Pensi alla Nuova Zelanda e un oceano di immaginazione si appropria di uno spazio aperto a prospettive immaginifiche e ariose. Con la fantasia è facile scivolare giù, al lato opposto della terra, quasi agli antipodi del nostro paese, e pensare a un mondo, una vita che da lontano assomiglia al paradiso. Quattro milioni e mezzo di abitanti sparsi su quasi 268.000 chilometri quadrati danno la dimensione di luoghi non ancora ingolfati dalla civiltà, dove i ritmi delle giornate scorrono spesso lenti e placidi, quasi a costringere chi si trova a quelle latitudini a guardarsi intorno per ammirare la bellezza di una natura ridondante, ai limiti dell’invasività.

Un’attrazione ossigenante, fatale, alla quale molti occidentali iperstressati da moltitudini di impegni rigorosamente scadenzati hanno ceduto per poi assaporarne il retrogusto amaro, alla lunga spesso insopportabile, della noia e della voglia del ritorno a una vita dalla quale si è fuggiti per poi volerla riabbracciare. E’ questa la nazione che il prossimo 11 novembre a Wellington si stringerà intorno alle maglie bianche della propria rappresentativa nella partita di andata dello spareggio di accesso ai mondiali di calcio di Russia 2018 contro il Perù. Una nazione nella quale il calcio è diventato il terzo sport più praticato del paese dopo il rugby e il cricket ma che fatica terribilmente a trovare la strada dello sviluppo per via della sua collocazione geografica: laggiù, down under come dicono i sudditi di Sua Maestà riferendosi ai “vicini” australiani, è difficile trovare qualcuno che voglia andare a giocare a calcio. La Nuova Zelanda fa ovviamente parte della Oceania Football Confederation, della quale è campione in carica, che non è certo la Confederazione più competitiva al mondo: leggendo i nomi delle nazioni affiliate si ha più l’idea di avere a che fare con l’organizzazione di un viaggio di nozze che quella di parlare di squadre di calcio. E questo, per gli All Whites, è un limite che non riesce ad essere compensato dalla possibilità di mettere in piedi amichevoli con nazionali più forti provenienti da altri continenti, a causa, come detto, della distanza che separa la Nuova Zelanda dal resto del mondo. Basti pensare che nel 2015 la squadra ha giocato solo tre partite contro avversari non proprio irresistibili: Corea del Sud, Myanmar e Oman.



Non è d’aiuto allo sviluppo di una maggiore competitività il fatto di avere un campionato interno ancora semiprofessionistico. Una soluzione prospettata per tagliare l’isolamento potrebbe essere quella di aderire alla Conmebol, la Confederazione sudamericana. I cugini australiani, del resto, dal 2006 hanno abbandonato la OFC per entrare nella Asian Football Confederation. Questo, però, ha reso ancora più difficile il possibile distacco della Nuova Zelanda dalla OFC che, perdendo gli All Whites, avrebbe ancor meno peso politico nell’ambito della FIFA. Insomma, una situazione che sembra non avere davanti a sé soluzioni realmente percorribili, nonostante le capacità tecniche dei personaggi di punta della nazionale, quelli sui quali farà maggiore affidamento la squadra nello spareggio contro il Perù: l’attaccante Chris Wood e il selezionatore Anthony Hudson. Wood, classe 1991, ha fatto tutta la trafila nelle giovanili degli All Whites ed è riuscito a ritagliarsi il suo spazio in Inghilterra: in forza al Leicester nelle due stagioni che precedettero la vittoria nella Premier delle Foxes, è stato un centravanti, nei due anni successivi, da 41 gol in 81 partite con la maglia del Leeds. Oggi gioca per il Burnley e in nazionale vanta uno score di 24 gol in 54 gare.

Hudson è il selezionatore della squadra: inglese, giovane (trentasei anni compiuti a marzo), ha molta voglia di emergere e, per farlo, ha deciso di girare il mondo. Prima della Nuova Zelanda ha allenato negli Stati Uniti, la squadra riserve del Tottenham e la nazionale del Bahrain. Forse, più che il suo curriculum, può fare impressione quello che affermò di lui qualche tempo fa Harry Redknapp, quando disse che Hudson gli ricordava “un giovane Mourinho”. Che sia stato un abbaglio o una lungimirante intuizione sarà il tempo a dirlo. Per il momento Hudson ha la possibilità di spingere per la terza volta la Nuova Zelanda alla fase finale dei mondiali. La prima fu nel 1982, quando gli All Whites tornarono dalla penisola iberica con tre sconfitte maturate contro Scozia (2-5), URSS (0-3) e Brasile (0-4). Di tutt’altro valore la seconda partecipazione, quella in Sudafrica nel 2010: i tre pareggi maturati nel girone eliminatorio contro Slovacchia (1-1), Italia (1-1) e Paraguay (0-0) non riuscirono a portare la nazionale alla fase successiva ma furono sufficienti a lasciare all’Italia campione uscente l’ultimo posto del girone e a risultare l’unica nazionale della manifestazione a tornare in patria imbattuta.

Il doppio appuntamento è fissato a Wellington, questa notte, sabato 11 novembre e a Lima il mercoledì successivo. Una eventuale qualificazione potrebbe riportare l’attenzione del mondo del calcio verso un paese che ha voglia, quando ne ha l’opportunità, di essere protagonista, di uscire dal limbo di (noiosa) perfezione nel quale sembra avvolto, che talvolta fa sembrare la nuova Zelanda più simile ad un Truman Show che a un paese immerso nelle vicende del ventunesimo secolo.

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