gli occhi di Gabriele sono raggianti.

 

Tanti gli oggetti, gli aneddoti e le curiosità presenti nella collezione, come questa cartolina:

Una cartolina del 1963, molto rara, utilizzata dall’allora Vice Presidente dell’A.S. Roma Franco Evangelisti per sponsorizzare la sua candidatura nelle fila della Democrazia Cristiana. Davvero singolare.

Una serata molto particolare quella passata con Gabriele. Una serata di mezza estate in cui le stelle cadenti fanno da cornice a una preziosissima collezione. E’ stato come camminare attraverso il tempo, un tempo scandito nei simboli e nelle scritte sugli abbonamenti, sui biglietti e su tutti i cimeli. Un percorso dal 1927, anzi prima, sino a oggi. Non vorrei andar via, ma si è fatto tardi.

Grazie Gabriele per questo splendido viaggio.

 

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2 Commenti

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  1. Claudio Pasquali

    agosto 11, 2017 at 8:23 am

    Bellissimo. Nel mio piccolo anch’io sono stato assiduo frequentatore di porta portese per motivi di collezionismo (dischi) e in quell’ambiente ho conosciuto molti altri pazzi, anche gente che scriveva si riviste musicali ma non mi ricordo di lui. Magari l’ho conosciuto ma non sapevo il nome. Purtroppo non ho mai tenuto materiale sulla Roma e oggi me ne pento visto che grazie a mio padre me ne è passato veramente molto per le mani.

  2. raul

    settembre 26, 2017 at 5:15 pm

    buon pomeriggio
    Sono un collezionista dell’atletico de madrid e vorrei entrare in contatto con te per un possibile scambio
    saluti
    raul

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Bruno Neri, il calciatore partigiano simbolo della disobbedienza al Regime Fascista

Simone Nastasi

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Per la Festa della Liberazione, vi raccontiamo la storia di un giocatore simbolo della Resistenza al Regime Nazifascista, Bruno Neri, il calciatore partigiano.

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

 

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Johan Cruijff, la dittatura argentina e il rifiuto ai Mondiali del ’78

Maria Scopece

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Avrebbe compiuto oggi 71 anni Johan Cruijff, il Profeta del Goal, massimo interprete del calcio totale olandese. Nella sua infinita carriera, ci fu un episodio che ancora oggi è avvolto nel mistero: il suo rifiuto a partecipare ai Mondiali del 1978 in Argentina. C’è chi parlò di boicottaggio, ma la verità sembra essere un’altra.

Il 24 marzo di 42 anni fa si insediava in Argentina uno dei regimi più sanguinari della storia del Sud America. Un colpo di stato guidato dal tenente generale Jorge Rafael Videla spodestò Isabel Peròn e instaurò una dittatura militare che produsse qualcosa come 30mila desaparecidos, una triste pagina sulla quale, ancora oggi, non è stata fatta piena luce.

La dittatura di Videla (conosciuto anche come “Hitler della Pampa”) durò dal 1976 al 1981, cinque anni sanguinari che videro però anche un momento di gloria. Fu il 1978 quando l’Argentina si trovò ad ospitare i mondiali di calcio e a vincerli in una storica finale contro l’Olanda. Gli Orange, dati da tutti per favoriti, erano a caccia della definitiva consacrazione perché, nonostante il bel gioco, non avevano ancora alzato alcun trofeo. Non l’alzarono nemmeno quella notte perché l’Argentina s’impose ai tempi supplementari per 3 reti ad uno. Per molti, tra commentatori e tifosi, la responsabilità di quella sconfitta e della mancata consacrazione di una generazione di calciatori, che non arriverà nemmeno successivamente, fu di Johan Cruijff che decise di non partecipare ai campionati mondiali.

Molte furono le ipotesi in merito a questo “gran rifiuto”. C’era chi parlava di questioni economiche e contrasti tra sponsor, chi delle pressioni della moglie Danny Coster e  chi, ricordando il suo “no” nel 1973 al Real Madrid, allora ritenuta la squadra del dittatore Francisco Franco, e il suo approdo sull’indipendentista sponda blaugrana a questioni di natura politica.

A dirimere la faccenda ci ha pensato lo stesso Cruijff, 30 anni dopo. In un’intervista a Radio Catalunya nel 2008 il campione orange rivelò che a farlo desistere fu un tentativo di rapimento, non andato a buon fine, a danno della sua famiglia. “Non andai in Olanda perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la visione della mia vita, e con essa quella del calcio.” – racconta Cruijff  – “Qualcuno entrò nella nostra casa e puntò un fucile in testa a me e mia moglie, davanti ai nostri figli nel nostro appartamento a Barcellona“. Dal racconto di Cruijff il rapimento si concluse in un nulla di fatto perché lui riuscì a liberarsi e i ladri – rapitori si diedero alla fuga. Se l’epilogo del crimine è fumoso, con molta chiarezza il campione orange ha raccontato che in seguito la sua vita cambiò in maniera radicale, i suoi figli furono sempre scortati dalla polizia e lui stesso si faceva accompagnare sempre da guardie del corpo anche agli allenamenti. Qualche anno dopo Cruijff lasciò l’Europa e concluse la carriera da calciatore negli Usa.

Inevitabilmente dopo le sue rivelazioni si fecero molte ipotesi sulle identità dei banditi. Senza lasciare la traccia politica si pensò a balordi mandati da Videla in persona o a franchisti dell’ultima ora. La faccenda non fu mai chiarita.

Cruijff, con tutte le sue complessità e contraddizioni, ha scritto per sempre il suo nome accanto a quelli di una generazione splendida, per certi versi perdente, ma forse per questo eroica.

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Calcio

Koulibaly, una rincorsa lunga una telefonata

Ettore zanca

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C’è chi dice che il treno delle occasioni passa una volta sola. E se non siamo bravi a prenderlo, la nostra vita non avrà la direzione che speravamo. Ogni scelta è un viale alberato o una discarica a seconda della scelta precedente. E invece c’è chi dice che a dispetto di futuro e coniugazioni varie, il nostro destino è segnato e va contro il nostro sbattergli la porta in faccia.

Oddio, il signore qui sotto il destino lo ha proprio sfidato, rischiando che fosse pure permaloso. Più che la porta in faccia, gli ha sbattuto il telefono in faccia.
Quel viso in foto, da ieri lo avete tutti familiare. Kalidou Koulibaly, senegalese, difensore del Napoli di Sarri. Angelo d’ebano sceso dal cielo ad incornare la palla che ha riaperto una stagione. All’ultimo respiro ha trafitto la Juve in casa sua, riaprendo i giochi per lo scudetto e creando paradisi artificiali di prostrazione e gioia orgasmica a seconda della prospettiva.

Ma fermiamo un attimo tutto. Come ci è arrivato Kalidou su quella palla? Su calcio d’angolo, direte voi. No, non dicevo quello, perchè per arrivare lì, il ragazzo è partito da lontano e ha rischiato di non arrivare. La sua rincorsa parte dal 2014. Si trova a casa e riceve una telefonata. Dall’altro lato una voce dice: “pronto, sono Rafa Benitez, allenatore del Napoli, vorrei sapere se sei interessato a venire a giocare da noi”, la risposta è di quelle che lascerebbero interdetto anche un maestro zen: “piantala con questi scherzi, dai vieni a casa che ti aspetto, smettila, non ci casca nessuno”, e Kalidou, sorridendo, mette giù. La voce richiama, riproponendo lo stesso refrain, dice di essere davvero Benitez e di allenare il Napoli, ma niente, nuovamente “smettila dai, non è bello questo scherzo”, e giù la cornetta.

Kalidou era convinto che a chiamarlo fosse un suo amico che gli faceva continuamente scherzi telefonici, aveva chiuso e si era rimesso seduto a guardare la tv. Dopo cinque minuti riceve un messaggio del suo agente: “sta per chiamarti Benitez, deve parlarti, rispondi al telefono”. A quel punto la disperazione, che dura poco per fortuna, perchè Benitez dimostra che “poscia più che la permalosità, potè insistere” parafrasando Dante. E ritelefona. Stavolta Kalidou si scusa quasi in ginocchio e ascolta l’allenatore del Napoli. Ecco da dove arriva tutta la rincorsa per quel gol. Capite bene che dare un colpo di testa dopo questo correre non poteva che essere una sassata. Ma Kalidou è recidivo però.

 

Qualche tempo dopo un magazziniere del Napoli lo avvicina e gli dice: “Kalidou, mi dai una tua maglia? me l’ha chiesta Maradona”, capirai, stavolta è uno scherzo davvero, Kalidou è generoso però, per cui prende la maglia ma ammonisce: “se volevi la mia maglia potevi chiederla senza tante scuse, poi addirittura che la voglia Maradona, dai…”, appunto, dai. Qualche giorno dopo Kalidou riceve un messaggio, contiene una foto. Diego Maradona con la maglia di Koulibaly, Diego gli ha scritto e lo ringrazia per il dono.

Vai a fidarti di chi dice che siamo artefici del nostro destino. Qui il destino è arrivato sfondando la porta e entrando di prepotenza. Più o meno come ha fatto Kalidou dopo una corsa, con quella sassata di testa nella porta bianconera. Veniva da lontano, nonostante tutto.

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